Rubriche - Il punto di due punti

OMAGGIO A DARIO HUBNER (1 di 3) 15/05/02
Mino Bizzarri, centravanti del Cesena nella stagione 1995/96, chiacchierando con alcuni tifosi durante una cena alla pizzeria Meeting di Milano Marittima, sulle prime non fu tenero con il suo compagno di reparto: lo definì un perfetto esempio di "anticalcio", lamentando il fatto che quel gigante scuro, riccioluto, spigoloso, inelegante e un po' gobbo non pareva comprendere il senso fondamentale del gioco di squadra, e risultava pertanto impossibile coordinare con lui movimenti senza palla o dar vita ad azioni che non fossero frutto della casualità e dell'improvvisazione. Figurarsi poi se si poteva contare su un assist, una strategica gestione della palla, uno scatto verso l'esterno a favorire inserimenti da dietro. Giocargli accanto, insomma, era controproducente e frustrante per una punta.
Ciononostante, nell'occasione in cui espresse tali considerazioni, Bizzarri si affrettò ad aggiungere che, comunque fosse, "la ragione ce l'aveva quell'altro". Il fatto è che "quell'altro", lasciava intendere il centravanti, segnava gol a raffica, e per metterlo in condizione di andare a rete non servivano schemi elaborati, specifici moduli o un centrocampo che giocasse per lui. No, bastava un rinvio alla viva il parrocco di una difesa in affanno. Al che "quell'altro" partiva alla carica e - gli occhi piantati sul pallone, la testa incassata fra le spalle - puntava dritto per dritto come fanno i bisonti, travolgendo gli ostacoli che si erigevano tra lui e la porta come se fossero sagome di polistirolo.
Dario Hubner, triestino, classe 1967, diventò calciatore professionista senza averlo programmato da giovane. Quando approdò in Serie B, nella stagione 1992/93, a Cesena fu accolto senza curiosità e ancor meno entusiasmo, come si accoglie un giocatore che sarebbe rimasto lì un anno o due a scaldare la panchina per poi tornare da dove era venuto. Il suo curriculum, in effetti, non concedeva ai tifosi il lusso di illudersi o di fantasticare: già venticinquenne, cioè troppo anziano per esser spacciato come una promessa, Hubner aveva alle spalle qualche stagione giocata in C1 e C2, nel Fano e nel Pergocrema, e prima ancora in squadre di Interregionale e di Prima categoria. Per chi era abituato ai nomi di Lorenzo, Rizzitelli, Agostini, Holmqvist, Ciocci, Amarildo, Silas e Lerda, c'erano già buoni motivi per storcere il naso: era come se il Cesena di punto in bianco volesse affidarsi a una punta della Sampierana o della Sammaurese.
Le prime indiscrezioni, poi, lo indicavano come un tipo strano, taciturno, solito ad appartarsi e a fumare. Si diceva perfino che bevesse grappa, e che avesse lavorato per diverso tempo come operaio in un'azienda di serramenti e alluminio, o magari come fabbro in un paesino del nord-est, o forse nella falegnameria dello zio. Tutto questo lo allontanava ancora di più dall'assomigliare a un vero giocatore di calcio.
Le iniziali perplessità sul suo conto non diminuirono quando il suo volto apparve per la prima volta in una fotografia: come poteva una faccia del genere essere inserita, pur nelle dimensioni ridotte riservate alla B, nell'album di figurine Panini? Più che a un calciatore di B, quella faccia doveva appartenere a uno stopper turco, arabo o greco; oppure a un pugile o, appunto a un fabbro o a un operaio di una falegnameria. E poi quel nome. Va bene un "Andreas Hubner" o un "Karl Heinz Hubner" (gli stranieri cominciavano a farsi vivi anche in B), ma "Dario Hubner"?
Considerate tali riserve, sorprese una dichiarazione di Gaetano Salvemini, primo allenatore di Hubner a Cesena, il quale durante il ritiro precampionato annunciò che "un attacco così forte non l'aveva mai avuto". Salvemini non era uno sprovveduto, anzi vantava un'importante esperienza maturata su panchine di A e di B, ma che cosa si aspettasse da quell'attacco era difficile da capire: oltre al confermato Franco Lerda, centravanti da dieci, quindici gol in B compresi i rigori, il nuovo mister poteva contare appunto su quel Dario Hubner e su un tale Luca Pazzaglia, giocatore appena prelevato, pure lui, dalle categorie inferiori, che secondo la stampa avrebbe conteso al primo il posto da titolare al fianco di Lerda.
Né la prima partita di campionato sciolse quei dubbi (Cesena-Cremonese 4-1), nonostante la doppietta strana, all'apparenza casuale proprio di Hubner (un pallone che gli rimbalzò in qualche modo sulla testa, un altro che gli rimbalzò in qualche modo sul petto), sostituito nel secondo tempo dal più tecnico ed elegante rivale: preludio di un turnover che avrebbe dovuto durare l'intero campionato. Un turnover che invece non ci fu: Hubner disputò tutto il campionato da titolare, scavallando a testa bassa e in lungo e in largo nelle praterie del rettangolo verde, generando mischie intorno al pallone, procurando lividi ai difensori avversari, svirgolando cross, sbagliando gol fatti e realizzando dieci reti su azione.
Niente affatto male, tutto sommato, per un tizio con quella faccia e quel nome che beveva e fumava, e che fino a poco tempo prima smartellava sul ferro o spazzava trucioli dal pavimento.
Alla fine della stagione 1992/93 i tifosi erano dunque meno scettici sul conto di quell'attaccante anarchico e disordinato, ma certo non sospettavano di essere attesi da altri quattro anni di calcio targati Dario Hubner. Un'altra stagione in Romagna e lo sgraziato Hubner, l'ex dilettante Hubner era già diventato "Darione", il "Bisonte"": un attaccante duro come la roccia, imprevedibile perché insofferente agli schemi, difficile da contrastare fisicamente, potentissimo in progressione. Una gran brutta bestia per i difensori avversari, costretti a tenersi a distanza per non essere colpiti da una mano, un ginocchio o un gomito sparati qua e là.
Continua
Marco- cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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Il calcio a Muggia era per me un grande divertimento. Andavamo in trasferta con le nostre auto e c'era la pizza tutti assieme dopo le gare. Pensavo che quella sarebbe stata la mia vita ed ero felice.
Dario Hubner
Tra le iene (Iene maculatae) l'erezione del pene da parte dei maschi ha funzioni pacificatorie o politiche: erigendosi i peni, i contendenti capiscono all'istante che la lotta deve finire. A causa di questo, la femmina della iena ha sviluppato nel corso dell'evoluzione un finto pene che estrae ed erige a volontà per scopi puramente diplomatici.
Panorama, 13/03/1998
L'amore migliore è quello che non ha futuro.
Fabrizio De André

Mino Bizzarri, centravanti del Cesena nella stagione 1995/96, chiacchierando con alcuni tifosi durante una cena alla pizzeria Meeting di Milano Marittima, sulle prime non fu tenero con il suo compagno di reparto: lo definì un perfetto esempio di "anticalcio", lamentando il fatto che quel gigante scuro, riccioluto, spigoloso, inelegante e un po' gobbo non pareva comprendere il senso fondamentale del gioco di squadra, e risultava pertanto impossibile coordinare con lui movimenti senza palla o dar vita ad azioni che non fossero frutto della casualità e dell'improvvisazione. Figurarsi poi se si poteva contare su un assist, una strategica gestione della palla, uno scatto verso l'esterno a favorire inserimenti da dietro. Giocargli accanto, insomma, era controproducente e frustrante per una punta.

Ciononostante, nell'occasione in cui espresse tali considerazioni, Bizzarri si affrettò ad aggiungere che, comunque fosse, "la ragione ce l'aveva quell'altro". Il fatto è che "quell'altro", lasciava intendere il centravanti, segnava gol a raffica, e per metterlo in condizione di andare a rete non servivano schemi elaborati, specifici moduli o un centrocampo che giocasse per lui. No, bastava un rinvio alla viva il parrocco di una difesa in affanno. Al che "quell'altro" partiva alla carica e - gli occhi piantati sul pallone, la testa incassata fra le spalle - puntava dritto per dritto come fanno i bisonti, travolgendo gli ostacoli che si erigevano tra lui e la porta come se fossero sagome di polistirolo.

 

Dario Hubner, triestino, classe 1967, diventò calciatore professionista senza averlo programmato da giovane. Quando approdò in Serie B, nella stagione 1992/93, a Cesena fu accolto senza curiosità e ancor meno entusiasmo, come si accoglie un giocatore che sarebbe rimasto lì un anno o due a scaldare la panchina per poi tornare da dove era venuto. Il suo curriculum, in effetti, non concedeva ai tifosi il lusso di illudersi o di fantasticare: già venticinquenne, cioè troppo anziano per esser spacciato come una promessa, Hubner aveva alle spalle qualche stagione giocata in C1 e C2, nel Fano e nel Pergocrema, e prima ancora in squadre di Interregionale e di Prima categoria. Per chi era abituato ai nomi di Lorenzo, Rizzitelli, Agostini, Holmqvist, Ciocci, Amarildo, Silas e Lerda, c'erano già buoni motivi per storcere il naso: era come se il Cesena di punto in bianco volesse affidarsi a una punta della Sampierana o della Sammaurese.

 

Le prime indiscrezioni, poi, lo indicavano come un tipo strano, taciturno, solito ad appartarsi e a fumare. Si diceva perfino che bevesse grappa, e che avesse lavorato per diverso tempo come operaio in un'azienda di serramenti e alluminio, o magari come fabbro in un paesino del nord-est, o forse nella falegnameria dello zio. Tutto questo lo allontanava ancora di più dall'assomigliare a un vero giocatore di calcio.

 

Le iniziali perplessità sul suo conto non diminuirono quando il suo volto apparve per la prima volta in una fotografia: come poteva una faccia del genere essere inserita, pur nelle dimensioni ridotte riservate alla B, nell'album di figurine Panini? Più che a un calciatore di B, quella faccia doveva appartenere a uno stopper turco, arabo o greco; oppure a un pugile o, appunto a un fabbro o a un operaio di una falegnameria. E poi quel nome. Va bene un "Andreas Hubner" o un "Karl Heinz Hubner" (gli stranieri cominciavano a farsi vivi anche in B), ma "Dario Hubner"?

 

Considerate tali riserve, sorprese una dichiarazione di Gaetano Salvemini, primo allenatore di Hubner a Cesena, il quale durante il ritiro precampionato annunciò che "un attacco così forte non l'aveva mai avuto". Salvemini non era uno sprovveduto, anzi vantava un'importante esperienza maturata su panchine di A e di B, ma che cosa si aspettasse da quell'attacco era difficile da capire: oltre al confermato Franco Lerda, centravanti da dieci, quindici gol in B compresi i rigori, il nuovo mister poteva contare appunto su quel Dario Hubner e su un tale Luca Pazzaglia, giocatore appena prelevato, pure lui, dalle categorie inferiori, che secondo la stampa avrebbe conteso al primo il posto da titolare al fianco di Lerda.

 

Né la prima partita di campionato sciolse quei dubbi (Cesena-Cremonese 4-1), nonostante la doppietta strana, all'apparenza casuale proprio di Hubner (un pallone che gli rimbalzò in qualche modo sulla testa, un altro che gli rimbalzò in qualche modo sul petto), sostituito nel secondo tempo dal più tecnico ed elegante rivale: preludio di un turnover che avrebbe dovuto durare l'intero campionato. Un turnover che invece non ci fu: Hubner disputò tutto il campionato da titolare, scavallando a testa bassa e in lungo e in largo nelle praterie del rettangolo verde, generando mischie intorno al pallone, procurando lividi ai difensori avversari, svirgolando cross, sbagliando gol fatti e realizzando dieci reti su azione.

 

Niente affatto male, tutto sommato, per un tizio con quella faccia e quel nome che beveva e fumava, e che fino a poco tempo prima smartellava sul ferro o spazzava trucioli dal pavimento.

 

Alla fine della stagione 1992/93 i tifosi erano dunque meno scettici sul conto di quell'attaccante anarchico e disordinato, ma certo non sospettavano di essere attesi da altri quattro anni di calcio targati Dario Hubner. Un'altra stagione in Romagna e lo sgraziato Hubner, l'ex dilettante Hubner era già diventato "Darione", il "Bisonte"": un attaccante duro come la roccia, imprevedibile perché insofferente agli schemi, difficile da contrastare fisicamente, potentissimo in progressione. Una gran brutta bestia per i difensori avversari, costretti a tenersi a distanza per non essere colpiti da una mano, un ginocchio o un gomito sparati qua e là.

 

Continua

 

 

 

Marco- cesenainbolgia 15/05/02

 

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Il calcio a Muggia era per me un grande divertimento. Andavamo in trasferta con le nostre auto e c'era la pizza tutti assieme dopo le gare. Pensavo che quella sarebbe stata la mia vita ed ero felice.


Dario Hubner



Tra le iene (Iene maculatae) l'erezione del pene da parte dei maschi ha funzioni pacificatorie o politiche: erigendosi i peni, i contendenti capiscono all'istante che la lotta deve finire. A causa di questo, la femmina della iena ha sviluppato nel corso dell'evoluzione un finto pene che estrae ed erige a volontà per scopi puramente diplomatici.


Panorama, 13/03/1998



L'amore migliore è quello che non ha futuro.


Fabrizio De André