Rubriche - Giochiamo in casa


Catania

Poco prima di atterrare te lo trovi come per incanto ad occupare la visuale dell’oblò dell’aeromobile, in tutta la sua imponenza. L’Etna vigila la città di Catania come un mastino pronto a mordere dopo giorni di digiuno, prendendosi cura del destino di una Terra magnifica e, allo stesso tempo, vissuta da un popolo in netta contrapposizione con il modo di vivere a cui siamo abituati. Basta la parola ‘Catania’ per mettere a disagio un tifoso bianconero che ha avuto la possibilità, almeno una volta, di assistere ad una partita del Cavalluccio al Cibali. Il periodo pre-raciti ha visto splendere la tifoseria etnea di luce propria, rimbalzando in ogni angolo d’Italia con un orgoglio e una cattiveria fuori da ogni schema logico. Ho sentito spesso in questi anni la epica frase ‘non ho mai avuto tanta paura di morire come a Catania’ in numerosi partecipanti alla doppia trasferta di qualche anno fa, in particolare riferimento all’anno dei play-off di Castori. Nonostante qualche decennio di vita di curva ribadisco ancor oggi il concetto di quella sensazione avuta dai 180 partecipanti a quella sfida durata, per noi, solo il secondo tempo.

Non potrò mai dimenticare l’astio e l’aggressività di uno stadio e di una città intera nei nostri confronti, tanto da far sembrare le trasferte a Bergamo e Bologna passeggiate di pura salute sportiva. A Catania tutto è all’eccesso: la follia collettiva, l’amore per la maglia, l’arroganza delle forze dell’ordine, il rifiuto per ogni regola di buonsenso. E mentre elevo al cielo per l’ennesima volta il suono di una sirena e sfreccio con vigile attenzione nel traffico dei nostri paesi mi tornano in mente le frenesie di quel martedì di gennaio, dove un manipolo di tifosi bianconeri hanno vissuto al confine della realtà. Mai come in quell’occasione solo chi era presente ha potuto davvero capire cosa è realmente successo, ma solo dopo esserci ripresi dagli spasmi creati da gas lacrimogeni proibiti dalle convenzioni internazionali. A Catania tutto è possibile anche alla Polizia, con le tifoserie del continente. Solo con quelle, ovviamente. Mancano poche ore alla partita più strana della nostra storia, che ci vede da due giorni primi in classifica del massimo campionato, dopo avere espresso un calcio anche apprezzabile. Strappare punti al Cibali sarà complicato. L’ambiente non ci è favorevole, la storia ci ha sempre visto penalizzati in quello stadio. L’Osservatorio del Pregiudicato ci ha vietato di assistere alla partita, dimenticando in un solo istante chi fu ad accendere gli animi nelle due ultime occasioni. La possibilità per andare ad assistere alla disputa, comunque, si è presentata sotto forma di business di un’agenzia viaggi di Cesena, che con 350 euro garantisce volo e accredito stadio in tribuna a chiunque sia abbastanza facoltoso da poterselo permettere. Eh si, il calcio resta sempre lo sport più popolare destinato ad un pubblico di agiati e comodi signori. So che qualche esponente dei gruppi della Curva Mare ha deciso di usufruire degli accrediti e si è imbarcato verso la dannata Terra di Sicilia. Stasera alla Bombo, tra un coro e una birra, avrò anche il tempo di discutere sulla reale necessità di allinearsi al sistema pur di fare presenza. Lo scopo è nobile, anche se questa volta il fine non giustifica i mezzi. Si può contestare la decisione di un tifoso di tesserarsi, salvo poi partire con loro per andare a vedere la partita? E’ giusto usufruire degli accrediti societari per dribblare un provvedimento di divieto del Ministero? Carico l’ennesimo ipocondriaco mentre questi dubbi aleggiano nella mia mente, e stavolta non trovo soluzione. Il pensiero di sapere che un pulmino ultras bianconero è in giro per la città di Catania senza scorta mi riempie di orgoglio. Considerare che entreranno allo stadio con il Presidente e i vertici paraculati del coordinamento mi fa salire dell’acido gastrico. Poco male, tra qualche ora mi godrò una Bombo bella piena, un Cesena capolista, un supermegaiper hamburger e le risate dei miei amici.


Edmeo
Se avessi un euro per ogni volta che ti ho pensato potrei diventare il nuovo Presidente del Cesena, e so già che saresti orgoglioso di me in questo ruolo. Nonostante abitassimo a pochi km di distanza, invece, ho avuto occasione di parlarti solo due volte, ed entrambe le ricordo con particolare simpatia. La prima fu l’anno della retrocessione dalla serie A, proprio subito l’esonero di Lippi. Ti incontrai nel solito bar che evitavo con convinzione e mentre assaporavi il tuo caffè ti feci la domanda a bruciapelo: ‘Presidente, dopo Lippi non è ora che si esoneri anche lei?’. Era un brutto momento per te, nervoso e triste per le vicende che il Cesena ti stava regalando. Ultimo posto in classifica, giocatori assolutamente sbagliati, una curva in aperta contestazione, giornalisti che bramavano teste e culi di tutto il consiglio di amministrazione. Ricordo molto bene lo sguardo inferocito rivoltomi subito dopo la domanda. In quel momento ho ringraziato che non giravi armato, avresti anche potuto eliminarmi senza rimorso. Un attimo dopo, forse grazie al compatimento provato verso chi ti stava di fronte, hai alzato le spalle e con una calma serafica tanto lontana dal tuo carattere acceso e spontaneo mi dicesti una frase che non ho mai dimenticato: ‘e mi burdel, il giorno che non ci sarò più mi rimpiangerete. Non lo dico con presunzione’. Ti guardai con ammirazione e capii subito che avevi ragione. Non ci sarebbe stato mai più un altro Edmeo, con tutta la sua carica di umanità e spontaneità, che spesso portava all’insopportabilità. Un uomo che faceva il calciomercato con le strette di mano, dove i contratti erano vincolati dalla parola e non dalla penna. Spesso ti sei sbagliato, come con l’affare Rizzitelli, ma solo perchè l’ingenuità ruspante ti imponeva di fidarti di gente arraffona e egoista. Ora che siamo qui a piangerti sul sagrato del Duomo di questa Cesena che hai aiutato a crescere e a far conoscere nel mondo ricordo con affetto anche il nostro secondo incontro, avvenuto sempre nello stesso bar poco dopo che avevi passato le quote della Società a tuo figlio Giorgio. Ero accompagnato dal colei che mi ha creato, che rimase un pò in disparte non avendo capito con chi stavo dialogando. Ti feci una semplice domanda, coperta da un ghigno ironico: ‘Presidente, ma allora è vero che i figli nascono proprio dai maroni?’. Con la tua consueta dose di sarcasmo indicando la signora che mi stava accompagnando mi rispondesti: ‘Patacca, chiedilo alla tua mamma’. Risi di gusto e ti pagai il caffè, nonostante le tue rimostranze. Ciao Edmeo, nonostante ti abbia spesso odiato so già che ti rimpiangerò. Simbolo di un calcio passionale e popolare, lontanissimo dal ‘prodotto’ che anche la nuova dirigenza dell’AC Cesena ha contribuito a costruire. Riposa in pace.


Udine

Ci ho provato per tutta la settimana a convincermi, ma non c'è stato niente da fare. Poi è arrivato il turno extra del sabato mattina a togliermi ogni facoltà di decisione e questa volta non ho protestato più di tanto. Nello stadio che da poco ha sancito la nostra terza sconfitta consecutiva ci sono stato lo scorso maggio per assistere al concerto evento dell'anno. Quella volta non ho provato il senso di nausea che mi aleggia dentro da un paio di mesi, forse dovuta alla numerosa e simpatica compagnia. Una gran bella giornata, al contrario di quella di oggi. Al Friuli il calcio che mi ha regalato passione e aggregazione è morto definitivamente. Giocare una partita alle 18 di sabato è un insulto, e poco mi consola sentire le solite persone tentare di porre giustificazioni su questa oscenità. Il calcio è cambiato, ti devi adeguare, le tv comandano, bla bla bla. Se il mondo è in continua involuzione non significa che debba prostrarmi alla volontà di chi brama potere e denaro. Appartengo ad un'ultima setta di romantici, che si commuovono ancora oggi a vedere il proprio drappo esposto in uno stadio. Di quel genere che per amore possono sopportare per anni ogni ingiuria e sopruso, salvo poi interrompere di netto quando dal vaso tracima un pò della merda che i signori del calcio ci hanno infilato dentro. Ho la nausea, e non c'è plasil che possa farmela passare. Nemmeno la divisione tra le due categorie di tifosi riesce a colmare questo mio malessere, e mentre aspetto di vedere le azioni su internet capisco che occasione ha perso la tifoseria cesenate per far sentire la propria voce e la propria voglia di sopravvivere ad un calcio in mano a persone incompetenti e arraffone. A parte un piccolo manipolo di sopravissuti alla lobotomia, è evidente come il popolo bianconero si sia arreso senza combattere alle ingiustizie del potere, anzi avallando quei comportamenti che in ogni democrazia dovrebbe eliminare. In fondo rispecchiamo appieno la società che ci ospita in questo XXI secolo, dove le ideologie sono state soppiantate dalla tecnologia, eliminando la facoltà di giudizio e le decisione nelle menti delle persone. Il NO ALLA TDT è molto di più del diniego ad un provvedimento fascista e forzatamente anticostituzionale. E' un modo per non accettare passivamente i diktat di una classe politica corrotta e immanicata nel sistema economico di questo paese. Il Calcio è la 4° economia italiana, per molti. Per me è una passione che vivrò con una estenuante nostalgia di qua in avanti. Ringraziando la Curva Mare per quello che è riuscita a trasmettermi in questi oltre 25 anni di presenza e odiando alla morte chi la sta conducendo all'oblio. Nessun compromesso, nessuna resa. Udine: assente volontario, per non sentirmi un tesserato.


Jailbreak.