Rubriche - Il punto di due punti

IL SIGNOR MESO E MESO 16/04/02
Nel giro di appassionati che orbita intorno alla rivista Arte Insieme vige una tacita regola che, più che con l’etica, ha a che fare con le buone maniere: quando un pezzo ambito è in vendita, si diffonde la voce, dopodiché può aprirsi il corteggiamento al proprietario dell’opera. Fu il caso qualche anno fa di un quadro dello spagnolo Clemente Carvalho, il Cristo vendicatore, 220x155 cm., olio e collage di quarzi su legno e tela, realizzato nel 1910, del valore presunto di 10-12 milioni di lire. Il dipinto-mosaico di Carvalho riproduce la figura di un Cristo nudo ritratto di spalle, nell’atto di ridurre in macerie con un getto di luce i simboli della civiltà occidentale, dai testi dei Greci ai capolavori dell’architettura classica, gotica e rinascimentale, fino ai macchinari della moderna produzione industriale. Un’opera visionaria e blasfema di un nichilista ossessionato dalla modernità che passava con disinvoltura dall’informale al figurativo.
Appresa la notizia che il Cristo vendicatore era in vendita mi recai a Belluno dal proprietario, il signor Vanio Da Rin, un ex gallerista settantenne, per trattare l’acquisto. Il quadro, accantonato in un sottoscala come una scarpa vecchia, necessitava di una nuova cornice e di essere ristrutturato in diverse sezioni. Lo feci presente a Da Rin, il quale sin dall’inizio mi sembrò piuttosto loquace ma poco comunicativo, e soprattutto indeciso sul da farsi e restio a trattare. Senza capire perché, ebbi l’impressione di risultargli antipatico. Gli chiesi se fosse realmente intenzionato a disfarsi del quadro, al che lui rispose che sì, il Carvalho era in vendita, però gli era anche affezionato avendolo ereditato dal nonno, e voleva essere sicuro che la persona a cui l’avrebbe consegnato ne avesse riguardo. Da quel che potevo intuire, Da Rin sperava di venderlo a un suo conoscente. Provai a rassicurarlo sul genere di ristrutturazione che intendevo apportare al Carvalho e sulla sua destinazione, ma non capii bene quello che Da Rin borbottò in un dialetto tra il friulano e il veneto, né capii cosa rispose quando gli chiesi, infine, perché mi avesse fatto perdere una giornata e arrivare fin lì.
La sera stessa inviai una lettera ad Arte Insieme con il resoconto della mia esperienza con il signor Da Rin, e feci bene; le risposte che ricevetti sui numeri successivi della rivista infatti mi rassicurarono: non c’era niente di sbagliato in me, poiché come me altre persone negli ultimi tempi avevano avuto problemi nel rapportarsi al proprietario del Cristo vendicatore. Secondo un Salvatore di Milano, Da Rin aveva promesso il quadro al nipote che abitava in Svizzera; Antonio di Merate riferì che il Carvalho non era affatto in vendita, salvo aggiungere che però non ne era del tutto sicuro; un altro Antonio era convinto che Da Rin fosse schiavo delle bizze e degli umori di un figlio che giocava ai cavalli. Costoro non erano riusciti ad avviare nemmeno un abbozzo di trattativa con il proprietario del quadro, testimoniando le difficoltà incontrate nel comprenderlo e nel farsi comprendere.
Illuminante fu l’intervento di un tale Bacon F., bellunese pure lui, il quale confidò che dopo anni di caccia al Carvalho, aveva ormai desistito. Scusandosi per la sfrontatezza, Bacon F. si divertì a punzecchiarci commentando con ironia l’esito dei nostri incontri con Vanio Da Rin, e infine aggiunse che quest’ultimo era noto a Belluno come “Il Signor Mèso e Mèso”.
Il “mèso e mèso” (mezzo e mezzo) da quelle parti indica un cocktail ottenuto con grappa e altro liquore versati in un bicchiere da vino in identiche dosi, ma anche una persona che tiene i piedi in due staffe, chi non sta né di qua né di là, chi non è né bianco né nero. “Mèso e mèso” è anche colui che è posto davanti a una scelta, ma l’incertezza, il dubbio, il timore lo paralizzano, impedendogli di agire. Nel caso di Da Rin, l’espressione sottindendeva una verità che dimostra l’inadeguatezza della logica aristotelica: se era vero che Da Rin voleva vendere il quadro, era altrettanto vero che non voleva venderlo. Il Cristo vendicatore, al contempo (e a un dato momento), era in vendita, ma non lo era.
Fu con curiosità, più che con entusiasmo, che appresi a un anno circa di distanza da quei fatti che Da Rin cercava di nuovo un acquirente per il quadro del Carvalho. Arte Insieme, solerte come sempre, alla diffusione della notizia invitò un cronista a far luce sulle reali intenzioni dell’ex gallerista bellunese, il quale confermò quelle voci che ripresero a circolare fra i collezionisti. Aggiunse che il Cristo vendicatore era sempre stato in vendita. Arte Insieme chiese quindi a Da Rin come mai, l’anno prima, nonostante l’interessamento di vari ammiratori del quadro, nessuna trattativa era andata a buon fine. Da Rin, semplicemente, candidamente, rispose che nessuno gli aveva mai fatto un’offerta concreta per acquistare il Carvalho. E il bello è che, a pensarci bene, aveva ragione: nessuno di noi in effetti si era spinto a osare tanto.
Telefonai a Da Rin il pomeriggio stesso, appena letta l’intervista. Volevo presentarmi con un nome falso (mi era rimasto il dubbio di essergli effettivamente antipatico), poi il buon senso prevalse. Riconobbi subito la sua voce e i suoni biascicati che emetteva, e ciò mi riportò alla mente gli sforzi compiuti in occasione del primo incontro per afferrarne le intenzioni e gli umori. Da Rin mi invitò a Belluno a vedere il quadro (non si ricordava di me); gli spiegai che per motivi di famiglia non potevo assolutamente recarmi da lui. Mi disse che non aveva fretta, invitandomi a chiamarlo quando potevo andare a Belluno. Gli chiesi se potevo conoscere subito il prezzo del quadro. Da Rin si fece ripetere la domanda un paio di volte, quindi borbottò qualcosa di incomprensibile: mi parve di capire che aveva da fare, che doveva andare a fare la spesa, o qualcosa del genere. Era ovvio che si era spazientito. Con una certa fatica, più per scoprire qualcosa su di lui che per altro, riuscii a trattenerlo al telefono. Ma dovetti pregarlo a lungo, prima di tirargli fuori di bocca una valutazione del quadro.
Dopo dieci minuti di conversazione fra due esseri di pianeti diversi, Da Rin sparò una cifra doppia rispetto al valore di mercato del pezzo (almeno, considerate le sue attuali condizioni). Avendo del tempo da perdere, stetti al suo gioco e gli annunciai che ero disposto a pagargli la somma richiesta. Da Rin, che fino a quel momento era stato un profluvio di parole e vaneggiamenti, si bloccò di colpo, al punto che dovetti domandargli se si sentiva bene. Quindi si mise a costruire una strana storia nella quale c’entravano in qualche modo un nipote che abitava a Zurigo, un amico di questi, il figlio di sua cugina che aveva comprato del terreno, un ristrutturatore di quadri e forse altri personaggi ancora. Non riuscivo a comprendere che qualche parola qua e là di quanto diceva, ma soprattutto non riuscivo a collegare il tutto e associarlo alla faccenda del quadro. Era come mettere insieme i tasselli di venti puzzle diversi.
Approfittai di un momento di pausa (anche Da Rin doveva tirare il fiato) per riportarlo (bluffando) al nocciolo della questione: “Veniamo al dunque signor Da Rin, lei mi ha chiesto 18 milioni, io gliene do 20, il quadro me lo dà sì o no?”. Per Da Rin fu come una mazzata nei denti. Un affronto. Un’impudenza. Proprio come nella precedente occasione, posto davanti a un bivio, cominciò a delirare in veneto o in friulano, e se capivo poco prima, ora l’effetto delle sue parole era lo stesso di una musicassetta riavvolta velocemente con il play premuto. Rimasi con la cornetta incollata all’orecchio per un po’ (ero curioso di capire come poteva concludersi il tutto), poi mi stancai, l’appoggiai delicatamente sul tavolino e andai in cucina a caricare la caffettiera, che misi sul fuoco; quindi tornai al telefono, dove mi aspettava la nevrotica litania dell’ex gallerista bellunese. Provai a interromperlo un paio di volte, ma senza successo. Fu a quel punto che, in barba all’educazione, gli chiusi il telefono in faccia. Fanculo Da Rin e fanculo il Carvalho, quella era l’ultima volta che mi facevo prendere in giro dal Signor Mèso e Mèso.
Sono passati tre anni tondi da quell’ultima telefonata. Il Carvalho non mi interessa più, come non mi interessa nulla che mi appaia al momento irraggiungibile, che si tratti di Claudia Schiffer, di un attico di 160 mq. nella City di Londra, o dell’immortalità. So per certo che il Cristo vendicatore è ancora là, sempre più bisognoso di cure, nel buio sottoscala del Signor Mèso e Mèso. E che, come sempre, è in vendita.
Ora, non penso che ci sia bisogno di spiegare che cosa c’entri tutto questo con il Cesena. Se mai qualcuno in futuro chiederà perché la nostra squadra, nonostante i ripetuti fallimenti sportivi, sia rimasta fino all’ultimo nelle mani di Edmeo Lugaresi, rimandatelo a questo racconto (che sarà archiviato nella rubrica Il punto di due punti del sito cesenainbolgia, di cui raccolgo il testimone). Spiegategli che basterà rileggerlo dopo aver sostituito al nome “Da Rin” il nome “Lugaresi”, al Cristo vendicatore il Cesena, ai collezionisti d’arte gli imprenditori locali interessati a rilevare la società. E se l’analogia non dovesse essere del tutto verosimile, pazienza. D’altra parte a Cesena non c’è una rivista al servizio del lettore quale è Arte Insieme, e non ci sono collezionisti disposti a raccontare le proprie esperienze. A Cesena, però, c’è il Signor Mèso e Mèso.
Marco-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"La guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare."
Ernesto “Che” Guevara, La guerra per bande
“Toc Toc.”   “Chi è?!” “Sono la persona giusta.”   “Che cosa vuoi da me?!”   “Voglio comprare il Cesena.”   “Lasciami stare!”
Càpitan Sénsibol
"Jackson era un uomo basso, nero e grasso con le gengive rosso porpora e i denti bianchi come perle fatti per ridere. Ma Jackson non stava ridendo. Per Jackson era una storia troppo seria per ridere. Jackson aveva solo ventotto anni, ma la faccenda era così seria che sembrava più vecchio di dieci anni buoni. Cercava di parlare in tono allegro, ma aveva paura. Il sudore gli gocciolava dai capelli crespi e corti. La sua rotonda faccia nera luccicava come una palla numero otto."
Chester Himes, Rabbia ad Harlem

Nel giro di appassionati che orbita intorno alla rivista Arte Insieme vige una tacita regola che, più che con l’etica, ha a che fare con le buone maniere: quando un pezzo ambito è in vendita, si diffonde la voce, dopodiché può aprirsi il corteggiamento al proprietario dell’opera. Fu il caso qualche anno fa di un quadro dello spagnolo Clemente Carvalho, il Cristo vendicatore, 220x155 cm., olio e collage di quarzi su legno e tela, realizzato nel 1910, del valore presunto di 10-12 milioni di lire. Il dipinto-mosaico di Carvalho riproduce la figura di un Cristo nudo ritratto di spalle, nell’atto di ridurre in macerie con un getto di luce i simboli della civiltà occidentale, dai testi dei Greci ai capolavori dell’architettura classica, gotica e rinascimentale, fino ai macchinari della moderna produzione industriale. Un’opera visionaria e blasfema di un nichilista ossessionato dalla modernità che passava con disinvoltura dall’informale al figurativo.

 

Appresa la notizia che il Cristo vendicatore era in vendita mi recai a Belluno dal proprietario, il signor Vanio Da Rin, un ex gallerista settantenne, per trattare l’acquisto. Il quadro, accantonato in un sottoscala come una scarpa vecchia, necessitava di una nuova cornice e di essere ristrutturato in diverse sezioni. Lo feci presente a Da Rin, il quale sin dall’inizio mi sembrò piuttosto loquace ma poco comunicativo, e soprattutto indeciso sul da farsi e restio a trattare. Senza capire perché, ebbi l’impressione di risultargli antipatico. Gli chiesi se fosse realmente intenzionato a disfarsi del quadro, al che lui rispose che sì, il Carvalho era in vendita, però gli era anche affezionato avendolo ereditato dal nonno, e voleva essere sicuro che la persona a cui l’avrebbe consegnato ne avesse riguardo. Da quel che potevo intuire, Da Rin sperava di venderlo a un suo conoscente. Provai a rassicurarlo sul genere di ristrutturazione che intendevo apportare al Carvalho e sulla sua destinazione, ma non capii bene quello che Da Rin borbottò in un dialetto tra il friulano e il veneto, né capii cosa rispose quando gli chiesi, infine, perché mi avesse fatto perdere una giornata e arrivare fin lì.

 

La sera stessa inviai una lettera ad Arte Insieme con il resoconto della mia esperienza con il signor Da Rin, e feci bene; le risposte che ricevetti sui numeri successivi della rivista infatti mi rassicurarono: non c’era niente di sbagliato in me, poiché come me altre persone negli ultimi tempi avevano avuto problemi nel rapportarsi al proprietario del Cristo vendicatore. Secondo un Salvatore di Milano, Da Rin aveva promesso il quadro al nipote che abitava in Svizzera; Antonio di Merate riferì che il Carvalho non era affatto in vendita, salvo aggiungere che però non ne era del tutto sicuro; un altro Antonio era convinto che Da Rin fosse schiavo delle bizze e degli umori di un figlio che giocava ai cavalli. Costoro non erano riusciti ad avviare nemmeno un abbozzo di trattativa con il proprietario del quadro, testimoniando le difficoltà incontrate nel comprenderlo e nel farsi comprendere.

 

Illuminante fu l’intervento di un tale Bacon F., bellunese pure lui, il quale confidò che dopo anni di caccia al Carvalho, aveva ormai desistito. Scusandosi per la sfrontatezza, Bacon F. si divertì a punzecchiarci commentando con ironia l’esito dei nostri incontri con Vanio Da Rin, e infine aggiunse che quest’ultimo era noto a Belluno come “Il Signor Mèso e Mèso”.

 

Il “mèso e mèso” (mezzo e mezzo) da quelle parti indica un cocktail ottenuto con grappa e altro liquore versati in un bicchiere da vino in identiche dosi, ma anche una persona che tiene i piedi in due staffe, chi non sta né di qua né di là, chi non è né bianco né nero. “Mèso e mèso” è anche colui che è posto davanti a una scelta, ma l’incertezza, il dubbio, il timore lo paralizzano, impedendogli di agire. Nel caso di Da Rin, l’espressione sottindendeva una verità che dimostra l’inadeguatezza della logica aristotelica: se era vero che Da Rin voleva vendere il quadro, era altrettanto vero che non voleva venderlo. Il Cristo vendicatore, al contempo (e a un dato momento), era in vendita, ma non lo era.

 

Fu con curiosità, più che con entusiasmo, che appresi a un anno circa di distanza da quei fatti che Da Rin cercava di nuovo un acquirente per il quadro del Carvalho. Arte Insieme, solerte come sempre, alla diffusione della notizia invitò un cronista a far luce sulle reali intenzioni dell’ex gallerista bellunese, il quale confermò quelle voci che ripresero a circolare fra i collezionisti. Aggiunse che il Cristo vendicatore era sempre stato in vendita. Arte Insieme chiese quindi a Da Rin come mai, l’anno prima, nonostante l’interessamento di vari ammiratori del quadro, nessuna trattativa era andata a buon fine. Da Rin, semplicemente, candidamente, rispose che nessuno gli aveva mai fatto un’offerta concreta per acquistare il Carvalho. E il bello è che, a pensarci bene, aveva ragione: nessuno di noi in effetti si era spinto a osare tanto.

 

Telefonai a Da Rin il pomeriggio stesso, appena letta l’intervista. Volevo presentarmi con un nome falso (mi era rimasto il dubbio di essergli effettivamente antipatico), poi il buon senso prevalse. Riconobbi subito la sua voce e i suoni biascicati che emetteva, e ciò mi riportò alla mente gli sforzi compiuti in occasione del primo incontro per afferrarne le intenzioni e gli umori. Da Rin mi invitò a Belluno a vedere il quadro (non si ricordava di me); gli spiegai che per motivi di famiglia non potevo assolutamente recarmi da lui. Mi disse che non aveva fretta, invitandomi a chiamarlo quando potevo andare a Belluno. Gli chiesi se potevo conoscere subito il prezzo del quadro. Da Rin si fece ripetere la domanda un paio di volte, quindi borbottò qualcosa di incomprensibile: mi parve di capire che aveva da fare, che doveva andare a fare la spesa, o qualcosa del genere. Era ovvio che si era spazientito. Con una certa fatica, più per scoprire qualcosa su di lui che per altro, riuscii a trattenerlo al telefono. Ma dovetti pregarlo a lungo, prima di tirargli fuori di bocca una valutazione del quadro.

 

Dopo dieci minuti di conversazione fra due esseri di pianeti diversi, Da Rin sparò una cifra doppia rispetto al valore di mercato del pezzo (almeno, considerate le sue attuali condizioni). Avendo del tempo da perdere, stetti al suo gioco e gli annunciai che ero disposto a pagargli la somma richiesta. Da Rin, che fino a quel momento era stato un profluvio di parole e vaneggiamenti, si bloccò di colpo, al punto che dovetti domandargli se si sentiva bene. Quindi si mise a costruire una strana storia nella quale c’entravano in qualche modo un nipote che abitava a Zurigo, un amico di questi, il figlio di sua cugina che aveva comprato del terreno, un ristrutturatore di quadri e forse altri personaggi ancora. Non riuscivo a comprendere che qualche parola qua e là di quanto diceva, ma soprattutto non riuscivo a collegare il tutto e associarlo alla faccenda del quadro. Era come mettere insieme i tasselli di venti puzzle diversi.

 

Approfittai di un momento di pausa (anche Da Rin doveva tirare il fiato) per riportarlo (bluffando) al nocciolo della questione: “Veniamo al dunque signor Da Rin, lei mi ha chiesto 18 milioni, io gliene do 20, il quadro me lo dà sì o no?”. Per Da Rin fu come una mazzata nei denti. Un affronto. Un’impudenza. Proprio come nella precedente occasione, posto davanti a un bivio, cominciò a delirare in veneto o in friulano, e se capivo poco prima, ora l’effetto delle sue parole era lo stesso di una musicassetta riavvolta velocemente con il play premuto. Rimasi con la cornetta incollata all’orecchio per un po’ (ero curioso di capire come poteva concludersi il tutto), poi mi stancai, l’appoggiai delicatamente sul tavolino e andai in cucina a caricare la caffettiera, che misi sul fuoco; quindi tornai al telefono, dove mi aspettava la nevrotica litania dell’ex gallerista bellunese. Provai a interromperlo un paio di volte, ma senza successo. Fu a quel punto che, in barba all’educazione, gli chiusi il telefono in faccia. Fanculo Da Rin e fanculo il Carvalho, quella era l’ultima volta che mi facevo prendere in giro dal Signor Mèso e Mèso.

 

Sono passati tre anni tondi da quell’ultima telefonata. Il Carvalho non mi interessa più, come non mi interessa nulla che mi appaia al momento irraggiungibile, che si tratti di Claudia Schiffer, di un attico di 160 mq. nella City di Londra, o dell’immortalità. So per certo che il Cristo vendicatore è ancora là, sempre più bisognoso di cure, nel buio sottoscala del Signor Mèso e Mèso. E che, come sempre, è in vendita.

 

Ora, non penso che ci sia bisogno di spiegare che cosa c’entri tutto questo con il Cesena. Se mai qualcuno in futuro chiederà perché la nostra squadra, nonostante i ripetuti fallimenti sportivi, sia rimasta fino all’ultimo nelle mani di Edmeo Lugaresi, rimandatelo a questo racconto (che sarà archiviato nella rubrica Il punto di due punti del sito cesenainbolgia, di cui raccolgo il testimone). Spiegategli che basterà rileggerlo dopo aver sostituito al nome “Da Rin” il nome “Lugaresi”, al Cristo vendicatore il Cesena, ai collezionisti d’arte gli imprenditori locali interessati a rilevare la società. E se l’analogia non dovesse essere del tutto verosimile, pazienza. D’altra parte a Cesena non c’è una rivista al servizio del lettore quale è Arte Insieme, e non ci sono collezionisti disposti a raccontare le proprie esperienze. A Cesena, però, c’è il Signor Mèso e Mèso.

 

 

 

Marco-cesenainbolgia 16/04/2002

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"La guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare."


Ernesto “Che” Guevara, La guerra per bande



“Toc Toc.”   “Chi è?!” “Sono la persona giusta.”   “Che cosa vuoi da me?!”   “Voglio comprare il Cesena.”   “Lasciami stare!”


Càpitan Sénsibol



"Jackson era un uomo basso, nero e grasso con le gengive rosso porpora e i denti bianchi come perle fatti per ridere. Ma Jackson non stava ridendo. Per Jackson era una storia troppo seria per ridere. Jackson aveva solo ventotto anni, ma la faccenda era così seria che sembrava più vecchio di dieci anni buoni. Cercava di parlare in tono allegro, ma aveva paura. Il sudore gli gocciolava dai capelli crespi e corti. La sua rotonda faccia nera luccicava come una palla numero otto."


Chester Himes, Rabbia ad Harlem