Rubriche - Il punto di due punti

L'EFFETTO PIADINA A ROVESCIO 07/05/02
Ricordate De Simone, Marziano, Pinciarelli? L’anno scorso a Cesena erano i bersagli preferiti delle ironie dei tifosi, a riprova dell’incapacità dell’A.C. Cesena di scegliere i giocatori. Eppure quest’anno, nel girone B della C1, De Simone non solo si è imposto quale leader del pur modesto Chieti, ma vanta il punteggio più alto nelle classifiche di rendimento della sua squadra; Marziano, che qua fece peggio di quel che ha fatto Bellotti quest’anno, è invece il regista del Taranto, cioè della squadra favorita negli spareggi-promozione; mentre Pinciarelli è salito direttamente in B con l’Ascoli: insieme al bomber Bruno e all’uomo-squadra Fontana, Pinciarelli è stato il miglior giocatore della formazione che ha ammazzato il torneo.
Ricordate Cangini, Taldo, Cevoli? Giocatori che al Cesena hanno offerto un rendimento più o meno dignitoso, però giocatori che qua, in due stagioni, hanno collezionato due fallimenti: una retrocessione e, l’anno scorso in C1, il mancato ingresso ai playoff. Ebbene, Cangini merita di andare in B con lo Spezia, mentre Taldo e Cevoli raggiungeranno con Como e Modena la massima serie. Non si può dire quindi che fossero dei perdenti o che portassero sfiga.
Chi volesse andare caccia di curiosità, potrebbe segnalare un paio di meteore bianconere oggi in C1: Monticciolo, promosso in B con l’Ascoli, e un portiere cresciuto nelle nostre giovanili, Saul Santarelli, il migliore giocatore (sempre secondo le classifiche di rendimento) del Pescara che contenderà a Taranto, Catania e Lanciano la vittoria dei playoff.
A fronte dei pochi giocatori che negli ultimi anni a Cesena hanno convinto (vedi per esempio Lamonica e Bettoni), decine e decine di altri hanno deluso o fallito, aprendo e chiudendo una parentesi negativa della loro carriera, salvo confermarsi su livelli buoni o accettabili altrove.
Bisognerebbe dunque chiedere a Bruno Bolchi – colui che coniò l’espressione “effetto piadina” per descrivere una singolarità della piazza bianconera, quella per cui a Cesena i giocatori ritrovavano energie e motivazioni perdute, offrendo al calcio le loro migliori stagioni; quella per cui il Cesena otteneva in campionato sempre più di quelle che erano le sue potenzialità rispetto alle squadre avversarie; quella per cui Cesena per gli allenatori era un trampolino di lancio, ecc. –, bisognerebbe chiedere a Bolchi perché l’effetto piadina si è capovolto nel suo opposto, perché da qualche anno a Cesena i giocatori danno non il meglio, ma il peggio di sé.
Senza scomodare Maciste, potremmo anche chiedere a Cavasin, Nicoletti, De Vecchi e quant’altri. Essendo gentiluomini, costoro non diranno mai, pubblicamente, che a Cesena il problema è nel seno della società, che risiede anzitutto nella mancanza di ordine nei ruoli e nelle funzioni (da cui un eterno scaricabarile) in una struttura inefficiente; che risiede nell’autonomia vincolata dello staff tecnico (direttore sportivo e allenatore), sottoposto agli umori e alle bizze di un capo sempre più solo e cupo e di un figlio e un nipote che non sanno bene che cosa volere, che cosa fare e dove andare a parare; che risiede nel fatto che se oggi Edmeo dice una cosa, domani il  figlio ne dice un’altra, e dopodomani il nipote un’altra ancora, in un rimpallo di suoni senza verità in cui la sincerità e la chiarezza sono evitate come la peste; che risiede nella mancanza di uno sguardo più ampio del qui e ora, al punto che il Cesena ricorda un Cassius Clay a fine carriera penosamente chiuso nell’angolo dall’ultimo degli esordienti, incapace di reagire e costretto a farsi pestare fino a esaurimento delle forze.
A sostegno della tesi per cui successi e insuccessi di una squadra e dei suoi giocatori e allenatori, specie se disegnano una chiara tendenza nel corso degli anni, si debbono alla società (nel nostro caso a Edmeo Lugaresi, Giorgio Lugaresi e Michele Manuzzi) prima che ad altri fattori, riporto di seguito lo stralcio d’una recente intervista concessa dall’allenatore Renzo Ulivieri a Mario Sconcerti, sulla quale invito tutti a riflettere, poiché in poche righe tocca diversi aspetti importanti.
Sconcerti: “Mi dicono che il calciatore oggi ha superato ogni argine. E’ un ipocondriaco della contrattura, non ubbidisce al tecnico durante l’allenamento per paura di farsi male. E’ concentrato solo su quello che guadagna e su cosa cosa rappresenta come azienda individuale. E’ vero?”.
ULIVIERI: “Sì e no. Nel senso che forse a volte si esagera sull’importanza del giocatore e delle sue ribellioni. L’allenatore deve imporre i metodi e i modi di allenamento. Se non ci riesce, è responsabilità sua. Perde i suoi diritti. Ma è chiaro che deve avere sempre le spalle coperte dalla società. I giocatori avvertono quando un tecnico è in pericolo e ognuno fa subito i suoi calcoli. Tocca alla società dare forza al tecnico, e decidere eventualmente di chi siano le responsabilità. E’ chiaro che l’ideale è avere il tempo e la forza di formare un gruppo. E allora puoi anche dire che alle nove di sera c’è ancora luce e si può andare a fare il terzo allenamento. Nessuno ti dirà di no. Ma se il vento vola basso, trovi subito chi dice che è una pazzia allenarsi a quell’ora. Come in tutte le cose, non esiste la verità. Esistono situazioni. Dipende dalla forza, se ce l’hai. E da chi te la dà”.
Come rileggere alla luce di queste affermazioni il rapporto fra l’A.C. Cesena e i dieci e passa allenatori degli ultimi anni (da Tardelli a Cuttone)? Come rileggere il fatto che alcuni di questi (buon ultimo De Vecchi) a inizio stagione avevano già in piede nella fossa? Come rileggere il fatto che decine di calciatori qua hanno deluso o fallito? E la crisi di risultati che quest’anno costò l’esonero a De Vecchi? E l’epilogo di questo campionato, con il siparietto di un parapiglia negli spogliatoi?
L’“effetto piadina a rovescio” non si deve insomma a una cocciuta sfortuna, ma ai limiti organizzativi, professionali, caratteriali e motivazionali di una società antica nello spirito prima che negli uomini, nella quale da anni domina l’improvvisazione. E ora, torniamo pure a rassegnarci alle lamentazioni presidenziali. Quest’anno, la colpa del fallimento è stata redistribuita tra De Falco, De Vecchi, Cuttone, i giocatori, e infine la piazza, troppo esigente. Chissà se ne rimane un po’ anche per i Lugaresi e Manuzzi.
Intanto il Cesena è in vendita, a detta del Signor Meso e Meso. Ma, come da dieci anni a questa parte, a nessuno interessa il Cesena. Peccato che le sue parole valgano quanto i soldi falsi: niente, salvo che per accileccare gli sprovveduti. Quegli altri, di farsi prendere in giro hanno smesso da un pezzo.
Marco – cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"In verità, fratello, noi godiamo troppo poco."
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
"Le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo."
Michele, Tutti gli uomini del presidente
"Mi son sentito sciogliere il corpo e ho fatto una bella scodellata gialla."
Giovambattista Basile, Lo cunto de li cunti

Ricordate De Simone, Marziano, Pinciarelli? L’anno scorso a Cesena erano i bersagli preferiti delle ironie dei tifosi, a riprova dell’incapacità dell’A.C. Cesena di scegliere i giocatori. Eppure quest’anno, nel girone B della C1, De Simone non solo si è imposto quale leader del pur modesto Chieti, ma vanta il punteggio più alto nelle classifiche di rendimento della sua squadra; Marziano, che qua fece peggio di quel che ha fatto Bellotti quest’anno, è invece il regista del Taranto, cioè della squadra favorita negli spareggi-promozione; mentre Pinciarelli è salito direttamente in B con l’Ascoli: insieme al bomber Bruno e all’uomo-squadra Fontana, Pinciarelli è stato il miglior giocatore della formazione che ha ammazzato il torneo.

 

Ricordate Cangini, Taldo, Cevoli? Giocatori che al Cesena hanno offerto un rendimento più o meno dignitoso, però giocatori che qua, in due stagioni, hanno collezionato due fallimenti: una retrocessione e, l’anno scorso in C1, il mancato ingresso ai playoff. Ebbene, Cangini merita di andare in B con lo Spezia, mentre Taldo e Cevoli raggiungeranno con Como e Modena la massima serie. Non si può dire quindi che fossero dei perdenti o che portassero sfiga.

 

Chi volesse andare caccia di curiosità, potrebbe segnalare un paio di meteore bianconere oggi in C1: Monticciolo, promosso in B con l’Ascoli, e un portiere cresciuto nelle nostre giovanili, Saul Santarelli, il migliore giocatore (sempre secondo le classifiche di rendimento) del Pescara che contenderà a Taranto, Catania e Lanciano la vittoria dei playoff.

 

A fronte dei pochi giocatori che negli ultimi anni a Cesena hanno convinto (vedi per esempio Lamonica e Bettoni), decine e decine di altri hanno deluso o fallito, aprendo e chiudendo una parentesi negativa della loro carriera, salvo confermarsi su livelli buoni o accettabili altrove.

 

Bisognerebbe dunque chiedere a Bruno Bolchi – colui che coniò l’espressione “effetto piadina” per descrivere una singolarità della piazza bianconera, quella per cui a Cesena i giocatori ritrovavano energie e motivazioni perdute, offrendo al calcio le loro migliori stagioni; quella per cui il Cesena otteneva in campionato sempre più di quelle che erano le sue potenzialità rispetto alle squadre avversarie; quella per cui Cesena per gli allenatori era un trampolino di lancio, ecc. –, bisognerebbe chiedere a Bolchi perché l’effetto piadina si è capovolto nel suo opposto, perché da qualche anno a Cesena i giocatori danno non il meglio, ma il peggio di sé.

 

Senza scomodare Maciste, potremmo anche chiedere a Cavasin, Nicoletti, De Vecchi e quant’altri. Essendo gentiluomini, costoro non diranno mai, pubblicamente, che a Cesena il problema è nel seno della società, che risiede anzitutto nella mancanza di ordine nei ruoli e nelle funzioni (da cui un eterno scaricabarile) in una struttura inefficiente; che risiede nell’autonomia vincolata dello staff tecnico (direttore sportivo e allenatore), sottoposto agli umori e alle bizze di un capo sempre più solo e cupo e di un figlio e un nipote che non sanno bene che cosa volere, che cosa fare e dove andare a parare; che risiede nel fatto che se oggi Edmeo dice una cosa, domani il  figlio ne dice un’altra, e dopodomani il nipote un’altra ancora, in un rimpallo di suoni senza verità in cui la sincerità e la chiarezza sono evitate come la peste; che risiede nella mancanza di uno sguardo più ampio del qui e ora, al punto che il Cesena ricorda un Cassius Clay a fine carriera penosamente chiuso nell’angolo dall’ultimo degli esordienti, incapace di reagire e costretto a farsi pestare fino a esaurimento delle forze.

 

A sostegno della tesi per cui successi e insuccessi di una squadra e dei suoi giocatori e allenatori, specie se disegnano una chiara tendenza nel corso degli anni, si debbono alla società (nel nostro caso a Edmeo Lugaresi, Giorgio Lugaresi e Michele Manuzzi) prima che ad altri fattori, riporto di seguito lo stralcio d’una recente intervista concessa dall’allenatore Renzo Ulivieri a Mario Sconcerti, sulla quale invito tutti a riflettere, poiché in poche righe tocca diversi aspetti importanti.

 

Sconcerti: “Mi dicono che il calciatore oggi ha superato ogni argine. E’ un ipocondriaco della contrattura, non ubbidisce al tecnico durante l’allenamento per paura di farsi male. E’ concentrato solo su quello che guadagna e su cosa cosa rappresenta come azienda individuale. E’ vero?”.

 

ULIVIERI: “Sì e no. Nel senso che forse a volte si esagera sull’importanza del giocatore e delle sue ribellioni. L’allenatore deve imporre i metodi e i modi di allenamento. Se non ci riesce, è responsabilità sua. Perde i suoi diritti. Ma è chiaro che deve avere sempre le spalle coperte dalla società. I giocatori avvertono quando un tecnico è in pericolo e ognuno fa subito i suoi calcoli. Tocca alla società dare forza al tecnico, e decidere eventualmente di chi siano le responsabilità. E’ chiaro che l’ideale è avere il tempo e la forza di formare un gruppo. E allora puoi anche dire che alle nove di sera c’è ancora luce e si può andare a fare il terzo allenamento. Nessuno ti dirà di no. Ma se il vento vola basso, trovi subito chi dice che è una pazzia allenarsi a quell’ora. Come in tutte le cose, non esiste la verità. Esistono situazioni. Dipende dalla forza, se ce l’hai. E da chi te la dà”.

 

Come rileggere alla luce di queste affermazioni il rapporto fra l’A.C. Cesena e i dieci e passa allenatori degli ultimi anni (da Tardelli a Cuttone)? Come rileggere il fatto che alcuni di questi (buon ultimo De Vecchi) a inizio stagione avevano già in piede nella fossa? Come rileggere il fatto che decine di calciatori qua hanno deluso o fallito? E la crisi di risultati che quest’anno costò l’esonero a De Vecchi? E l’epilogo di questo campionato, con il siparietto di un parapiglia negli spogliatoi?

 

L’“effetto piadina a rovescio” non si deve insomma a una cocciuta sfortuna, ma ai limiti organizzativi, professionali, caratteriali e motivazionali di una società antica nello spirito prima che negli uomini, nella quale da anni domina l’improvvisazione. E ora, torniamo pure a rassegnarci alle lamentazioni presidenziali. Quest’anno, la colpa del fallimento è stata redistribuita tra De Falco, De Vecchi, Cuttone, i giocatori, e infine la piazza, troppo esigente. Chissà se ne rimane un po’ anche per i Lugaresi e Manuzzi.

 

Intanto il Cesena è in vendita, a detta del Signor Meso e Meso. Ma, come da dieci anni a questa parte, a nessuno interessa il Cesena. Peccato che le sue parole valgano quanto i soldi falsi: niente, salvo che per accileccare gli sprovveduti. Quegli altri, di farsi prendere in giro hanno smesso da un pezzo.

 

 

 

Marco – cesenainbolgia 07/05/02

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"In verità, fratello, noi godiamo troppo poco."


F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra



"Le mie azioni sono pochissime, ma valgono tantissimo."


Michele, Tutti gli uomini del presidente



"Mi son sentito sciogliere il corpo e ho fatto una bella scodellata gialla."


Giovambattista Basile, Lo cunto de li cunti