Rubriche - Pagine Gialle

 

Ogni settimana che passa, capisco sempre di più quanto la serie A possa cambiarti la vita. Vai a Villa Silvia per le amichevoli e non trovi uno straccio di parcheggio dove cacciare la macchina; vai allo stadio e sei costretto a entrare due ore prima per non vedere il posto di sempre scalzato dal primo tifoso da evento che capita; vai all’estero e ti accorgi che, mentre fino a qualche tempo fa era necessario appellarsi alle più note (quanto odiate) Bologna e Rimini per collocare la tua città di provenienza, oggi è sufficiente citare Cesena per ottenere qualche timido riscontro. Perlomeno nella vicina Spagna. 
Nel mio recente weekend a Barcellona (si festeggiava l’addio al celibato di un amico) ho potuto toccare con mano come la favola del Cesena sia diventata ormai di dominio internazionale. Stiamo parlando di Barcellona, Catalogna, Spagna. Mica Barcellona Pozzo di Gotto, Sicilia, Italia (per chi non fosse ferrato in materia, la Barça messinese è la cittadina che ha dato i natali a personaggi del “calibro” di Francesca Chillemi, ex Miss Italia, e del giornalista Emilio Fede; mi perdoneranno gli animi più patriottici, ma la Barça catalana si fa decisamente preferire a quella sicula).


Torniamo a noi e al Cesena internazionale: a Barcellona, nella patria di Messi e Villa, è risaputo che il Cesena ha ganato el Milan de Berlusssconi (il nome del premier viaggia sempre di pari passo con un sorrisino sarcastico che ti fa sentire proprio orgoglioso di essere italiano). Due anni fa battevamo di misura il Portogruaro; un anno fa pareggiavamo sul campo di patate di Crotone, con Giaccherini costretto a recarsi a piedi al vicino ospedale per radiografare una spalla malandata, roba che neanche nel Csi…mentre oggi i baristi della Rambla, abituati ad ammirare Messi e a servire sangria e tapas a turisti di tutto il mondo, sanno che esistiamo e che abbiamo battuto il Milan.

 

C’è però chi sapeva della nostra esistenza ancor prima di Piacenza e di quel 30 maggio, ancor prima che si accendessero i riflettori dei media nazionali e internazionali, ancor prima del gol di Parolo che ci ha spianato la strada per il ritorno nell’Olimpo del calcio. A tal proposito, volevo raccontarvi un episodio curioso, capitato sempre in Spagna a me e ai miei compagni di avventura, un incontro a dir poco bizzarro. Ma procediamo con ordine.

Domenica 19 settembre, ore 15. La nostra Bib (Barcellona in bolgia) è ormai giunta al termine, comincia il trasferimento dalla stazione dei pullman verso l’aeroporto di Girona. Nello stesso istante, l’arbitro Rocchi di Firenze fischia l’inizio di Cesena – Lecce. Lo streaming non va e, come se non bastasse, la batteria scarica del portatile rende vani i nostri tentativi di contatto col mondo esterno, che in quel momento è rappresentato esclusivamente dal Manuzzi; le uniche notizie che giungono da Cesena arrivano via sms: Appiah espulso, anzi no, il rosso è per Colucci, Rocchi è in avaria, lo stadio una polveriera. Fine primo tempo. Arriviamo allo scalo di Girona e ci fiondiamo alle salidas (cioè alle partenze) in cerca di una presa per alimentare il computer: la troviamo ai piedi di una colonna in mezzo all’atrio dell’aeroporto e ci posizioniamo “ad anfiteatro” tutti intorno al monitor, con l’ordine e il self control che contraddistinguono noi italiani (resa l’immagine?). 
Lo streaming comincia a funzionare, ma va a scatti. Inizia il secondo tempo, il piccolo aeroporto di Girona è frequentato il giusto e in breve richiamiamo l’interesse di tutti i presenti, un centinaio di persone a voler esagerare, diventando l’attrazione della giornata. A noi poco importa, c’è un secondo tempo da giocare in 10 contro 11. Ogni tanto ci avvicina qualche temerario, per chiedere quale evento focalizzi la nostra attenzione e, fra una pausa forzata e l’altra (la connessione non è ispiratissima), rispondiamo col fare di chi ha poca voglia di parlare e molta voglia di essere in curva a tifare (ma per un amico e la sua ultima vacanza da scapolo, questo e altro!). A un certo punto, scatta Bogdani in contropiede, entra in area, punta l’avversario, scocca un tiro che più che un tiro pare un colpo da biliardo che sta per infilarsi in…streaming bloccato, proprio sul più bello! Cinque interminabili secondi, che in un attimo ci riportano alla memoria quei puntatoni di Holly e Benji in cui l’attaccante di turno scagliava un tiro in porta e immancabilmente partiva la sigla di chiusura, costringendo tutta l’Italia under12 a restare incollata al teleschermo anche il giorno seguente per scoprire l’esito della conclusione (anche se posso affermare con estrema sicurezza che Holly e Tom facevano sempre gol, mentre Mark Lenders ai gol abbinava sempre qualche danno, tipo provocare un trauma toracico al portiere, sfondare la rete, crepare il muro dietro la porta e cose così). 

Lo spettro di dover attendere la puntata successiva viene scongiurato: lo streaming finalmente si sblocca e l’immagine rassicurante di Bogdani che sfila sotto una Mare in delirio ci fa intendere che abbiamo segnato! A essere sinceri, io la palla non l’ho vista nemmeno entrare, ma esulto sulla fiducia. Al nostro vantaggio, tutti gli occhi dei presenti puntano quei dieci massacrati che un secondo prima erano accampati per terra con lo sguardo incollato al monitor, mentre adesso sono in piedi che si abbracciano calorosamente. Ci ricomponiamo a fatica, cercando di non dare troppo nell’occhio, ma ormai è troppo tardi: siamo al centro dell’attenzione e la nostra provenienza comincia ad essere chiara un po’ a tutti. Avete presente gli stereotipi classici degli italiani all’estero? Chessò, lo zaino dell’Invicta, le code disordinate o direttamente bypassate e, da ultimo, il terrificante popopo mondiale? Ecco, un gruppo di selvaggi seduti per terra che scatta in piedi ed esulta barbaramente per un gol in una partita vista in streaming su un portatile, scambiando l’atrio di un aeroporto per il settore ospiti di uno stadio non può che essere made in Italy. I primi ad accorgersene sono proprio alcuni connazionali. Se ne avvicina uno. “Che partita guardate, ragazzi? Ma ha segnato il Cesena? Quindi voi siete di Bari!?”. Nessuno mi aveva mai dato del barese. Oddio, non è che mi dia fastidio essere scambiato per uno di Bari, ma pensavo che la “esse” romagnola e la “ci” (da leggersi rigorosamente “zi”) caratteristica di noi cesenati fossero inconfondibili, come la cadenza da scugnizzo di Troisi o l’accento burino di Totti. Al massimo potrai darmi del riminese o del ravennate; male che vada dell’emiliano: lì per lì la prendo malissimo; ma mi è sufficiente fare qualche respiro profondo e contare fino a 10 che ti ho già perdonato e amici come prima. E poi, riflettendoci su, come può un tifoso di calcio esultare così smodatamente per un gol incassato dagli acerrimi rivali? Potrà essere contento, sorridere, stringere i pugni in segno di esultanza, al massimo sbilanciarsi in un urletto di gioia; io, quando prende gol il Bologna, godo; il giorno della loro ultima retrocessione ero fuori a cena con degli amici e ci siamo limitati a un brindisi per festeggiare. Ok, forse i brindisi sono stati più di uno. Ma poi è finita lì. Nel nostro caso, quindi, le alternative possono essere solo due: o siamo tutti cugini di Bogdani oppure tifiamo Cesena, ipotesi che sfugge al nostro interlocutore, al quale spieghiamo che, oltre ad avere un presidente, una squadra e uno sponsor famoso, il Cesena annovera anche qualche tifoso in qua e in là.

Quando la nostra autostima sta atterrando sotto lo zero, ecco l’incontro che non ti aspetti, il personaggio che impenna le quotazioni della nostra giornata, di per sé storica (primi in serie A dopo 35 anni): si avvicina un dipendente dell’aeroporto, facilmente riconoscibile dall’aria disinvolta con cui si muove all’interno dello scalo e dal giubbetto catarifrangente. Età apparente 35 anni, capello rasato, altezza media e corporatura robusta; il classico tipo che se vedi al pub gli giri alla larga, ma il gilettino giallo fluorescente gli conferisce un’aria indiscutibilmente rassicurante. Si ferma di fianco alla succursale catalana del Manuzzi (cioè noi), guarda il monitor per qualche secondo e comincia il suo show: ci chiede quale partita stiamo guardando. Gli rispondiamo, col tono seccato di chi si è sentito già porre svariate volte la stessa domanda. Il tempo di elaborare le informazioni acquisite e con voce rilassata ed espressione spavalda, il nostro nuovo interlocutore prova a rompere il ghiaccio (la traduzione liberamente maccheronica è la mia): “El Cesena no està en la serie A da 20 anos!”. L’approccio è positivo e degno di nota, anche se da sufficienza stiracchiata, in considerazione del coefficiente di difficoltà abbastanza basso dell’informazione: probabilmente siamo finiti in un articolino di qualche giornale sportivo spagnolo, dove si parlava della favola Cesena. Voglio dire: che manchiamo da questo palcoscenico da ormai una generazione lo sanno anche i muri; anzi, detta così, può suonare anche come sottile pugnetta o, se preferite, come provocaciòn (ma vi assicuro che, in questo caso specifico, provocaciòn non avrebbe chiamato ribeliòn, visto che l’amico ispanico è discretamente tamugno). Poi, continua nella sua lectio brevis (e io continuo con le mie traduzioni alla polla de perro, ossia alla cazzo di cane): “¿Como se llama el goleador del pasado?”. Breve pausa: “Dario Hubner!”. Improvvisamente distogliamo lo sguardo dallo schermo e avvolgiamo l’amico catalano di un’aura di profondo rispetto; insomma, non capita tutti i giorni di andare all’estero e sentire che il Cesena e i suoi protagonisti del passato sono conosciuti e ricordati. Altrochè Giaccherini, el Milan e Bogdani. Bela fadiga conoscere la storia recente, quella che finisce sotto i riflettori! Ciò, questo conosce Hubner (che la serie A l’ha vissuta da protagonista, ma altrove) e nel nostro personalissimo indice di gradimento supera immediatamente i baristi della Rambla. E riprende subito a stupirci: “¿E como se llama el viejo capitán? El calvo!”. Pausa di riflessione e coup de théâtre: “El Calvo Piraccini”. Ora, noi siamo un gruppetto di amici sulla trentina, anno più anno meno. Abbiamo cominciato a seguire il Cesena intorno alla fine degli anni 80, primi anni 90. Hubner e Piraccini sono sempre stati nostri idoli incontrastati e sono i simboli della nostra prima fase di fedele militanza bianconera. La reazione più umana che possiamo avere, dopo esserci ripresi da un comprensibile scompenso cardiocircolatorio, è controllare che non ci siano teleobiettivi indiscreti pronti a confezionare una candid camera. Mentre siamo impegnati a verificarne la presenza, il leader indiscusso del nostro indice di gradimento ci spiazza definitivamente e lancia la volata solitaria ai baristi della Rambla: “Los aficionados del Cesena son le WSB!”. Ok, primo per distacco. Incuriositi e sorpresi da cotante sbadilate di cultura blanconegra, gli chiediamo per quale motivo sia così ferrato in materia. “Me gusta el tema ultras” ci risponde, congedandosi e augurandoci “buena suerte”. 

Dunque, ricapitolando, questo tizio ci ha detto nell’ordine: che non salivamo in A da 20 anni, che il bomber del passato era Hubner, che il vecchio capitano era “El Calvo” Piraccini e che gli ultras del Cesena sono le Wsb. I baristi della Rambla sapranno che esistiamo e che abbiamo battuto il Milan, ma non sono nessuno al suo cospetto; e poi, se vogliamo dirla tutta, quella sangria che ci han servito non era nemmeno il massimo e le tapas avevano un retrogusto di rancido. Ah, e mi sono dimenticato di dirvi che all’aeroporto di Girona c’è del personale veramente gentile, disponibile e competente. Bisognerà che scriva alla direzione per porgere i miei complimenti. Adiòs a todos!