Rubriche - Pagine Gialle

Dell’ultima promozione del Cesena in serie A…scusate, ricomincio: della penultima promozione del Cesena in serie A riserbo vaghissimi ricordi. Ero un bambinetto di 5 anni, che cresceva a piadina e Spuntì, rigorosamente al tonno; il calcio, in casa mia, era un optional: avevo un parente calciatore e in famiglia ci si limitava a seguire le sue gesta, senza tifi pro o contro. Tutto quello che sapevo sul Cesena lo apprendevo da un cugino molto più grande di me, presissimo dai colori bianconeri. In quegli anni, ciclicamente mi passava a prendere, facendomi provare l’ebbrezza della velocità col suo 125 e in brevi sedute full immersion di mezz’ora, mi raccontava tutto lo scibile su quella che sarebbe diventata la mia squadra del cuore. Bordin, Sala, Aselli, Sanguin…provavo a impararli a memoria gli eroi della promozione e non solo loro; ma all’epoca ricordavo a malapena i nomi dei protagonisti di Voltron, che se non vado errato erano “contati” giusto per un calcio a 5 senza riserve. Poi, c’era Cuttone che abitava vicino a me, Schachner che non ci abitava più, ma ogni tanto in estate tornava da queste parti e lasciava il figlio a giocare tutto il pomeriggio a casa mia, nonostante le nostre famiglie non si conoscessero. Una volta, io e Schachner jr facemmo infuriare il padre per un prestito secco senza diritto di riscatto della mia bicicletta; lì per lì, ho temuto che non sarei mai potuto diventare un vero tifoso del Cesena; fortunatamente, non sta scritto da nessuna parte che se fai incacchiare Walter, sei fuori da giochi!

 

Poi arrivarono, in ordine sparso, Silas e Amarildo, il grande Jozic e tutta la tradizione dei portieri nostrani; il Condor, Rizzitelli e il ritorno del mitico Adriano, che ho avuto la fortuna di ammirare negli ultimi anni di carriera. Insomma, eravamo in serie A! Ed era uno spettacolo vedere ogni domenica la faccia rassicurante di quel brav’uomo di Paolo Valenti, che leggeva a tutta Italia il nostro risultato, al quale a dir la verità non davo nemmeno troppo peso. Mi accontentavo di sentir menzionare “Cesena” in tv; se poi riuscivamo a vincere, magari contro una squadra blasonata, la soddisfazione era doppia.

La retrocessione del ’91, invece, la ricordo abbastanza nitidamente: ricordo un giovane Maffei annunciarci in serie B con una serenità disarmante; ecco, da quel giorno, provo un sentimento di repulsione ogni volta che lo vedo. Oddio, lui stava facendo il suo lavoro e di certo non pretendevo le lacrime in diretta; ma un po’ più di rispetto, almeno per noi tifosi di primo pelo alle prese con la primissima delusione calcistica me lo sarei aspettato. Maffei lo ritengo tuttora un giornalista discreto, un pelo sopra la media dell’ignobile panorama giornalistico di mamma Rai. Ma fatico a reprimere l’avversione nei suoi confronti! Di base, non ce l’ho con lui: però, quando sento la sua voce o vedo la sua faccia, riaffiora in me il ricordo della tranquillità disarmante con cui annunciava il Cesena in B e mi girano ancora, a distanza di vent’anni.
Al Cesena ho incominciato ad appassionarmi visceralmente in quegli anni e sono diventato bianconero militante proprio dopo quella retrocessione. Nelle successive tredici stagioni di B e sei di C, abbiamo visto tutto e il contrario di tutto: giovani del nostro settore giovanile diventare calciatori veri, purtroppo quasi sempre da altre parti (penso a Biondini, Ambrosini, Pozzi e lo sfortunato Comandini); veri e propri idoli indiscussi fare scelte diametralmente opposte (Confalone che va al Bologna; Cavalli che rifiuta il Rimini; Hubner che rifiuta tutti, ma poi finisce capocannoniere in serie A; e Pestrin che va in A ma ci resta meno di quello che avrebbe meritato); talenti comprensibilmente incompresi (Salvetti e Piccoli) e parecchi giocatori terrificanti (chi se lo ricorda Andrea Cottini? Un gigante buono, con i Lotto verdi e le guance perennemente paonazze).

 

Dopo 20 anni di attesa, il 30 maggio scorso siamo tornati nell’Olimpo del calcio e tutti quanti avremmo sognato un’estate diversa rispetto a quella che in realtà abbiamo vissuto: personalmente, mi sarei aspettato un’altra festa, un’altra bolgia, un’altra atmosfera. Di ritorno da Piacenza, mi immaginavo già le rassicurazioni di Edmeo: va a finire che anche questa volta ci viene a raccontare che con due stranieri e i nostri ragazzi facciamo un altro salto di qualità. Avevo ancora negli occhi le bellissime immagini risalenti a qualche anno fa di Palermo in festa, che ritrovava la A dopo tempo immemore. Ecco, il giorno dopo Piacenza, sognavo di risvegliarmi in una Cesena vestita a festa. E invece è mancato quasi tutto. Va bene che a Palermo probabilmente hanno più tempo libero per organizzarsi, ma la città ha vissuto la serie A (che volenti o nolenti, è un evento per tutti) in maniera distaccata. Col passare dei giorni e la spia dell’entusiasmo sempre più in riserva, ho pensato che la festa fosse nel cuore della gente e chissenefrega se di bandiere e vessilli se ne vedono pochi in giro; ma in realtà c’era qualcos’altro che impediva a noi cesenati di gioire per il clamoroso risultato sportivo raggiunto: l’autogol della festA, le polemiche sulla tessera del tifoso che hanno scisso il tifo, l’allontanamento di mister Bisoli prima e la scelta del nuovo tecnico poi (nei confronti del quale la piazza ha avuto un atteggiamento pregiudizialmente ostile), il discutibile reintegro in società di Minotti e un calciomercato avaro di emozioni ci hanno riportato malinconicamente coi piedi per terra. Cesena non sarebbe riuscita a godersi appieno la promozione in serie A. E così è stato.

Curiosamente, in quasi tre anni di presidenza, il consenso di Campedelli non è mai stato così basso come in questa estate post promozione (nemmeno quando pensava di salvarsi dalla C con Esposito e Paponi). A incidere maggiormente, la scelta di non affidare più la conduzione tecnica a Bisoli, che magari aveva dei modi tutti suoi di interagire con il mondo, ma le cui qualità tecniche sono indiscutibili e avrebbero fatto molto comodo alla matricola Cesena. Inoltre, in una categoria nuova e totalmente sconosciuta a tutti (società, squadra e piazza), era consigliabile fare affidamento sull’entusiasmo generato dalla doppia promozione, con la conferma in blocco del tecnico e del gruppo (specialmente per chi come noi non naviga nell’oro ed è costretto a fare di necessità virtù). Così non è stato. Il rapporto fra Bisoli e la società era ormai logoro da diverso tempo: così come in pubblico il mister si distingueva per un atteggiamento ultrapaternalista nei confronti dei giocatori, pare che in privato avesse una condotta tutt’altro che aziendalista, preferendo vestire i panni di leader dello spogliatoio piuttosto che quelli di dipendente del Cesena Calcio. E l’indole di capobranco probabilmente non è andata giù a Campedelli, che ha fatto una scelta azzardata, ma assolutamente legittima dato che i soldi li caccia fuori lui, sicuramente coraggiosa. Ora, sarà il campo a dire se in questi due anni la fortuna del pres sia stata quella di scegliere Bisoli, oppure se oltre al culo (che nel calcio è indispensabile per vincere) dimostra anche fiuto e competenza.
Per quanto riguarda Ficcadenti, in passato i nuovi tecnici (specie se successori di eredità pesanti) sono sempre stati “annusati” con diffidenza dalla piazza (ricordiamo il “Castori, taci e lavora” e le difficoltà iniziali di Bisoli, costretto a convivere con il fantasma dello stesso Castori), ma Ficcadenti ha ricevuto un trattamento a dir poco unico, figlio di una carriera al momento tutt’altro che esaltante e di tanti pregiudizi, probabilmente originati dal fatto che, dopo anni di “animali” da panchina e motivatori tarantolati (Iachini, Castori e Bisoli), Ficcadenti ricalca un modello di allenatore che fa del self control il suo segno distintivo, un tipo di allenatore a cui Cesena non è più abituata (Vava chi?). Inizialmente, ammetto di essere stato fra i più critici e di aver contribuito ad appiccicargli l’antipatica etichetta di “predestinato”; in realtà, l’obiettivo delle mie invettive non era di certo il mister, ma Campedelli che, oltre ad aver dato il benservito a Bisoli, aveva scelto il candidato con meno appeal, provando nonostante tutto a vendercelo come il migliore sulla piazza.

Quest’anno, come non mai, risulta veramente difficile dare un giudizio globale al calciomercato condotto dal Cesena, caratterizzato da alcune operazioni valide (come il riscatto di Parolo e Malonga) e altre operazioni discutibili (come la cessioni di patrimoni della società come Djuric e Schelotto, sacrificati per esigenze di bilancio). Leggendo i commenti sul forum, analizzando i voti del relativo sondaggio e ascoltando le immancabili chiacchiere da bar, mi accorgo di condividere opinioni e posizioni diverse fra loro, a volte anche opposte; condivido il 5 del pessimista che ritiene la rosa “spuntata” (attualmente lo è) e condivido il 7 dell’ottimista, che considera Budan un ottimo acquisto per novembre/dicembre. Ritengo che sia proprio intorno a questo giocatore che si snodi tutto il nostro calcio mercato. Se il croato dovesse riprendersi nel giro di breve, allora Campedelli avrebbe messo a segno un ottimo colpo che, unito a quello di Jimenez, permetterebbe a Ficcadenti di disporre di un discreto organico, impreziosito da due giocatori di indiscusso valore, abituati alla categoria; diversamente, se quella di Budan dovesse trasformarsi in una nuova telenovela Bucchi, si aprirebbero scenari inquietanti: con il solo Bogdani a ricoprire il ruolo di punta centrale nel 4-3-3 ficcadentiano, ci si dovrebbe affidare al fiuto del gol della cooperativa di difensori e centrocampisti, sul quale si è costruita la recente promozione in A oppure a un’improvvisa conversione dell’albanese a qualche dio della fertilità (e con Ficcadenti in panchina è già capitato; ma si parla di un lustro fa, che nel calcio è 1/3 della carriera di un giocatore). L’anno scorso, la forza (e la fortuna) del Cesena fu proprio la perfetta alternanza di quattro giocatori offensivi durante tutto l’arco della stagione; quest’anno, aumentano le incognite e il coefficiente di difficoltà della categoria.
A seconda della disponibilità delle punte centrali, Ficcadenti dovrà pensare a moduli alternativi, dato che Malonga ha caratteristiche diverse da Budan e Bogdani, più idonei del francese a giocare spalle alla porta, congelare palloni e far salire la squadra. Ad ogni modo, il mister, il giorno della sua presentazione, ha dichiarato che l’unico punto fermo del suo credo tattico è la difesa a 4; e ha già dimostrato di non essere così rigido nell’impostazione della squadra, provando impianti di gioco diversi dal 4-3-3. Bisoli ci ha abituati a ripetuti cambi di modulo; lo stesso Castori ha proposto diversi abiti tattici nei suoi anni in bianconero, partendo dal 4-2-3-1, passando al 4-4-2 e costruendo poi le sue fortune sul 4-3-3 (leggendaria l’intervista che rilasciò al termine di una rifinitura: alla domanda se il 4-4-2 fosse il modulo che aveva deciso di sposare, rispose con il solito spirito che lo contraddistingue “io ho sposato mia moglie, mica il 4-4-2”, seguito da una roboante risatona). Auguriamoci, dunque, che anche Ficcadenti decida di non sposare esclusivamente il 4-3-3, ma adatti il modulo al materiale che avrà a disposizione di volta in volta. A proposito di Volta, il fallimento della trattativa con la Samp è forse l’unico rammarico di questo calciomercato: il rinnovo del prestito di Massimo sarebbe stato il vero colpo che avrebbe puntellato la difesa, reparto per il quale sono stati ingaggiati giocatori interessanti che ci speriamo possano reggere la categoria; in particolare, l’esperienza di Pellegrino e il dinamismo di Von Bergen sembrano completarsi alla perfezione. Il fatto, però, che siano giunti tanti stranieri, se da un lato ha portato benefici in termini di diminuzione dei costi, dall’altro lato potrà avere risvolti negativi nell’amalgama dell’organico. In questo, sarà fondamentale il ruolo dello zoccolo duro, specialmente dei senatori del gruppo (Lauro, Piangerelli, Antonioli) che dovranno aiutare i nuovi compagni a inserirsi nel contesto calcistico e ambientale.
Capitolo a parte va dedicato a due eroi della promozione, che hanno avuto destini diametralmente opposti: Giaccherini e De Feudis. Se il primo ha vissuto un’estate molto movimentata, da indiscusso protagonista del calcio mercato, il secondo è stato eclissato dalle scelte dell’allenatore, che in quel ruolo predilige giocatori con caratteristiche diverse rispetto al Conte (e l’amichevole di sabato scorso contro la Primavera ha confermato che Gorobsov è un regista con qualità molto simili a quelle di Colucci). Il caso De Feudis doveva essere gestito senza ombra di dubbio con più tatto e più rispetto nei confronti del giocatore, che a mio modo di vedere è stato il miglior interprete della scorsa stagione, sicuramente quello con il rendimento più costante. Ma credo che la soluzione trovata dalla società sia stata la più opportuna, sia dal punto di vista del tecnico, che si ritrova un giocatore a lui gradito, sia dal punto di vista del giocatore, che potrà tornare a sentirsi importante in un grande club che punta alla promozione.