Rubriche - Pagine Gialle

Negli ultimi mesi abbiamo fatto il pieno di emozioni, perennemente in corsa sul Katun bianconero: la promozione, l’esordio in A, addirittura la vetta della classifica, cui ha fatto seguito un periodo di flessione che ha riportato tutti quanti coi piedi per terra. Credo sia giunta l’ora di concederci una pausa, o almeno provarci. Oggi non ho voglia di parlare di calcio, oggi proverò a parlare di altro, perché il calcio sarà anche importante, è parte integrante delle nostre esistenze, termometro infallibile delle nostre settimane lavorative. Ma il calcio non è tutto, non possiamo ridurci a passare intere giornate a discutere degli attaccanti che non attaccano, dei difensori che non difendono, dell’allenatore che non allena e dei tifosi che non tifano, quando si perde; salvo poi rimangiarci tutto (o quasi) quando si vince (il vorticoso, e peraltro umanissimo, “pendolismo” che affligge indistintamente tutti i tifosi, anche se in misura diversa). Ogni tanto è salutare staccare la spina e dedicarsi ad altro, per esempio alla visione di un bel film, magari in buona compagnia.


Da perfetto ignorante di tutto ciò che ruota attorno al mondo del cinema (a parte i servizi bar delle sale, che mi vedono fra i primi contribuenti in Italia) oggi voglio consigliarvi un film, divertente ma allo stesso tempo estremamente riflessivo. Un’opera che alterna picchi di assoluta ilarità a momenti profondamente drammatici, inseriti in un quadro di emarginazione sociale nell’Italia dei primi anni ’80.
Il titolo rievoca una celebre citazione del dottor Frederick in Frankestein junior, quando il protagonista del film, rovistando fra i vecchi appunti del nonno, scova la dimostrazione delle strampalate teorie elaborate dal familiare sulla rianimazione di materia inanimata; e, con l’occhio sgranato alla Totò Schillaci (anzi, facciamo alla Mara Carfagna, sai mai che ci venga voglia di parlare di pallone!?), urla fra l’incredulo e il compiaciuto: “Siii…puòòò…faareee!”. Ecco, la ragione che mi ha convinto a vedere “Si può fare”, pellicola di Giulio Manfredonia uscita nelle sale un paio di anni fa, è sostanzialmente questa: non ne avevo mai sentito parlare, non avevo letto recensioni, non conoscevo il regista; gli unici impulsi che mi hanno spinto al cinema sono stati la presenza di qualche attore noto (Claudio Bisio, Giuseppe Battiston, Bebo Storti, idolo di metà anni ‘90) e, appunto, la citazione (del tutto involontaria) di Frederik Frankenstein, che mi ha riportato alla mente una pietra miliare della mia adolescenza.

A dispetto dello scetticismo iniziale, il film mi è piaciuto veramente molto. Lo considero un piccolo capolavoro, in grado di trattare tematiche delicate come la psichiatria e l’esclusione sociale con i toni frizzanti della commedia. Il film narra le vicissitudini di Nello, un sindacalista che viene retrocesso…no, retrocesso non va bene, poi con la testa torniamo sempre lì…non tiriamo, segniamo poco, siamo leggerini, ma come faremo a salvarci con quelli lì in campo e quell’altro in panchina!? Ok, dicevamo, il sindacalista Nello - Bisio viene spedito a dirigere una cooperativa di ragazzi con problemi mentali (non fate battutacce su Malonga, i protagonisti del film hanno problemi ben più seri!), una delle tante cooperative sorte negli anni ‘80 dopo l’approvazione della legge Basaglia che di fatto impose la chiusura dei manicomi. Il gruppo di lavoro di questa cooperativa è seguito dal dottor Del Vecchio, il quale si professa contrario al provvedimento legislativo (“purtroppo non si guarisce per legge”), sebbene non faccia più di tanto per incoraggiare all’inclusione sociale gli ex pazienti, che tiene impegnati in lavoretti tutt’altro che stimolanti come l’incollatura di francobolli (di fantozziana memoria) per la corrispondenza comunale o la prezzatura di olive per conto della Coop.
Il loro riscatto giungerà con l’arrivo di Nello alla guida della cooperativa: il nuovo responsabile, infatti, decide di cambiare radicalmente l’attività dell’impresa, nonostante il parere contrario del medico, trasformando gli ex pazienti da abulici incollatori di pezzi di carta a veri e propri lavoratori stipendiati e avviando un processo di integrazione nel tessuto sociale, con l’abbandono del lavoro assistenziale in favore di quello artigianale. Il passaggio avviene durante un’assemblea indetta da Nello, che coinvolge e rende partecipi tutti i pazienti, ai quali viene chiesto di esprimere il proprio voto in merito al futuro della cooperativa: se continuare sulla strada del lavoro assistenziale oppure abbandonarlo per fare il proprio ingresso nel mercato. Il gruppo di soci decide di entrare nel mercato, dedicandosi alla posatura di parquet. I piccoli contratti con enti pubblici e altre cooperative vengono rimpiazzati da veri e propri appalti nel settore artigianale. Il lavoro viene organizzato nei minimi dettagli: le attitudini dei diversi componenti del team guidano la divisione delle mansioni e anche gli elementi meno affidabili vengono tenuti in grande considerazione, come nel caso di Robby, un socio autistico che, non avendo alcuna qualifica particolare, viene nominato…presidente. Agli iniziali e preventivabili imprevisti seguono ottime realizzazioni che frutteranno al gruppo soddisfazioni in ambito non solo lavorativo, ma anche economico.

Con l’incremento degli impegni, Nello nota una difficoltà generalizzata nello svolgimento del lavoro, specialmente per coloro che hanno mansioni più logoranti, difficoltà dovuta al forte dosaggio dei farmaci che vengono somministrati ai soci. Per questo motivo, la rottura con il dottor Del Vecchio diventa insanabile e la cooperativa si trasferisce in un nuovo stabile, sotto il controllo medico del dottor Furlan, che sposa la linea morbida di Nello, diminuendo notevolmente l’impatto dei medicinali. Dopo mesi di successi professionali e personali (i soci maschi tornano a provare piaceri ormai sopiti grazie a professioniste del settore…), i membri della cooperativa vengono scossi da una tragedia, l’attività viene temporaneamente sospesa e Nello decide di abbandonare il progetto. I soci fanno ritorno alla struttura condotta dal dottor Del Vecchio che, inaspettatamente, stila una relazione molto positiva sull’avventura imprenditoriale intrapresa, evidenziando la bontà del lavoro di Nello e riscontrando un netto miglioramento clinico di tutti i soci, ai quali viene concesso di continuare l’attività di posatura del parquet, diretti ancora da Nello e coadiuvati da nuovi soci, prelevati da ospedali psichiatrici. Titoli di coda, fine della recensione.

Dovete perdonarmi. Sono consapevole che questo pezzo sarebbe più indicato per un sito di invasati del grande schermo (peraltro senza troppe pretese), tipo plateainbolgia o ilcinema.net. Il nostro è un sito che raccoglie tutti i tifosi del Cesena e se yellow voleva parlare di cinema, poteva sempre utilizzare la nonsolocalcio, direte voi. Però, mi ero ripromesso di non parlare di pallone e continuerò su questa falsariga, nonostante il richiamo all’impresa di Nello e dei suoi soci sia molto forte quando rifletto sul Cesena e su come la nostra squadra possa riuscire a raggiungere l’obiettivo della salvezza, che ad oggi appare lontano.
Spesso, nella vita di tutti i giorni, mi capita di riconoscermi nel pensiero del dottor Del Vecchio, il medico che cura i malati, fa il tifo per loro, ma non crede nelle loro capacità, non crede possano essere in grado di avere un lavoro normale; mi trovo, mio malgrado, a viaggiare sulle sue stesse frequenze, in un continuo oscillare fra il realismo esasperato e una forma congenita di pessimismo latente. Invidio il carisma di Nello, il suo piglio intraprendente, la sua positività, le sue certezze da inguaribile sognatore, che alla fine gli permettono di raggiungere il suo intento: dare un lavoro normale ai soci, restituire loro la dignità perduta e accogliere un numero sempre maggiore di soci all’interno della cooperativa. Se si fissa un obiettivo ma si è convinti di non averne i mezzi per raggiungerlo, beh forse le armi da utilizzare in realtà si possiedono, è sufficiente cercarle.
“Siamo partiti dal niente, tutti ci prendevano in giro, dicevano che non eravamo capaci”. Queste sono parole di Nello. Il mio non vuole essere un elogio all’ottimismo, ma solo un invito a riflettere e a farsi carico della consapevolezza che ogni tanto…si può fare!