Rubriche - Pagine Gialle

Dopo un mese vissuto a ritmi forsennati, fra scherzi del calendario (Roma, Inter e Milan in una settimana) e screzi di mercato (Mutu che litiga con Sinisa e Della Valle, Della Valle che litiga con Becali, Becali che litiga con Mutu, Maccarone che litiga con Zamparini e mezza Cesena che lunedì 31 gennaio ha chiuso il mese in bellezza, mandando a quel paese Campedelli), la cosa su cui tutti i tifosi bianconeri si troveranno concordi è che, in queste settimane, di certo non ci siamo annoiati.

Partiamo dagli scherzi del calendario: dopo aver aperto l’anno col botto, andando a vincere a Brescia e dopo aver pareggiato in casa con il Genoa, il Cesena ha vissuto probabilmente la settimana più stravagante dei suoi 70 anni di storia, incrociandosi prima con la Roma dei romani Totti, De Rossi e Ranieri e poi, nel giro di quattro giorni, facendo visita all’Inter campione del mondo (da gennaio, ahinoi, ancora più internazionale) e alla capolista Milan.

 

 

L’eccezionalità di una settimana dal sapore così aristocratico è stata sintetizzata alla perfezione da Rocchi, un “filosofo” delle mie parti. A pochi minuti dal via di Inter - Cesena, quando ancora la coltre di nebbia meneghina non faceva presagire nulla di buono a noi terzanellisti, lo becco al bar del settore ospiti e dopo i soliti convenevoli omoaffettivi (ha sempre avuto un debole per me), si fa apparentemente serio e mi dice: “Ti rendi conto che due anni fa ci incontravamo nei campetti di terza serie e adesso siamo al Meazza? Ma quando ci ricapita di tornare qua? Ah beh, domenica prossima!”. Ora, Rocchi rientra in quella schiera di personaggi indecifrabili, che non sai mai se stiano scherzando per prenderti per il culo; se lo stiano facendo senza fini derisori oppure se dicano proprio sul serio. Ammetto che le sue intenzioni non le ho capite nemmeno quella volta, ma sta di fatto che la sua osservazione, assolutamente incontestabile, mi ha strappato un sorriso gaudente, che per un attimo mi ha fatto dimenticare il coefficiente di difficoltà della partita.

Una volta iniziata la gara, mi è tornata in mente una chiacchierata che feci con Lauro, durante la quale mi raccontò che nella sua breve esperienza in A, non aveva mai calcato il prato del Meazza e che quest’anno sperava dunque di giocarci almeno una volta. Mentre mi compiacevo nel vedere una delle nostre bandiere battersi con onore contro i campioni del mondo e realizzare finalmente il suo desiderio, pensavo al povero Nagatomo che, per via della Coppa d’Asia, si sarebbe perso entrambe le partite a San Siro; e chissà se sarebbe mai riuscito a giocarci alla Scala del calcio!? Scherzi del calendario, ho pensato. E invece lo scherzo ce lo hanno fatto Campedelli e soci, vendendo un giocatore diventato in pochi mesi un’icona di questo Cesena, un ragazzo stimato e apprezzato per umiltà e professionalità. Che, da qui a giugno, probabilmente giocherà a San Siro più volte che le prossime cinque generazioni della famiglia Lauro.

 

Veniamo, dunque, agli scherzi del mercato, partendo dalla fine, ossia dalle ultime, concitate ore all’Ata Quark. Nonostante fossero le priorità della finestra di riparazione, nel pomeriggio di lunedì 31 gennaio, ultimo giorno di mercato, i dirigenti del Cesena non avevano ancora portato a termine le due operazioni più importanti e maggiormente attese, sia da Ficcadenti (che ne aveva fatto pubblica richiesta) sia dalla piazza; allenatore e tifosi che, per la prima volta in 6 mesi di rapporto a dir poco burrascoso, si trovavano in sintonia sull’assoluta necessità di coprire due falle evidenti della rosa: difensore centrale e punta erano gli obiettivi primari del mercato di gennaio del Cesena. E a cinque ore dalla chiusura, non erano ancora stati messi sotto contratto. Se l’ingaggio (ovviamente in prestito) di Felipe è stato accolto come una manna (una squadra di A che disputa mezza stagione con tre centrali, di cui solo uno affidabile, non s’è mai vista), la cessione di Nagatomo è stato un fulmine a ciel sereno. E l’attaccante? Non pervenuto! Ma procediamo con ordine.

La cessione di Nagatomo, un’operazione dai risvolti alquanto ambigui, ha sorpreso nonché indispettito tutto l’ambiente, Ficcadenti compreso. Fin dal giorno del suo ingaggio, sul giocatore aleggiava l’ombra delle più classiche operazioni marketing che si avverte ogni volta che c’è di mezzo un nipponico: alzi la mano chi il giorno della presentazione non pensava che l’acquisto di Nagatomo sarebbe servito esclusivamente alla Technogym per vendere qualche migliaio di tapis roulant in più sul mercato giapponese. Nell’arco di poche giornate, invece, il giocatore ha sconfitto la diffidenza creatasi intorno a lui; e il Nagatomo personaggio ha definitivamente lasciato il posto al Nagatomo calciatore, rivelandosi un acquisto di assoluto spessore, che ha permesso al Cesena di incassare una plusvalenza importante, anche se difficilmente quantificabile.

 

Se dal punto di vista tecnico, la cessione di Nagatomo è stata difficile da digerire, in quanto il giocatore, al di là di qualche limite tattico palesato nelle prime settimane di campionato (probabilmente dovuto anche alle difficoltà di comunicazione), ha rappresentato una delle poche certezze del girone di andata, in ottica aziendalistica il sacrificio di Yuto avrebbe permesso al Cesena di tuffarsi sul mercato delle punte con le spalle maggiormente coperte, per portare in Romagna l’attaccante richiesto a gran voce dall’allenatore, che dal primo febbraio ha smesso i panni dello yesman aziendalista e ha criticato, nemmeno troppo velatamente, le scelte della società in sede di mercato. Le porte del box della Lega, infatti, si sono chiuse alle ore 19 del 31 gennaio senza che il Cesena avesse messo sotto contratto un attaccante! Dopo che per settimane tutti i network nazionali ci hanno accostato (con toni che oscillavano fra l’incredulo e il divertito) a un giocatore di primissimo livello come Mutu e a un discreto attaccante di fascia media come Maccarone (oltre ai soliti nomi Antenucci, Paolucci e Meggiorini), il mancato arrivo di un uomo-gol è da considerarsi assolutamente inaccettabile, in considerazione del fatto che, al di là di qualsiasi disquisizione sulla guida tecnica, le lacune più gravi mostrate da questa squadra sono di natura realizzativa e dato che, non più tardi di qualche mese fa, il presidente dichiarava di avere in mente solo la salvezza del Cesena. La serie A, però, non fa sconti! Scordiamoci le imprese dello scorso anno: in B puoi permetterti di fare molte scommesse e raggiungere comunque l’obiettivo. In serie A, la prospettiva viene ribaltata e il fattore di rischio aumenta a dismisura. Correrne alcuni è più che lecito per una piccola realtà come la nostra; ma alle scommesse vanno affiancate alcune certezze. Un reparto offensivo composto da Jimenez, Bogdani, Budan (a quota otto operazioni) e dai debuttanti Ighalo, Malonga, Giaccherini e Schelotto è un reparto assolutamente inadeguato. In estate, Campedelli ha puntato forte su Budan (come l’anno scorso puntò su Bucchi); ma il giocatore, in clamoroso ritardo di condizione, ha deluso le aspettative e nel mercato di riparazione era indispensabile ingaggiare una punta di qualità. Si possono organizzare convegni con i più grandi esperti al mondo di tattica e chiedere loro di trovare il modulo che meglio si sposerebbe alle caratteristiche dei giocatori del Cesena; ma se in rosa non si hanno giocatori con qualità e gol nei piedi, mantenere la categoria diventa un’impresa veramente difficile.

 

Proviamo, in maniera un po’ grossolana, a fare due conti in tasca a Campedelli. A prescindere dall’ammontare incassato dalla società, sotto forma di abbonamenti, sponsorizzazioni, botteghino, diritti tv e cessioni, il presidente pareva fosse disposto a mettere sul piatto della bilancia diversi milioni di euro per l’ingaggio (pluriennale) di Mutu. In quanto alla trattativa per Maccarone, per l’acquisto del cartellino si parlava di poco meno di 3 milioni di euro (accordo già trovato col Palermo, quindi si trattava di vero cash e non di banconote del Monopoli) più l’ingaggio biennale del giocatore (supponiamo a cifre non inferiori ai 500mila euro): un’operazione di oltre 4 milioni di euro. Premesso che la domanda più spontanea che verrebbe in mente a un tifoso è chiedersi che fine hanno fatto questi soldi, quello che sconcerta è che il presidente pretenda di darci a bere che le uniche punte che avrebbero rinforzato il Cesena fossero Mutu e Maccarone. Presentarsi con un tesoretto del genere in un mercato dove di soldi ne girano veramente pochi ti permette di muovere parecchi giocatori. La formula di ingaggio, tra l’altro, sarebbe passata in secondo piano. In B, è preferibile il prestito con diritto di riscatto, che ti dà la facoltà di valutare un giocatore ed eventualmente investirci dei soldi. In serie A, mantenere la categoria è il miglior investimento possibile. Dunque, anche un prestito oneroso sarebbe stato assolutamente accettabile, qualora avesse aumentato le possibilità di salvezza.

Il Parma, per esempio, si è aggiudicato Amauri in prestito, pagandogli i 3/4 dell’ingaggio residuo. Considerando che Amauri prende al massimo 4 milioni di euro l’anno, il Parma si è assicurato il giocatore, “cavandosela” con circa 1 milione e mezzo d’ingaggio. Con questo, non voglio dire che il Cesena doveva buttarsi su Amauri, che attualmente sarà anche un paracarro ma intanto domenica si è già sbloccato e non credo sia peggio di Bogdani; anzi, probabilmente sarebbe stato il giocatore stesso, in cerca di una squadra più ambiziosa della nostra, a rifiutare il trasferimento. Ma il Cesena, con quel budget a disposizione, aveva diverse soluzioni possibili: l’acquisto di un giocatore importante di B da lanciare in serie A; l’acquisto, magari in comproprietà, di un giocatore che forniva già garanzie in serie A o il prestito di un giocatore di prima fascia in cerca di riscatto. La scelta della società di non intervenire ingaggiando un'altra prima punta lascia francamente perplessi, in virtù del fatto che persino l’allenatore aveva caldeggiato pubblicamente e a più riprese l’acquisto di un attaccante. Perfino nel dopogara contro il Lecce, quindi un giorno prima della chiusura del mercato, dopo una prova a dir poco imbarazzante di Budan.

 

Oltre a quella di Nagatomo, l’altra cessione eccellente dell’ultimo giorno di mercato è stata quella di Schelotto. Il giocatore ha pagato indubbiamente lo scotto della categoria e un modulo che non gli è molto congeniale. L’esperimento estivo di trasformarlo in terzino è di fatto fallito e Schelo, che a inizio stagione godeva della massima considerazione dell’allenatore (non dimentichiamo il recupero forzato di Udine, dove Ficcadenti fu criticato per il trattamento riservato a…Ighalo), è stato pian piano accantonato e la cessione è parsa una scelta inevitabile. Quello che sconcerta è che a beneficiarne sia stata una diretta concorrente come il Catania che, fra le altre cose, nelle ultime due sessioni di mercato, ci ha preso per il naso prima con Antenucci, con uno sgradevole e strategico tira-e-molla conclusosi in un niente di fatto, e poi con Terlizzi, prima promesso e poi negato.

 

Per quanto riguarda le operazioni in entrata, i prestiti di Dellafiore e Sammarco vanno visti in un’ottica di ampliamento numerico della rosa, ma non hanno contribuito a innalzare il tasso tecnico della squadra. Dellafiore ha dalla sua una forte duttilità, essendo un centrale che può ricoprire anche il ruolo di terzino. Ficcadenti lo sta utilizzando sia a sinistra, per sopperire alle assenze di Nagatomo e Lauro, sia a destra, in quanto si fa preferire a Ceccarelli in fase difensiva, mentre è poco propenso alla spinta offensiva. Sammarco, invece, è un discreto centrocampista, che viene da un grave infortunio, ma ha già dimostrato di avere una buona condizione fisica (si è aggregato al gruppo di Di Carlo lo scorso ottobre) e ha permesso a Ficcadenti di poter contare su una pedina in più in un centrocampo che rischiava di essere ridotto all’osso per via delle squalifiche nelle quali giocoforza si incappa nel girone di ritorno.

Gli ingaggi di Felipe, Santon e Rosina, invece, se dal lato puramente tecnico sono di primissimo piano, rischiano però di rivelarsi risorse su cui il Cesena difficilmente potrà contare nell’immediato. Santon è un giocatore molto valido, che fin da giovanissimo ha dimostrato di poter reggere palcoscenici ben più prestigiosi. Viene da un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per diverso tempo e non gli ha permesso di giocare con continuità la scorsa stagione. La speranza è quella che non faccia rimpiangere il valoroso Yuto (per il momento lo sta facendo rimpiangere); il compito non è dei più agevoli, ma le qualità non gli mancano, vediamo se riuscirà a calarsi in una realtà lontana anni luce rispetto a quello cui era abituato. Rosina non ha certo bisogno di presentazioni. E’ probabilmente il giocatore da cui ci si attende un maggior contributo in termini di gol, l’addetto alla qualità insieme a Jimenez. L’unica perplessità riguarda la sua condizione: è stato ingaggiato, nonostante sia fermo da novembre, ma la struttura fisica esile dovrebbe permettergli di raggiungere la condizione in breve tempo.

Felipe, al pari di Rosina, ha qualità indiscutibili, ma anche lui va recuperato (non gioca una partita da diversi mesi) e rilanciato, dopo un anno in chiaroscuro a Firenze.

Nonostante la giovane età, può contare già una lunga esperienza in categoria e, nel suo palmares, annovera addirittura un gol segnato al Barcellona in Champions League. Augurandoci che questa prestigiosa marcatura sia di buon auspicio, è d’obbligo ricordare che l’ultimo giocatore del Cesena ad aver segnato in Champions, oltre a Jimenez, è stato un certo Blazej Vascak.

 

 

Per i pochi utenti che stanno proseguendo nella lettura (ipotizzo svenimenti di massa e sfanculamenti al sottoscritto per aver fatto uscire dal dimenticatoio lo slovacco), concludo con una nota sul nuovo ciclo di “programmazione” inaugurato da questa società, a livello di settore giovanile. C’è stato un netto cambio di rotta rispetto al passato: se una decina di anni fa, dopo le ultime covate di napoletani, si è deciso di investire esclusivamente sui settori giovanili romagnoli, limitando il raggio d’azione per il reclutamento di giovani del vivaio, da qualche tempo a questa parte, il Cesena ha riaperto le “frontiere”, scegliendo l’estero come campo da battere. Probabilmente, costa meno acquistare un ragazzino straniero, contando sui margini di miglioramento, piuttosto che concentrare maggiori risorse sul settore giovanile, un lavoro che richiede soldi, competenza, professionalità e soprattutto tempo. Per giudicare se la strada intrapresa dalla società sia quella giusta serviranno anni, difficile farlo ora. L’idea di fondo parrebbe quella di imitare il modello Udinese, società che sta costruendo le sue fortune grazie a giovani stranieri che pesca in giro per il mondo; ma la rete di osservatori su cui possono contare i friulani è pazzesca, con una leggendaria videoteca con le gesta di giovani talenti come strumento di reclutamento. Qualcosa mi fa pensare che il Cesena Calcio stia pianificando un progetto leggermente più “campagnolo”. Il tempo delle valutazioni non è ancora giunto. Certo è che, tornando alla prima squadra, domenica scorsa in tribuna sono finiti Malonga (classe ’89) e Benalouane (classe ’87), ossia un milione e settecentocinquantamila euro di investimento estivo. Che, per una società come la nostra, sono tantissimi quattrini. Nel caso di Malonga, l’allenatore ci mette sicuramente del suo, ma in società conoscevano l’ostinazione di Ficcadenti nei confronti di un modulo che mal si sposa alle caratteristiche di Mimmo. Quindi, l’investimento non è stato tutelato nel migliore dei modi; per farlo, avrebbero dovuto scegliere un altro allenatore oppure avrebbero dovuto mandare il ragazzo in prestito in qualche società di B.

Concludendo, posto che nel calcio capita anche a dirigenti scafati di cannare gli acquisti, probabilmente presentarsi in sede di mercato con più umiltà, affidandosi dunque all’esperienza di un direttore sportivo e osservatori seri e competenti, aiuterebbe a evitare investimenti sbagliati.