Rubriche - Giochiamo in Casa 2.0

20 Agosto 2015

Mi ero ripromesso di non tornarci. Mai più. In questi anni la sola evocazione del nome mi ha procurato ansia e disgusto. In quella piovosa serata di gennaio furono numerose le situazioni degenerate, frutto di un mondo che sarebbe cambiato profondamente proprio in quella città nell’anno successivo. Niente tornelli, né biglietti nominali e spesso la parte del tifo più appassionata alterata dalla presenza di bande, per le quali il calcio era solo un pretesto per delinquere senza conseguenze. In definitiva, Catania mi risultava indigesta e senza dubbio una città da evitare. E invece…. E invece la notte dedicata al Conte De Feudis e un intrigo alla Arsenio Lupin dichiarano che siamo costretti a tornare all’ombra dell’Etna per giocare una sfida di Coppa Italia. Maledetto il destino. E maledetto me, che dopo avere constatato che i turni di lavoro mi permettono di presenziare al Massimino, mi rivolgo alla coniuge con la consueta domanda con risposta implicita: “Andiamo a Catania?”. Il ‘Sì’ di risposta è la sottoscrizione ad un contratto virtuale voluto dal cuore, nel quale il Cesena viene prima di tutto. Archivio le paure in un secondo e in preda all’entusiasmo di una ennesima trasferta con le due parti più belle di me prenoto il volo per la città etnea.

In direzione Roma Fiumicino siamo colpiti da un effetto climatico particolare per il mese d’agosto. Sull’E-45 siamo avvolti da una fitta nebbia e la temperatura stenta a superare i venti gradi. Ricorda molto la serata di un secolo fa, dove parcheggiati sotto l’acqua in un piazzale dell’aeroporto di Catania aspettavamo gli ordini di funzionari poco lucidi. Non avevano capito che il pericolo era a pochi chilometri più a nord. Lo avrebbero scoperto, loro malgrado, nella notte di Raciti, spartiacque di un mondo che piano piano si è disgregato per meri interessi politici ed economici. Questa volta non siamo 180. Forse qualche decina. Forse meno. Forse nessuno arriverà allo stadio, bloccati in aeroporto dalla consueta ospitalità dello Stato Siciliano. Nelle chiacchiere dei compagni sulla prossima sentenza del calcio scommesse e degli acquisti di Pescara e Perugia, io mi auguro solo che non mi venga strappato il documento. Come un secolo fa. Vorrei mantenere almeno la mia dignità. Perché tutto sotto l’ombra del vulcano più alto d’Europa provoca timore.

Lo sbarco a Fontanarossa è un ritorno alla realtà. La parentesi romana è stata condita da ilarità e sorrisi, cominciati dalla visione di una Panda del 1955 con 7 cristiani a bordo. Dal tipo di riproduzione sembravano animali partoriti in qualche allevamento massivo. Le idee maligne ci sono state perdonate dalla carità di suor Concettina, prodiga in carità, amore per il prossimo e selfie. Le hostess della Vueling ci hanno allietato il concilio con Morfeo, ma una volta scesi a terra tutto questo viene archiviato all’istante. Sappiamo che nessuno ci ama, forse nemmeno suor Concettina. Sembra quasi che la croce sul suo abito abbia cambiato verso. Furtivi usciamo verso la zona arrivi, tanto che gli addetti di Polizia non ci prendono subito. Sono facilmente riconoscibili dallo sguardo che solo il servizio di ordine pubblico da stadio in una città come Catania può creare. In Italia viene tutto perdonato, graziato. Le leggi speciali create ad hoc per gestire le tifoserie sono l’unica eccezione. Sono molto più tesi di noi, in attesa di telefonate che si augurano di non sentire mai. Ci facciamo intercettare con estrema facilità, solo perché non abbiamo alcuna voglia di andare in giro per la città. I fantasmi possono sopirsi, nascondersi, rendersi innocui. Ma non scompaiono mai del tutto.

Il viaggio verso lo stadio è la fine di un’attesa durata oltre tre ore, passata a divagare sulla Romagna con i poliziotti che hanno passato qualche anno al CAPS di Cesena. Vedo i loro occhi brillare alla ricerca di un passato che non tornerà più e velati da una sana invidia verso chi invece rientrerà in luoghi che li hanno visti crescere e divertirsi. La Romagna quando ti entra non ti esce più. Dal navigatore dei cellulari vediamo che lo stadio dista pochi km dall’aeroporto, ma la strada effettiva è pari ad un girone dei dannati. Il gruppo di bianconeri si è riunito e conta 12 elementi. Sappiamo che il tredicesimo apostolo ci raggiungerà allo stadio con mezzi suoi. La scorta è numerosa e chiassosa e dopo essere passati da Betlemme riusciamo finalmente ad arrivare al settore ospiti dello stadio Massimino. Abbiamo saputo che il Catania è stato retrocesso in Lega Pro. Ci informano che gli ultras entreranno a protestare contro Pulvirenti. Ci avvisano che sono incazzati e che non sarà facile. Annuso l’aria alla ricerca del lacrimogeno lanciato tra i cesenati quel secolo fa e penso che oggi sarà una passeggiata. Intanto siamo arrivati prima dell’inizio della partita. Abbiamo già vinto.

Grazie alla solerzia di numerose anime entriamo tutti. All’esterno lo stadio è cambiato molto. Le divisioni tra i settori sono marcate e a prova di sfondamento. Faccio pellegrinaggio al pilone del rimbalzo, ringraziando la sua esistenza. In quella infausta sera di gennaio ci salvò la vita. Anche il portellone aperto dai catanesi sembra vivere di nuova luce, ridipinto in un blu splendente quasi a voler cancellare un passato che, però, è storia. Sotto la rosea atmosfera del tramonto siciliano sembra la porta che divide il paradiso dall’inferno. Come mi ricordavo, lo stadio è piacevole. Nonostante la pista di atletica la visuale è ottima e anche la rete davanti al settore ospiti è stata rimossa. Quella rete che ci salvò da una miriade di oggetti lanciati dalla nord, mentre le scimmie si arrampicavano sulle reti di divisione tra i settori e i bambini in campo, supportati dai genitori, ci infamavano nel peggiore dei modi, con un linguaggio marziano. Dalle due curve partono numerosi cori di insulti. Per noi. Per la polizia. Per Pulvirenti, massacrato per tutti i 90’. Scopriamo, con ingenuità, che la reticenza verso il presidente del Catania non è dovuta alla compravendita delle partite, bensì legata al suo pentimento. Questo mi basta per capire il perché non volevo più tornare in questa città e perché mi auguro il loro fallimento. E la partita scivola via nel migliore dei modi.

Rientriamo da Roma seguendo un traffico ordinato e tranquillo. Il viaggio è colmo di risate e di aneddoti. Il più giovane è un’enciclopedia calcistica e ci enuncia la rosa di quasi tutte le squadre di serie B. L’immondizia musicale proposta dalle radio nazionali ci tiene svegli, nonostante le cantilene spagnoleggianti e i tormentoni inutili a base di #. La notte l’abbiamo trascorsa in aeroporto, raggiunto dopo l’ennesimo giro della morte senza sorprese. Il tempo di mangiare al bar in chiusura e siamo stati mandati a forza nella zona oltre il controllo di sicurezza. Curioso l’invito a non disturbare gli altri astanti con minaccia di ritiro della carta d’imbarco, quando gli unici astanti eravamo noi. Forse pensavano che ci saremmo picchiati per passare il tempo. Curioso come la parola ‘Tifosi’ possa scatenare le più recondite delle paure. La temperatura polare non ci ha permesso un sonno decoroso, ma il pensiero della doppietta di Ciano ci ha riscaldato per le ore di attesa. Niente charter questa volta, ma un semplice volo di linea di una comune tratta Catania-Roma in partenza alle 6.30. A Fiumicino siamo stati travolti dalla vitalità dell’aeroporto, continuamente preso d’assalto da frotte di passeggeri. E dopo un’abbondante colazione ci ritroviamo a percorrere in senso opposto l’E-45. Il paesaggio dell’umbria si trasforma prima in Toscana e poi in Romagna, e dopo 34 ore di viaggio arriviamo a Cesena. In secante una canzone di pinkfloydiana memoria ci accompagna negli ultimi metri, e il ricordo prevale sulla stanchezza e da un senso ancora maggiore alla mia presenza a Catania a seguito del Cesena in una inutile partita di Coppa Italia. Il ricordo vola in cielo, verso due fratelli che mi hanno insegnato ad amare questa maglia. Incondizionatamente. Il loro amore verso il bianconero continua a vivere. Non è un caso, e nemmeno una coincidenza. Grazie.

How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl,
Year after year,
Running over the same old ground.
And what have we found
The same old fears.
Wish you were here.

Jailbreak.

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