Rubriche - Il punto di due punti

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE (I bis) 30/04/02
ATTO PRIMO
In cui nella sala riunioni del terzo piano
della sede dell’A.C. Cesena si discute del futuro
Scena Seconda
Edmeo, Giorgio, Michele, e mèral
Edmeo, Giorgio e Michele sono seduti attorno al tavolo. Totò De Falco, dopo un lungo e faticoso summit, si è recato con seimila lire nel bar suggerito da Michele, quello “di là dalla via Emilia”, a trattare l’acquisto di un ghiacciolo alla fragola, un cucciolone e un calippo. La trattativa sarà senza dubbio piuttosto complicata, poiché secondo i calcoli dello staff la spesa supera, seppur di poco, la cifra imposta al direttore sportivo. I tre, intanto, hanno appena cominciato a discutere dell’eventuale cessione del Cesena. In particolare, di un’idea di Michele, il quale si è arrovellato non poco negli ultimi tempi per capire come vendere la società, tirando su un po’ di soldi, e al contempo diventarne il presidente.
Edmeo: “Èeeh!? Combi!? Mo chi èl sté Combi?! L’è... l’è Trevisani! L’è Trevisani quel di pali! Mé i Pali Combi... an’i’o mai santì! Trevisani! I Pali Trevisani!”.
Giorgio: “Ba’, Michele un’a dét ‘Pali Combi’. L’ha dét ‘Public Company’. Pu-blic Com-pa-ny”.
Edmeo: “Chiiii?! Sèl, un stranìr?! Un anvòd ad De Falco? Un’è ad làzò De Falco?! Mé an’e savéva c’l’aveva... c’l’aveva un anvòd stranìr!”.
Michele: “La Public Company, zio, è una struttura societaria in cui le quote sono divise fra molti azionisti. Polverizzando le azioni, 60% ai grandi azionisti, 3% ciascuno, il resto ai piccoli azionisti, 1% ciascuno, possiamo fare noi il prezzo per vendere il Cesena”.
Edmeo: “Di’ Michele, sa sìt sèmo?! Parché a’o da vénd e Cesena?!”.
Giorgio: “Ba’, lo hai detto te l’altro giorno, che siamo disposti a vendere il Cesena... dico l’hai... l’hai letto il giornale? Lì c’è scritto che te hai detto così...”.
Edmeo (su tutte le furie): “CHIII?! CHEEE?! SÈL CA’ HO DÈT MÉ?!”.
Giorgio: “Ma il giornale dice...”.
Edmeo: “Giorgio... Giorgio... te... me... te... te... me... te... me...”.
Michele: “Zio, il Cesena economicamente non vale più niente. Se facciamo la Public Company Giorgio è contento perché tirate su un po’ di soldi, che a lui lo sai che gli servono, e poi io mi metto d’accordo con gli altri azionisti e così posso fare il presidente... E se non ci stanno, non glielo diamo. Tie’!”.
Edmeo: “E... e chi cmanda?! È mé sa fàg!? E... e... savùt da mé?!”
Michele non risponde alle sollecitazioni delllo zio; appare assente, ha gli occhi socchiusi e, tra gli sguardi incuriositi degli altri due, assume un’aria di beatitudine. Sta immaginando se stesso nel ruolo di presidente del’A.C. Cesena.
Michele (sempre disegnando a occhi chiusi scenari futuri): “Il mio modello è Campedelli”.
Giorgio (perplesso): “Chi, é nostàr? É biundìn? Quel dlà Casertana?”.
Edmeo: “Giorgio tàn capés gnint, al’avém de’ a la Ternana!”.
Giorgio (mortificato per l’errore): “Osta l’è vera... a la Ternana. E Piangerelli, l’è ancora e nostàr?... E Scalabrelli? E che zòvan... la punta... cum us ciéma... Pirri... Pizzi... Rizzitelli!... ”.
Edmeo: “Giorgio... te... me... te... Sta zét!”.
MICHELE (sempre a occhi socchiusi, fremente al pensiero delle copertine sul Guerin Sportivo, dei servizi su Oggi, Gente, Novella 2000 ed Eva 3000, e poi soldi, barche, auto sportive, attrici, jet set, indossatrici, top model): “No, no quél d’l’Anconitana. Campedelli de Chievo. Quél di pandòri”.
Edmeo (pensieroso, alle prese con un’associazione mentale che salta a pie’ pari diversi passaggi logici): “Una vólta... una vólta e bastéva una stréta ad mén par fe’ di aféri”.
Giorgio (convinto dell’acutezza dell’obiezione): “ Ma scusa Michele, Quello lì che dici te è secco... mentre te invece sei grasso...”.
Michele (sempre sognante) “E allora? Mi metto a dieta”.
Squilla il telefono della sala riunioni. Tutti, compreso Michele, sono di colpo richiamati alla dura realtà. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere perfino Alessandri, o qualcuno del genere. Gente che vuole comprare il Cesena.
Edmeo: “Ditegli... che non sto bene!”.
Giorgio: “Michele... rispondi te”.
Michele: “Non posso. Ho la lobite”.
Giorgio: “Cos’è la lobite?”.
Michele: “Un’irritazione. Non posso parlare al telefono”.
Edmeo (perentorio): “Giorgio, arspònd!”.
Giorgio appoggia la mano sulla cornetta e, manifestando inusuale coraggio e spirito di sacrificio, la solleva. Per fortuna, all’altro capo c’è soltanto Totò De Falco. Tutti, in sala, tirano un sospiro di sollievo. Il direttore sportivo si trova al bar, e fa presente allo staff che il gestore dell’esercizio è disposto a parlare con Edmeo Lugaresi.
Giorgio passa il telefono a Edmeo, e mentre il presidente comincia a lamentarsi con il barista e a tirare sul prezzo dei gelati, Giorgio e Michele continuano a discutere di Public Company e futuro societario.
Giorgio (a bassa voce, per non farsi sentire dal padre): “Michele, me a no miga capì sèl la Pali Comb... la Public Company”.
Michele: “Te Giorgio... lascia fe’ a mé... Vendiamo al doppio, e io poi dopo faccio il presidente. È mi’ mùdél l’è Campedelli. Quél de Chievo”.
Giorgio: “E i baiòc?!”.
Michele: “Fifty-fifty”.
Giorgio: “Èeeeeh?”.
Michele: “Metà per uno. Metà a voi e metà a me”.
Giorgio: “Come metà a voi e metà a me? Té... te sòl e dis par zént de Cesena! Il 10%!!”.
Michele: “Giorgio, alòra l’ha propri rasòn e tu ba’ a di’ che ci’... che ci’ un po’... un po’... sé dai...”.
Giorgio: “Dai che!?”.
Michele (in un vicolo cieco): “Sé dai... che tan ci purté par... par...”.
Giorgio: “Par i aféri?”.
MICHELE: “Sé, par i aféri... però nenca par... par... dai zò!”.
Giorgio: “Par... par lavuré!”.
MICHELE: “Sé, nenca par lavuré, ma nenca par... par... par... dai... par...”.
Giorgio (sforzandosi insieme al cugino) “Par... par... par...”.
Michele: “Par... par...”
Giorgio: (facendo schioccare le dita): “Ai so’! Par rasuné!”.
Michele: “Ta l’è dét tè, ta l’è dét. Me a no dét gnint”.
Giorgio (fermo sul punto centrale della questione) “Sé, té però te sòl e dis par zént! Il 10%! Oh!”.
Michele (simulando di commiserare l’ingenuità del cugino, ma sottovoce, attento a non farsi sentire da Edmeo, ancora al telefono con il barista): “Giorgio, lo sai: le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo. Ne abbiamo parlato mille volte. Mio nonno l’ha passato a tuo babbo, però ha detto così che se resta in famiglia è contento. E visto che te... che te... sì insomma... che te di calcio non te ne intendi, dovrebbe passare a me. Gratis”.
Giorgio (terrorizzato): “ÈEEEHH?! COME GRATIS?!”.
Michele (sottovoce): “Sssssst... sa rogiàt?!”.
Giorgio: “Me... me... me a voi e stenta par zént, oh!”.
Michele: “Giorgio, se a fasém la Public Company...”.
Giorgio: “La che?...”.
Michele: “...la Pali Combi, a vandém a e doppi... e a fasém mità pròn... e me a dvént e presidént! E mi’ mudél... e mi’ mudél l’è Campedelli!”.
Giorgio: “Chi, quél d’la Fermana?”.
Michele: “No, quél de Chievo”.
Giorgio: “Ma Michele, quello lì.. quello lì è secco!”.
Michele (indispettito): “Embé, mi metto a dieta”.
Giorgio (tornando al punto, irremovibile): “Michele sta’ a sentire bene, la metà è troppo! Se te vuoi la metà allora... allora me a ne vend piò e Cesena, oh!”.
Michele (sottovoce) “Sta zét... che ut sént è tu’ ba’...”.
Giorgio (sottovoce) “Té Michele... té t’vu’ fe’ è fùrb!”.
Michele: “Ma cun la Pali Combi te t’ciàp chi baióc listéss... A la fasém apòsta, la Pali Combi, no?! Quant’ ciàp a vénd acsé, senza Pali Combi, cun e stenta par zént?...”.
Giorgio (confuso): “...a... a ne so. Cletra vólta...”.
Michele (spazientito): “Lascia ste’ cletra vólta! Me... me a voi ad piò de dis par zént! Oh!”.
Giorgio: “Alòra... alòra me an vénd! Oh!”.
Ora i due, imbronciati, si chiudono in un capriccioso silenzio tenendosi il muso. Qualche minuto dopo Edmeo, chiusa la telefonata (con seimila lire ha strappato al barista il ghiacciolo, il calippo, il cucciolone e l’opzione per un camillino da consumare l’indomani), sorprende il figlio e il nipote mentre si fanno la lingua, le boccacce e vari altri gesti provocatori come “il dito” e “l’ombrello”.
Edmeo: “SAV’SI’ FUMÉ VÙITAR DU’?!  UN CANÓN?!”.
Giorgio (frignando): “Babbo babbo, Michele dice che vuole la metà del Cesena! Hai capito cos’è che vuole: LA METÀ!”.
Edmeo: “Parché, zucòn, tal sé sòl adés?!”.
Michele (il busto eretto e l’indice sollevato, a testa alta): “Le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo”.
Giorgio (piagnucolando): “E chi... chi l’avrebbe detto che valgono la metà... come dici te?”.
Michele (contando sul fatto che Giorgio, pur essendo figlio di Edmeo, è sempre stato fuori dal giro): “Lo ha detto... Cecca Cecca!”.
Giorgio (sempre piagnucolando) “E chi è Cecca Cecca, il... il notaio?”.
Michele (simulando cordoglio e commozione): “No, era un tifoso del Cesena, ma adesso ci ha lasciati. Una grande perdita. Lui... lui disse che il Cesena, è per metà dei Lugaresi, e per metà dei Manuzzi”.
Giorgio: “Ba’, ba’, l’è véra c’l’ha dét acsé... Cecca Cecca?”.
Michele: “Zio...”.
Edmeo (sfinito dalla precedente trattativa con il barista): “Giorgio... Michele... andì a mandé via che méral!”.
Giorgio e Michele si scambiano un’occhiata: sono confusi; quindi guardano in direzione del davanzale della finestra, dove in effetti è appostato un merlo.
Giorgio: “Ba’... l’è... l’è sól un méral...”.
Edmeo: “Un’è un méral nurmél, tàn vi’?! Quél l’è... cum’us ciéma... l’è un ad chi buchén eletrònic! É sta da santì e po’ e va a di’ al robi in zìr! Mandàl via! Spéri adòs! GIORGIO MANDÀL VIA, SPÉRI ADÒS A TO’ DÉT!”.
Giorgio si alza e carica il fucile. Chiede a Michele se per caso si ritrova in tasca un cespuglio. Il cugino tira fuori dalla tasca del gilè varie cose, fra le quali anche un cespuglio. Giorgio e Michele simulano di scambiarsi un “cinque”. Il tutto avviene in rigoroso silenzio, poiché lo staff, teso a programmare l’agguato al volatile, intende contare sull’effetto sorpresa. In sede lo chiamano lavoro d’equipe. Giorgio, accovacciato dietro Michele, sistema non senza fatica il cespuglio sulle proprie spalle, per mimetizzarsi. Quindi, così addobbato, si infila sotto al tavolo, cominciando a strisciare sul pavimento, avvicinandosi con estrema cautela alla preda; ora, finalmente, l’amministratore delegato dell’A.C. Cesena prende con cura la mira e ba-booom!!!... esplode infine un colpo che fa andare in mille pezzi il congegno elettronico.
Michele e Edmeo, sollevati, si scambiano pacche sulle spalle.
Pienamente soddisfatto per l’estemporanea performance, Giorgio si rialza, si dà una ripulita e torna a sedersi trionfante al tavolo, guardando Michele con aria di superiorità, come per dirgli: “Prova te se sei capace a centrarlo al primo colpo, patàca”. Michele, in realtà, è tutto preso dalla faccenda che più lo inquieta: come sfruttare in qualche modo, in termini di denaro o carriera, quelle benedette azioni, “che sono pochissime ma valgono tantissimo”.
Edmeo adesso è assorto.
In sala nessuno ha voglia di dire alcunché, nonostante ci siano diverse questioni in sospeso. Un secondo merlo, nel frattempo, è comparso sul davanzale della finestra. Tra poco arriverà Totò De Falco con i gelati. L’occasione per fare una pausa in attesa di riprendere la discussione sul futuro del Cesena.
FINE PRIMO ATTO
William Shakespeare-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
--------------------------------------------------------------------------------
"Spesse volte, credendo di fare un peto, ci si riempie di merda."
François Rabelais, Gargantua e Pantagruele
"Pagate! O vi ficco nella mia tasca con supplizio e decollazione del collo e della testa! Cornoventraglia, il re sono io, si dà il caso. "
Alfred Jarry, Ubu re
"Se hai mostrato il canolicchio, o mare di bellezza, mostrami anche il carnume. "
Giovambattista Basile, Lo cunto de li cunti
"Ah! Qui piove piombo e ferro, e potremmo danneggiare la nostra preziosa persona."
Alfred Jarry, Ubu re
"Le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo."
Michele
"Ma insomma, Padre Ubu, che razza di re sei, massacri tutti. "
Alfred Jarry, Ubu sulla collina

 

ATTO PRIMO

 

 

 

In cui nella sala riunioni del terzo piano

 

della sede dell’A.C. Cesena si discute del futuro

 

 

 

 

 

Scena Seconda

 

Edmeo, Giorgio, Michele, e mèral

 

 

 

Edmeo, Giorgio e Michele sono seduti attorno al tavolo. Totò De Falco, dopo un lungo e faticoso summit, si è recato con seimila lire nel bar suggerito da Michele, quello “di là dalla via Emilia”, a trattare l’acquisto di un ghiacciolo alla fragola, un cucciolone e un calippo. La trattativa sarà senza dubbio piuttosto complicata, poiché secondo i calcoli dello staff la spesa supera, seppur di poco, la cifra imposta al direttore sportivo. I tre, intanto, hanno appena cominciato a discutere dell’eventuale cessione del Cesena. In particolare, di un’idea di Michele, il quale si è arrovellato non poco negli ultimi tempi per capire come vendere la società, tirando su un po’ di soldi, e al contempo diventarne il presidente.

 

 

 

Edmeo: “Èeeh!? Combi!? Mo chi èl sté Combi?! L’è... l’è Trevisani! L’è Trevisani quel di pali! Mé i Pali Combi... an’i’o mai santì! Trevisani! I Pali Trevisani!”.

 

Giorgio: “Ba’, Michele un’a dét ‘Pali Combi’. L’ha dét ‘Public Company’. Pu-blic Com-pa-ny”.

 

Edmeo: “Chiiii?! Sèl, un stranìr?! Un anvòd ad De Falco? Un’è ad làzò De Falco?! Mé an’e savéva c’l’aveva... c’l’aveva un anvòd stranìr!”.

 

Michele: “La Public Company, zio, è una struttura societaria in cui le quote sono divise fra molti azionisti. Polverizzando le azioni, 60% ai grandi azionisti, 3% ciascuno, il resto ai piccoli azionisti, 1% ciascuno, possiamo fare noi il prezzo per vendere il Cesena”.

 

Edmeo: “Di’ Michele, sa sìt sèmo?! Parché a’o da vénd e Cesena?!”.

 

Giorgio: “Ba’, lo hai detto te l’altro giorno, che siamo disposti a vendere il Cesena... dico l’hai... l’hai letto il giornale? Lì c’è scritto che te hai detto così...”.

 

Edmeo (su tutte le furie): “CHIII?! CHEEE?! SÈL CA’ HO DÈT MÉ?!”.

 

Giorgio: “Ma il giornale dice...”.

 

Edmeo: “Giorgio... Giorgio... te... me... te... te... me... te... me...”.

 

Michele: “Zio, il Cesena economicamente non vale più niente. Se facciamo la Public Company Giorgio è contento perché tirate su un po’ di soldi, che a lui lo sai che gli servono, e poi io mi metto d’accordo con gli altri azionisti e così posso fare il presidente... E se non ci stanno, non glielo diamo. Tie’!”.

 

Edmeo: “E... e chi cmanda?! È mé sa fàg!? E... e... savùt da mé?!”

 

 

Michele non risponde alle sollecitazioni delllo zio; appare assente, ha gli occhi socchiusi e, tra gli sguardi incuriositi degli altri due, assume un’aria di beatitudine. Sta immaginando se stesso nel ruolo di presidente del’A.C. Cesena.

 

 

Michele (sempre disegnando a occhi chiusi scenari futuri): “Il mio modello è Campedelli”.

 

Giorgio (perplesso): “Chi, é nostàr? É biundìn? Quel dlà Casertana?”.

 

Edmeo: “Giorgio tàn capés gnint, al’avém de’ a la Ternana!”.

 

Giorgio (mortificato per l’errore): “Osta l’è vera... a la Ternana. E Piangerelli, l’è ancora e nostàr?... E Scalabrelli? E che zòvan... la punta... cum us ciéma... Pirri... Pizzi... Rizzitelli!... ”.

 

Edmeo: “Giorgio... te... me... te... Sta zét!”.

 

MICHELE (sempre a occhi socchiusi, fremente al pensiero delle copertine sul Guerin Sportivo, dei servizi su Oggi, Gente, Novella 2000 ed Eva 3000, e poi soldi, barche, auto sportive, attrici, jet set, indossatrici, top model): “No, no quél d’l’Anconitana. Campedelli de Chievo. Quél di pandòri”.

 

Edmeo (pensieroso, alle prese con un’associazione mentale che salta a pie’ pari diversi passaggi logici): “Una vólta... una vólta e bastéva una stréta ad mén par fe’ di aféri”.

 

Giorgio (convinto dell’acutezza dell’obiezione): “ Ma scusa Michele, Quello lì che dici te è secco... mentre te invece sei grasso...”.

 

Michele (sempre sognante) “E allora? Mi metto a dieta”.

 

 

Squilla il telefono della sala riunioni. Tutti, compreso Michele, sono di colpo richiamati alla dura realtà. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere perfino Alessandri, o qualcuno del genere. Gente che vuole comprare il Cesena.

 

 

Edmeo: “Ditegli... che non sto bene!”.

 

Giorgio: “Michele... rispondi te”.

 

Michele: “Non posso. Ho la lobite”.

 

Giorgio: “Cos’è la lobite?”.

 

Michele: “Un’irritazione. Non posso parlare al telefono”.

 

Edmeo (perentorio): “Giorgio, arspònd!”.

 

 

Giorgio appoggia la mano sulla cornetta e, manifestando inusuale coraggio e spirito di sacrificio, la solleva. Per fortuna, all’altro capo c’è soltanto Totò De Falco. Tutti, in sala, tirano un sospiro di sollievo. Il direttore sportivo si trova al bar, e fa presente allo staff che il gestore dell’esercizio è disposto a parlare con Edmeo Lugaresi.

 

Giorgio passa il telefono a Edmeo, e mentre il presidente comincia a lamentarsi con il barista e a tirare sul prezzo dei gelati, Giorgio e Michele continuano a discutere di Public Company e futuro societario.

 

 

Giorgio (a bassa voce, per non farsi sentire dal padre): “Michele, me a no miga capì sèl la Pali Comb... la Public Company”.

 

Michele: “Te Giorgio... lascia fe’ a mé... Vendiamo al doppio, e io poi dopo faccio il presidente. È mi’ mùdél l’è Campedelli. Quél de Chievo”.

 

Giorgio: “E i baiòc?!”.

 

Michele: “Fifty-fifty”.

 

Giorgio: “Èeeeeh?”.

 

Michele: “Metà per uno. Metà a voi e metà a me”.

 

Giorgio: “Come metà a voi e metà a me? Té... te sòl e dis par zént de Cesena! Il 10%!!”.

 

Michele: “Giorgio, alòra l’ha propri rasòn e tu ba’ a di’ che ci’... che ci’ un po’... un po’... sé dai...”.

 

Giorgio: “Dai che!?”.

 

Michele (in un vicolo cieco): “Sé dai... che tan ci purté par... par...”.

 

Giorgio: “Par i aféri?”.

 

MICHELE: “Sé, par i aféri... però nenca par... par... dai zò!”.

 

Giorgio: “Par... par lavuré!”.

 

MICHELE: “Sé, nenca par lavuré, ma nenca par... par... par... dai... par...”.

 

Giorgio (sforzandosi insieme al cugino) “Par... par... par...”.

 

Michele: “Par... par...”

 

Giorgio: (facendo schioccare le dita): “Ai so’! Par rasuné!”.

 

Michele: “Ta l’è dét tè, ta l’è dét. Me a no dét gnint”.

 

Giorgio (fermo sul punto centrale della questione) “Sé, té però te sòl e dis par zént! Il 10%! Oh!”.

 

Michele (simulando di commiserare l’ingenuità del cugino, ma sottovoce, attento a non farsi sentire da Edmeo, ancora al telefono con il barista): “Giorgio, lo sai: le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo. Ne abbiamo parlato mille volte. Mio nonno l’ha passato a tuo babbo, però ha detto così che se resta in famiglia è contento. E visto che te... che te... sì insomma... che te di calcio non te ne intendi, dovrebbe passare a me. Gratis”.

 

Giorgio (terrorizzato): “ÈEEEHH?! COME GRATIS?!”.

 

Michele (sottovoce): “Sssssst... sa rogiàt?!”.

 

Giorgio: “Me... me... me a voi e stenta par zént, oh!”.

 

Michele: “Giorgio, se a fasém la Public Company...”.

 

Giorgio: “La che?...”.

 

Michele: “...la Pali Combi, a vandém a e doppi... e a fasém mità pròn... e me a dvént e presidént! E mi’ mudél... e mi’ mudél l’è Campedelli!”.

 

Giorgio: “Chi, quél d’la Fermana?”.

 

Michele: “No, quél de Chievo”.

 

Giorgio: “Ma Michele, quello lì.. quello lì è secco!”.

 

Michele (indispettito): “Embé, mi metto a dieta”.

 

Giorgio (tornando al punto, irremovibile): “Michele sta’ a sentire bene, la metà è troppo! Se te vuoi la metà allora... allora me a ne vend piò e Cesena, oh!”.

 

Michele (sottovoce) “Sta zét... che ut sént è tu’ ba’...”.

 

Giorgio (sottovoce) “Té Michele... té t’vu’ fe’ è fùrb!”.

 

Michele: “Ma cun la Pali Combi te t’ciàp chi baióc listéss... A la fasém apòsta, la Pali Combi, no?! Quant’ ciàp a vénd acsé, senza Pali Combi, cun e stenta par zént?...”.

 

Giorgio (confuso): “...a... a ne so. Cletra vólta...”.

 

Michele (spazientito): “Lascia ste’ cletra vólta! Me... me a voi ad piò de dis par zént! Oh!”.

 

Giorgio: “Alòra... alòra me an vénd! Oh!”.

 

 

 

Ora i due, imbronciati, si chiudono in un capriccioso silenzio tenendosi il muso. Qualche minuto dopo Edmeo, chiusa la telefonata (con seimila lire ha strappato al barista il ghiacciolo, il calippo, il cucciolone e l’opzione per un camillino da consumare l’indomani), sorprende il figlio e il nipote mentre si fanno la lingua, le boccacce e vari altri gesti provocatori come “il dito” e “l’ombrello”.

 

 

 

Edmeo: “SAV’SI’ FUMÉ VÙITAR DU’?!  UN CANÓN?!”.

 

Giorgio (frignando): “Babbo babbo, Michele dice che vuole la metà del Cesena! Hai capito cos’è che vuole: LA METÀ!”.

 

Edmeo: “Parché, zucòn, tal sé sòl adés?!”.

 

Michele (il busto eretto e l’indice sollevato, a testa alta): “Le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo”.

 

Giorgio (piagnucolando): “E chi... chi l’avrebbe detto che valgono la metà... come dici te?”.

 

Michele (contando sul fatto che Giorgio, pur essendo figlio di Edmeo, è sempre stato fuori dal giro): “Lo ha detto... Cecca Cecca!”.

 

Giorgio (sempre piagnucolando) “E chi è Cecca Cecca, il... il notaio?”.

 

Michele (simulando cordoglio e commozione): “No, era un tifoso del Cesena, ma adesso ci ha lasciati. Una grande perdita. Lui... lui disse che il Cesena, è per metà dei Lugaresi, e per metà dei Manuzzi”.

 

Giorgio: “Ba’, ba’, l’è véra c’l’ha dét acsé... Cecca Cecca?”.

 

Michele: “Zio...”.

 

Edmeo (sfinito dalla precedente trattativa con il barista): “Giorgio... Michele... andì a mandé via che méral!”.

 

 

 

Giorgio e Michele si scambiano un’occhiata: sono confusi; quindi guardano in direzione del davanzale della finestra, dove in effetti è appostato un merlo.

 

 

 

Giorgio: “Ba’... l’è... l’è sól un méral...”.

 

Edmeo: “Un’è un méral nurmél, tàn vi’?! Quél l’è... cum’us ciéma... l’è un ad chi buchén eletrònic! É sta da santì e po’ e va a di’ al robi in zìr! Mandàl via! Spéri adòs! GIORGIO MANDÀL VIA, SPÉRI ADÒS A TO’ DÉT!”.

 

 

 

Giorgio si alza e carica il fucile. Chiede a Michele se per caso si ritrova in tasca un cespuglio. Il cugino tira fuori dalla tasca del gilè varie cose, fra le quali anche un cespuglio. Giorgio e Michele simulano di scambiarsi un “cinque”. Il tutto avviene in rigoroso silenzio, poiché lo staff, teso a programmare l’agguato al volatile, intende contare sull’effetto sorpresa. In sede lo chiamano lavoro d’equipe. Giorgio, accovacciato dietro Michele, sistema non senza fatica il cespuglio sulle proprie spalle, per mimetizzarsi. Quindi, così addobbato, si infila sotto al tavolo, cominciando a strisciare sul pavimento, avvicinandosi con estrema cautela alla preda; ora, finalmente, l’amministratore delegato dell’A.C. Cesena prende con cura la mira e ba-booom!!!... esplode infine un colpo che fa andare in mille pezzi il congegno elettronico.

 

Michele e Edmeo, sollevati, si scambiano pacche sulle spalle.

 

Pienamente soddisfatto per l’estemporanea performance, Giorgio si rialza, si dà una ripulita e torna a sedersi trionfante al tavolo, guardando Michele con aria di superiorità, come per dirgli: “Prova te se sei capace a centrarlo al primo colpo, patàca”. Michele, in realtà, è tutto preso dalla faccenda che più lo inquieta: come sfruttare in qualche modo, in termini di denaro o carriera, quelle benedette azioni, “che sono pochissime ma valgono tantissimo”.

 

Edmeo adesso è assorto.

 

In sala nessuno ha voglia di dire alcunché, nonostante ci siano diverse questioni in sospeso. Un secondo merlo, nel frattempo, è comparso sul davanzale della finestra. Tra poco arriverà Totò De Falco con i gelati. L’occasione per fare una pausa in attesa di riprendere la discussione sul futuro del Cesena.

 

 

 

FINE PRIMO ATTO

 

 

William Shakespeare-cesenainbolgia 30/04/02

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"Spesse volte, credendo di fare un peto, ci si riempie di merda."


François Rabelais, Gargantua e Pantagruele



"Pagate! O vi ficco nella mia tasca con supplizio e decollazione del collo e della testa! Cornoventraglia, il re sono io, si dà il caso. "


Alfred Jarry, Ubu re



"Se hai mostrato il canolicchio, o mare di bellezza, mostrami anche il carnume. "


Giovambattista Basile, Lo cunto de li cunti



"Ah! Qui piove piombo e ferro, e potremmo danneggiare la nostra preziosa persona."


Alfred Jarry, Ubu re



"Le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo."


Michele



"Ma insomma, Padre Ubu, che razza di re sei, massacri tutti. "


Alfred Jarry, Ubu sulla collina