Rubriche - Giochiamo in casa
“Ciao e grazie per il passaggio. Ci sentiamo per Busto. Dai Cesena”. Lo lascio in questo modo alla stazione ferroviaria di Rho alle 17.32 il migliore in campo della partita. Lo lascio dove l’ho trovato circa cinque ore prima, carico come una balestra. Arriverà nella langa piemontese dopo un viaggio in treno di un’ora e mezza. Questa volta farà in fretta e non gli sembra neanche vero. E’ abituato a viaggi molto più lunghi, qualche volta in solitario, per vedere una partita del Cesena. Siamo usciti dallo stadio provati ed appagati, nonostante un pareggio immeritato. Certe volte capita di vedere uno 0-0 come una mezza vittoria, ma non in questa occasione. Prende lo zaino dal bagagliaio e accompagna la sbornia verso l’entrata della stazione. Ci sentiamo per Busto. Non vedo l’ora, amico.

La mattina di domenica comincia in un modo diverso da come l’avevo organizzato. Devo passare a prendere il piemontese in stazione. Arriva per mezzogiorno e quaranta, e per adesso sono in anticipo. Sono scappato dalla casa paterna. Troppa scaglia prepartita per gestire relazioni sociali con parenti. Al terzo “Sei sicuro di non voler mangiare qualcosa?” ho armato di volontà propria gli arti inferiori e ho scelto la fuga. Sono qui da venerdi e comincia a mancarmi la distanza che mi separa dal parentado. La partita con il Legnano è un mezzo derby per me. Ho vissuto diverso tempo in queste zone lombarde, dove di bello hai solo il momento in cui torni a conciliarti con il letto la sera. L’idea originale era quella di arrivare allo stadio a piedi, e la bella giornata che accompagnerà i bianconeri in trasferta invita davvero a una salubre (e un pò tossica) passeggiata. Salgo in macchina e parto, in direzione Rho. Sono le undici e mezza e dalla prima meta della giornata mi separano circa venti minuti di strade che si riveleranno deserte. La domenica mattina nel milanese è davvero la giornata dei morti. Le persone escono solo per due motivi: andare a messa o passare dai propri cari nei cimiteri di zona. Il mio amore per il Cesena nasce sicuramente sul treno dello spareggio per San Benedetto nel 1987. Il fidanzamento ufficiale, però, prende vita durante la mia parentesi padana. Da queste zone sono partite epiche trasferte verso ogni luogo del nord italia, e mentre guido senza fretta sul Sempione i ricordi prendono il sopravvento, con una certa dose di nostalgia.

Non ero da solo a macinarmi chilometri, anche perché in quegli anni la patente era ancora una chimera da adulti. C’era sempre una persona con me a condividere tutte le emozioni dei viaggi verso il Cesena. Fino a quando un platano non ha deciso di assorbire la sua essenza in un freddo giorno di inverno. Ricordo il maestoso striscione a lui dedicato appeso nella balaustra della Curva Mare appena sopra al mitico ‘weisschwarz brigaden’. Mentre porto la macchina come un automa all’assiderale velocità di 50 km/h mi ritornano freschi ricordi, come se non fossero passati più di 20 anni, ma solo pochi minuti. E’ come un viaggio temporale, dove i fotogrammi riprendono colore, ma la base è sempre bianconera. Come un fulmine arriva a comporsi la visione di lui e dei suoi due degni compari, mentre corrono da via veneto verso la tribuna dello stadio. Più che una corsa era una fuga, e subito ho capito di cosa si trattava visto che l’avversario era il Genoa. Da dietro si alzavano urla e volava sulle loro teste più di qualcosa. Il Gruppo di amici che si dava appuntamento vicino all’albero del parcheggio nel lato sinistro della curva non ci mette mezzo secondo a capire e parte in supporto. Gli scontri non durarono molto in quell’occasione per l’arrivo dei carabinieri. Sarebbero ripresi a fine partita intensi e cattivi, in un tempo dove la parola mentalità non si trovava nel vocabolario degli ultras. I tre reduci da quello che in un futuro ancora lontano chiameranno ‘settore ospiti’ mostravano segni di lotta. Lui addirittura un bel rigone vicino alla giugulare prodotto da un cacciavite. Dai bomber ufficiali escono due sciarpe rossoblu marchiate 'Fossa dei Grifoni', che verranno bruciate all’interno dello stadio durante la partita. Mi fermo a bere un caffè, perché la nostalgia sta vincendo. Mentre entro nel bar a 5 km dalla stazione ripenso agli abbracci del gruppo ai ragazzi per l’impresa. La festa con gli amici per qualche trofeo conquistato era la parentesi più bella dell’appartenenza ad una curva. Non mi volevano dietro ancora. Non per la mia età, ma per non dover giustificare a mia madre eventuali ferite o arresti. Non avevano paura di niente, se non l’ira funesta delle donne di casa. L’avevano provata più di una volta e sapevano cosa aspettarsi. Abbiamo condiviso l’ultima casa in un paese adiacente Legnano, ed è per questo che per me è una partita speciale, alla quale non posso assolutamente mancare. Ci sarà anche lui, lo so. A dire il vero c’è sempre, ma oggi romperà i coglioni più del solito visto che è la trasferta più vicina al suo compleanno. Rifletto un attimo e mi convinco di non credere alle coincidenze. Arrivo in stazione in preda alla malinconia. Appena vedo il futuro migliore in campo capisco che anche oggi sarà un giorno in cui siamo disposti a tutto per far vincere il Cesena. Comincia a cantare appena mi vede, come al solito. Un abbraccio intenso e siamo pronti. Perché il Cesena è la squadra che amiamo, di tutto il resto ce ne freghiamo.

Non c’è il tornello. Niente biglietto nominale. L’addetto all’ingresso sorride e scherza. Non sono a vedere una partita di calcio, ho sbagliato destinazione. Ho un attimo di smarrimento e vinco l’imbarazzo iniziale scherzando anche io con chiunque è a portata. Il controllo del materiale e la perquisizione personale passano attente, ma discrete. Con un trucco porto dentro anche l’accendino. E’ sempre una vittoria. Veniamo sistemati in gradinata e non in curva. La visuale non è il massimo, macchissenefrega. Non vendono alcolici al bar e il gobbo che serve mi impone a non comprare niente. Poveretto. Un giovane romagnolo, fiero, aiuta tutti ad appendere bandiere e pezze, e si piazza in mezzo a noi per tutta la partita. Più che una sorpresa si rivelerà una bella conferma. Quando vedo entusiasmo vero in un giovane mi esalto sempre. Qualcuno sta male da un paio di giorni e si defila, ma in quelle condizioni più della presenza non si può proprio fare. La partita fugge via in un binario già conosciuto a San Benedetto. Dominiamo, ma non riusciamo a segnare. I ragazzi giocano bene, ed è un piacere sostenerli. Rispetto all’abulica squadra dello scorso anno questa almeno ha un cuore. Gli sms di chi voleva esserci, ma non ce l'ha fatta accompagnano i due tempi di gioco, intensificandosi durante l'intervallo. Sprechiamo una serie infinita di palle gol. Di qua e di la due bei gruppi a sostenere le due squadre, aiutati anche da una splendida giornata, ideale per cantare e dannarsi. Alla fine sale un po’ di delusione e qualcuno fischia. Sono esausto e senza voce, e non sono l'unico. Uno sguardo tra i miei vicini per capire che, più di così, noi non potevamo fare. Un regalo di compleanno collettivo.

Esco a Imola per fare il pieno e prendo la via Emilia. Arriverà il giorno che potremo cambiarle il nome? Troppo traffico in autostrada il lunedì mattina, e io non ho fretta. In definitiva, cosa posso fare di meglio che attraversare la Romagna? Caffè a Faenza, birretta a Forlì, letto a Cesena. Siamo a casa.

Jailbreak.