Rubriche - Il Papero nel pallone

Devo ammettere di aver vissuto in modo particolarmente intenso e con intimo travaglio, le vicende quasi romanzesche di questo incredibile campionato che sta per passare agli archivi.
In particolar modo la sofferta avventura di Massimo Ficcadenti, alla guida della nostra amata compagine, al quale temevo di aver affibbiato un "imprimatur" ingombrante ed eccessivo, con quel neologismo che costituiva il titolo del mio secondo pezzo di questa rubrica, a seguito dell'incredibile (oggi più di allora, considerando che i rossoneri dopo Cesena hanno perso solo una seconda volta in trasferta, nella fatal Palermo) vittoria sul Milan.


 

"Benvenuti a Ficcalandia!". Così titolai, in preda all'entusiasmo per una vittoria quasi surreale da immaginare appena un mesetto prima, quando una squadra informe, incompleta, infarcita di peones della pedata, vecchi arnesi in disuso, qualche matricola della massima serie, e un tamagotchi nipponico, si andava faticosamente assemblando, agli ordini di un allenatore altrettanto misterioso, del quale a malapena si percepiva la voce nel corso delle rare dichiarazioni televisive rilasciate.

Passare dalla smodata verve acustica di Bisoli, ai sussurri francescani di Ficcadenti, è stato un trauma per tutti, compreso il sottoscritto, lo ammetto. Questo shock emotivo è anche indubbiamente frutto della moderna civiltà dell'immagine, e dell'apparire in genere, a cui apparteniamo. Al di là delle indiscutibili doti tecniche di Pierpaolo Bisoli, è chiaro che nello svolgere un ruolo pubblico, nel calcio come in qualsiasi altro ambito della società civile, chi urla di più, chi sgomita, chi si fa notare in qualche modo, parte con dieci metri di vantaggio, immaginando la vita un'ipotetica corsa sui cento metri piani. Ficcadenti, in questo, è un caso limite. Parte addirittura dieci metri dietro i blocchi di partenza.

Per un allenatore di calcio poi, questo concetto viene elevato a potenza, dalla convinzione, invalsa in tanti tifosi, osservatori, e addetti ai lavori in genere, che il valore di un allenatore si misuri anche, o soprattutto per i più estremisti della motivazione, dalla capacità di contorcersi come un fachiro indiano sulla panchina, o dal livello di decibel emessi dalle sue grida negli allenamenti e durante le partite. Non è così a mio avviso.

Ad ogni modo, al raggiungimento della fatidica soglia dei 40 punti, a due giornate dalla fine, posso tirare un sospiro di sollievo, perchè, comunque vada, ritengo sia già stato raggiunto un traguardo eccezionale, e tutto sommato, quel "Ficcalandia", che ad un certo punto della stagione suonava quasi ridicolo, ed un fardello ingombrante per me, non ha portato poi così male; e seppur enfatizzato e sopra le righe, ha poi avuto una sua certa ragion d'essere, soprattutto in questa fase finale del campionato.

Dopo l'infausta e, vorrei sottolineare, sfortunata, Cesena-Udinese infatti, oltre al gioco, che più o meno non era mai mancato, il Cesena ha mostrato l'efficacia e il cinismo di una corazzata quasi invincibile, arrivando a collezionare record assoluti, in fatto di vittorie complessive e vittorie in trasferta nell'arco di un campionato di serie A, tenendo una media punti da coppe europee.

Soprattutto mi ha impressionato di questa squadra la capacità di vincere quando si doveva vincere. Genova, Chievo, Bari, Bologna, Cagliari, sono stati tutti crocevia presentati alla vigilia come veri e propri spareggi. Il Cesena non ha fallito un colpo, anzi qualche volta andando anche oltre ciò che gli si chiedeva (a Bologna in tanti avremmo sottoscritto un pareggio), dimostrando una personalità, una forza morale, una maturità e una compattezza di squadra impensabili appena un girone fa, quando ci si sgretolava in preda ad attacchi di panico al minimo accenno di pressione psicologica, spazzati via alla prima piccola folata di vento contrario. Ripensando ai suicidi da psicodramma di Chievo, Sampdoria, Bari, Roma in casa; alle prove scialbe di Udine, Firenze, Napoli, Bologna, si fatica a credere che trattavasi della stessa squadra, che ora colpisce spietata nei secondi tempi, dopo aver fatto sfogare l'avversario.

Il Cesena è cresciuto col suo allenatore, e il suo allenatore è cresciuto con il Cesena. Finalmente si è creata quella simbiosi che all'inizio si era faticato a realizzare. Le due entità, sino ad un certo momento separate, si sono fuse in un corpo unico, e il bruco del girone d'andata (comunque condotto sempre in linea di galleggiamento senza mai perdere di vista la quota salvezza), si è tramutato in una splendida farfalla che si sta librando verso un fiore speciale, che ha le sembianze del prossimo campionato di serie A (sono ammessi toccamenti e scongiuri vari, io non sono scaramantico e sono molto tranquillo riguardo a ciò che accadrà domenica).

Inutile e superfluo a questo punto della stagione addentrarsi in analisi tecnico-tattiche, anche perché la squadra ha assunto una sua precisa fisionomia, nel solco del credo tattico dell’allenatore, all’interno del quale i giocatori si muovono come ingranaggi di un meccanismo ad orologeria. Certo ci voleva un po’ di tempo, e tanto lavoro, e coloro, come il sottoscritto, che tra le perplessità generali, non si univano al coro dei “vaffa” allo stadio, o delle invettive sul forum, nei momenti più bui della gestione Ficcadenti, cercavano semplicemente di far passare questo concetto, forse vedendo un film (mi tocca citare Igor, ma la metafora è azzeccata e intrigante) che altri non riuscivano a vedere.
Secondo me ad esempio, il primo tempo con l'Udinese in casa, è stata una delle migliori frazioni giocate dal Cesena quest'anno. Per 44 minuti aveva messo sotto la squadra più in forma del campionato, non permettendole un solo tiro in porta. Solo una "patacata" di Colucci, che perse palla al 44° sulla sua trequarti, costrinse Von Bergen al fallo dal limite. Poi ci pensò Di Natale, a dipingere una traiettoria più alla Giotto che alla Pinturicchio. Goal-mazzata allo scadere del primo tempo, e secondo tempo in carrozza per i friulani. Ma dietro quello 0-3 c'era una prestazione gagliarda e un risultato bugiardo. Nonostante ciò, al termine della partita, l'intero stadio insorse contro l'allenatore e solo un presidente, che da tre anni è toccato dalla grazia divina, in buona o in cattiva fede fece l'apparente follia di riconfermarlo, parlando di quel famoso, immaginifico film...

La mia analisi sul tecnico si ferma all’aspetto puramente tecnico e dei risultati sportivi. So che ci sono tifosi che prescindono dal mero aspetto statistico, e imputano al tecnico scarsi valori morali, cattiva gestione del gruppo, o che non ne apprezzano l’apparente scarsa combattività.
Non avendo abbastanza elementi di conoscenza diretta per valutare l’uomo Ficcadenti, se non le classiche voci di corridoio, che però stranamente sono cessate con l’avvento dei risultati, mi esimo dal giudicare, tenendo però a dichiarare che ritengo ingeneroso crocefiggerlo per una battuta, per quanto infelice, fuoriuscita dalla sua bocca in un momento particolarmente complicato e teso per lui. E mi riferisco al famoso appellativo di “cazzari”, affibbiato a non meglio precisati individui dell’entourage cesenate. Giornalisti? Tifosi? Entrambi? Mah.. Posso dire che a mio avviso l'episodio è trascurabile, e il peccato veniale? Vabbè, l'ho detto..
E del resto, potremmo anche cominciare a smetterla di dividerci in fazioni sui giudizi sull'allenatore, visto che i segnali che si percepiscono dall’ambiente sono quelli di un addio a fine stagione, con buona pace dei detrattori e qualche dispiacere di altri; se non altro per il fatto che, una volta completato il rodaggio e il periodo di ambientamento, probabilmente la seconda stagione alla guida della squadra, sarebbe stata priva di quei dazi pagati quest'anno proprio al faticoso inserimento di Ficcadenti nel contesto cesenate. In linea generale poi, il secondo anno di un allenatore alla guida di una squadra è spesso il migliore, avendo già una conoscenza completa dell'ambiente e del materiale umano a disposizione. Ma tant'è. Probabilmente si cercherà di eliminare ogni forma di turbamento alla serenità dell' ambiente, anche alla luce di ciò che si è udito e letto all'indomani della partita con l'Inter, quando, una sostituzione opinabile, ma non certo incomprensibile o astrusa, è bastata per scatenare sul tecnico la solita ridda di accuse di incompetenza e di inadeguatezza, al ruolo di allenatore del Cesena.

Tornando al campo, siccome la perfezione non è di questo mondo, diciamo che l’unico ingranaggio ancora non ben oliato ha le sembianze svagate di Yohan Benalouane, che per un attimo, contro l’Inter, ci ha fatto riammalare della vecchia sindrome da minuti di recupero, tanto temuta nel girone d’andata. Considerato che il franco-tunisino è un patrimonio della società, e che pare abbia stipulato un contratto pluriennale, consiglierei per lui, alla società stessa, per le vacanze estive, un proficuo "stage" alla "Premiata Scuola Calcio Fabio Calcaterra", con particolare attenzione al seminario: "Marcatura ad uomo: come appiccicarsi all'attaccante, dal fischio d'inizio alla doccia".
Ne uscirà sicuramente un uomo migliore e un giocatore migliorato.

Ma, nonostante le manchevolezze difensive del ragazzo contro l’Inter, la squadra è stata talmente avversata da questo tipo di mazzate psicologiche, da esserne uscita addirittura rafforzata, e quasi immune. Ha incassato, ha metabolizzato e ha reagito alla grande. Retaggio di un gruppo che l’anno passato, ad ogni sconfitta rispondeva puntualmente con una vittoria.
Evidentemente non tutto si è disperso, di quello spirito che Mister Bisoli aveva saputo infondere, del quale i giocatori reduci da quell’annata, hanno fatto tesoro, riuscendo magari a trasmetterne qualcosa anche al nuovo allenatore, che faticosamente si è sempre più immedesimato e amalgamato con questo gruppo, che ora sembra avere saldamente in pugno. Ruota giocatori, cambia modulo in corsa, fa sostituzioni senza paura e senza timori reverenziali per alcuno, tanto che i più sostituiti sono i giocatori più amati e forse più forti e carismatici, come Giaccherini e Jimenez. Va diritto per la sua strada, forte di risultati che gli hanno infuso quel coraggio e quella sicurezza in se stesso, che inizialmente, comprensibilmente mancavano, insieme all’esperienza di un campionato di questo livello. Comunque vada, il mio personale applauso ai ragazzi e all’allenatore sarà doveroso.

Ora scusate, vado a rispolverare la mia vecchia bandiera di Verona e Piacenza. Che pacchia tifare Cesena, ultimamente.. ;-)

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