Rubriche - Il punto di due punti

OMAGGIO A DARIO HUBNER (2 di 3) 22/05/02
Durante i suoi anni in maglia bianconera Hubner a volte veniva schierato in attacco da solo: là davanti bastava e avanzava e il suo rendimento non sembrava essere condizionato dalla presenza o meno di un secondo attaccante. Gli attaccanti che si avvicendarono al suo fianco, giocatori più "veri" di lui (Scarafoni, Bizzarri, Agostini), venivano relegati a ruoli da comprimari: il protagonista della prima linea era lui, poiché era lui che trascinava al successo il Cesena in partite giocate per ottantanove minuti in difesa.
Hubner diventò il terrore delle difese di B e presto cominciarono a giungere offerte al Cesena da squadre più o meno titolate della massima serie. Se rimase in Romagna e in B tanto a lungo (fino all'anno della retrocessione in C1), fu, come Dario ama raccontarsela oggi, perché Del Vecchio (allora all'Inter) rifiutò il trasferimento al Cesena; in realtà fu perché i dirigenti bianconeri ritenevano penalizzante il rapporto qualità/prezzo dell'affare Hubner (il Bisonte non fu mai considerato un calciatore del tutto vero), ma anche perché a Cesena lui e la sua famiglia si trovavano bene. E se si trovavano bene, perché provvedere a un faticoso trasloco, pur se per andare a giocare in A e guadagnare qualche decina o centinaia di milioni in più?
Con 86 gol in 190 partite ufficiali Hubner è il giocatore del Cesena più importante di sempre. Passato al Brescia nella stagione 1997/98, debuttò in Serie A con una tripletta alla prima giornata (Brescia-Sampdoria 3-3) che fece strabuzzare gli occhi e i block notes ai cronisti di tutti i quotidiani sportivi nazionali. A Brescia giocò quattro anni, due in A e due in B, e in quell'arco di tempo fu, in Italia, il calciatore professionista con la media realizzativa più alta.
Perfino l'elitario Foglio di Giuliano Ferrara si occupò del Bisonte (anzi di Katanga, come lo ribattezzarono a Brescia), in un articolo che invitava gli appassionati di Fantacalcio ad affidarsi a quell'attaccante curiosamente sottovalutato, ma che rappresentava una garanzia assoluta in termini di rendimento e di gol segnati. Consiglio che avrebbe fatto la fortuna di chi ebbe la premura di seguirlo. A 35 anni suonati, con la maglia del Piacenza, Dario Hubner segna 24 gol e, con Trezeguet, davanti a Vieri, è il capocanniere della massima serie.
Anche Hubner a dirla tutta conosceva periodi di vacche magre, ma la sua astinenza dal gol non preoccupava i tifosi bianconeri . Prima o poi si sarebbe svegliato e con una decina di reti in sei o sette partite avrebbe ribaltato la classifica del Cesena. Piuttosto, c'è da chiedersi come riuscisse Hubner, sul cui conto pesava la sensazione che non fosse un giocatore del tutto vero, segnare così tanto. In genere un attaccante si distingue per una specifica qualità ed è ricordato per i gol di testa, di astuzia, di potenza e via dicendo.
Nel caso di Hubner è difficile isolare una caratteristica o un'azione in cui eccelleva. Pur non essendo velocissimo, a Cesena segnava in contropiede dopo sgroppate di quaranta metri, ma questo perché il Cesena tendeva in casa e fuori a rintanarsi in difesa. Se avesse disputato cinque stagioni di B con una squadra votata alla manovra e alla ricerca del cross dalle fasce, tutti quei gol, pur non essendo particolarmente brillante nel gioco aereo, li avrebbe segnati di testa. Né poteva contare su una castagna terribile o sui diabolici tiri ad effetto dei cartoon giapponesi, eppure spesso gonfiava la rete calciando di destro o di sinistro da fuori. Da un giocatore chiamato il Bisonte, poi, non ti aspetti rapidità negli spazi stretti e opportunismo in area di rigore, però il gol di rapina o in mischia, con quelle zampacce, era lui a segnarlo. Anche la tecnica abitava altrove, ma i gol in acrobazia o al volo non gl i erano estranei. Ai piedi calzava un paio di pinne, mica scarpette da ballerina, eppure spesso beffava il portiere con millimetrici pallonetti.
Forse Hubner era una specie di supergiocatore con il potere di imitare - a modo suo, cioè un po' goffamente - quello che gli altri sapevano fare, superandoli in efficacia.
Questo è ciò che deve aver sospettato anche Edmeo Lugaresi nel periodo in cui Hubner, di punto in bianco, senza avvisare nessuno, cominciò a tentare il pallonetto da qualsiasi posizione. A volte riusciva a infilare il pallone in rete (ricordate il pallonetto di sinistro, in corsa e di prima intenzione, calciato dal vertice destro dell'area grande, con cui realizzò il gol del 2-0 in un derby a Ravenna, uno dei primi e senz'altro il più bello?), altre volte concludeva alto, a lato o tra le braccia del portiere, senza peraltro che la sua media gol risentisse di quell'estemporanea fissazione.
Il presidente disapprovava tutte quelle palombe davanti alla porta e l'anno successivo, dopo l'ennesimo colpo balistico del Bisonte, Lugaresi esternò il suo disappunto, puntando il dito contro lo strano vezzo del bomber. Che cosa cavolo gli era preso a Darione? S'era svegliato una bella mattina credendo di essere in Brasile e di giocare al Maracanà? Davanti alla porta, doveva tirare una sassata! Magari a occhi chiusi, e pazienza se andava a finire fuori o in faccia al portiere. Con quei pallonetti doveva piantarla punto e basta.
Nel turno di campionato successivo allo sfogo del presidente (Cesena-Fidelis Andria , un anticipo serale) il Bisonte, a un quarto d'ora dalla fine, sul 3-0 per il Cesena, ebbe l'occasione d'involarsi tutto solo verso l'area avversaria. Giunto al limite, con uno specchio di porta largo come l'ingresso di Disneyland, davanti a un portiere piantato in mezzo all'area e già rassegnato, Hubner non poté trattenersi dal toccare, morbido, il pallone da sotto. L'estremo difensore dell'Andria non si fece sorprendere e riuscì a sollevarsi e a toccare la sfera, la quale, nonostante il suo intervento, lo scavalcò e continuò a ballonzolare, pian piano, fin dentro la rete.
Fu un pallonetto fortunato, ma discutibile per scelta ed esecuzione, che per un attimo lasciò sconcertato lo stesso Hubner. Subito il Bisonte si ritrovò disegnato sul volto un sorriso da mascalzone pentito. Si avvicinò al portiere, lo aiutò a rialzarsi e con una pacca sulle spalle lo rincuorò : un gesto rivolto non tanto al numero 1 dell'Andria, ma proprio a Edmeo Lugaresi, a cui Hubner avrebbe voluto dire: "Presidente, mi dispiace, che cosa posso farci se mi viene da fare così".
Il presidente a fine gara non commentò l 'episodio (era chiaro che non era un affronto, che a Hubner veniva da fare così), né tornò più sulla questione dei pallonetti. Le palombelle sarebbero poi scomparse quasi del tutto per conto loro, senza motivo, come senza motivo avevano fatto il loro ingresso in scena. E un bel giorno, insieme a Lugaresi, tutti prendemmo atto che a Hubner non veniva più, sistematicamente, di fare così.
Continua
Marco - cesenainbolgia
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"Egli sogna, adesso. E che cosa credi che sogni?" "Nessuno lo può indovinare." "Ma come, sogna di te. E se smettesse di sognare, dove credi che saresti tu?" "Dove sono ora, naturalmente." Niente affatto, non saresti in nessun luogo. Perché tu sei sei soltanto una cosa dentro il suo sogno. Se il Re dovesse svegliarsi, tu ti spegneresti... puf... proprio come una candela."
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio
Si scelgono tra i sogni quelli che meglio riscaldano l'anima: i sogni porcaccioni.
L.F. Céline
Il sogno è il chicco di grano che sogna la spiga, l'antropoide che sogna l'uomo, l'uomo che sogna quello che verrà.
Raymond de Becker

Durante i suoi anni in maglia bianconera Hubner a volte veniva schierato in attacco da solo: là davanti bastava e avanzava e il suo rendimento non sembrava essere condizionato dalla presenza o meno di un secondo attaccante. Gli attaccanti che si avvicendarono al suo fianco, giocatori più "veri" di lui (Scarafoni, Bizzarri, Agostini), venivano relegati a ruoli da comprimari: il protagonista della prima linea era lui, poiché era lui che trascinava al successo il Cesena in partite giocate per ottantanove minuti in difesa.

Hubner diventò il terrore delle difese di B e presto cominciarono a giungere offerte al Cesena da squadre più o meno titolate della massima serie. Se rimase in Romagna e in B tanto a lungo (fino all'anno della retrocessione in C1), fu, come Dario ama raccontarsela oggi, perché Del Vecchio (allora all'Inter) rifiutò il trasferimento al Cesena; in realtà fu perché i dirigenti bianconeri ritenevano penalizzante il rapporto qualità/prezzo dell'affare Hubner (il Bisonte non fu mai considerato un calciatore del tutto vero), ma anche perché a Cesena lui e la sua famiglia si trovavano bene. E se si trovavano bene, perché provvedere a un faticoso trasloco, pur se per andare a giocare in A e guadagnare qualche decina o centinaia di milioni in più?

 

Con 86 gol in 190 partite ufficiali Hubner è il giocatore del Cesena più importante di sempre. Passato al Brescia nella stagione 1997/98, debuttò in Serie A con una tripletta alla prima giornata (Brescia-Sampdoria 3-3) che fece strabuzzare gli occhi e i block notes ai cronisti di tutti i quotidiani sportivi nazionali. A Brescia giocò quattro anni, due in A e due in B, e in quell'arco di tempo fu, in Italia, il calciatore professionista con la media realizzativa più alta.

 

Perfino l'elitario Foglio di Giuliano Ferrara si occupò del Bisonte (anzi di Katanga, come lo ribattezzarono a Brescia), in un articolo che invitava gli appassionati di Fantacalcio ad affidarsi a quell'attaccante curiosamente sottovalutato, ma che rappresentava una garanzia assoluta in termini di rendimento e di gol segnati. Consiglio che avrebbe fatto la fortuna di chi ebbe la premura di seguirlo. A 35 anni suonati, con la maglia del Piacenza, Dario Hubner segna 24 gol e, con Trezeguet, davanti a Vieri, è il capocanniere della massima serie.

 

Anche Hubner a dirla tutta conosceva periodi di vacche magre, ma la sua astinenza dal gol non preoccupava i tifosi bianconeri . Prima o poi si sarebbe svegliato e con una decina di reti in sei o sette partite avrebbe ribaltato la classifica del Cesena. Piuttosto, c'è da chiedersi come riuscisse Hubner, sul cui conto pesava la sensazione che non fosse un giocatore del tutto vero, segnare così tanto. In genere un attaccante si distingue per una specifica qualità ed è ricordato per i gol di testa, di astuzia, di potenza e via dicendo.

 

Nel caso di Hubner è difficile isolare una caratteristica o un'azione in cui eccelleva. Pur non essendo velocissimo, a Cesena segnava in contropiede dopo sgroppate di quaranta metri, ma questo perché il Cesena tendeva in casa e fuori a rintanarsi in difesa. Se avesse disputato cinque stagioni di B con una squadra votata alla manovra e alla ricerca del cross dalle fasce, tutti quei gol, pur non essendo particolarmente brillante nel gioco aereo, li avrebbe segnati di testa. Né poteva contare su una castagna terribile o sui diabolici tiri ad effetto dei cartoon giapponesi, eppure spesso gonfiava la rete calciando di destro o di sinistro da fuori. Da un giocatore chiamato il Bisonte, poi, non ti aspetti rapidità negli spazi stretti e opportunismo in area di rigore, però il gol di rapina o in mischia, con quelle zampacce, era lui a segnarlo. Anche la tecnica abitava altrove, ma i gol in acrobazia o al volo non gl i erano estranei. Ai piedi calzava un paio di pinne, mica scarpette da ballerina, eppure spesso beffava il portiere con millimetrici pallonetti.

 

Forse Hubner era una specie di supergiocatore con il potere di imitare - a modo suo, cioè un po' goffamente - quello che gli altri sapevano fare, superandoli in efficacia.

 

Questo è ciò che deve aver sospettato anche Edmeo Lugaresi nel periodo in cui Hubner, di punto in bianco, senza avvisare nessuno, cominciò a tentare il pallonetto da qualsiasi posizione. A volte riusciva a infilare il pallone in rete (ricordate il pallonetto di sinistro, in corsa e di prima intenzione, calciato dal vertice destro dell'area grande, con cui realizzò il gol del 2-0 in un derby a Ravenna, uno dei primi e senz'altro il più bello?), altre volte concludeva alto, a lato o tra le braccia del portiere, senza peraltro che la sua media gol risentisse di quell'estemporanea fissazione.

 

Il presidente disapprovava tutte quelle palombe davanti alla porta e l'anno successivo, dopo l'ennesimo colpo balistico del Bisonte, Lugaresi esternò il suo disappunto, puntando il dito contro lo strano vezzo del bomber. Che cosa cavolo gli era preso a Darione? S'era svegliato una bella mattina credendo di essere in Brasile e di giocare al Maracanà? Davanti alla porta, doveva tirare una sassata! Magari a occhi chiusi, e pazienza se andava a finire fuori o in faccia al portiere. Con quei pallonetti doveva piantarla punto e basta.

 

Nel turno di campionato successivo allo sfogo del presidente (Cesena-Fidelis Andria , un anticipo serale) il Bisonte, a un quarto d'ora dalla fine, sul 3-0 per il Cesena, ebbe l'occasione d'involarsi tutto solo verso l'area avversaria. Giunto al limite, con uno specchio di porta largo come l'ingresso di Disneyland, davanti a un portiere piantato in mezzo all'area e già rassegnato, Hubner non poté trattenersi dal toccare, morbido, il pallone da sotto. L'estremo difensore dell'Andria non si fece sorprendere e riuscì a sollevarsi e a toccare la sfera, la quale, nonostante il suo intervento, lo scavalcò e continuò a ballonzolare, pian piano, fin dentro la rete.

 

Fu un pallonetto fortunato, ma discutibile per scelta ed esecuzione, che per un attimo lasciò sconcertato lo stesso Hubner. Subito il Bisonte si ritrovò disegnato sul volto un sorriso da mascalzone pentito. Si avvicinò al portiere, lo aiutò a rialzarsi e con una pacca sulle spalle lo rincuorò : un gesto rivolto non tanto al numero 1 dell'Andria, ma proprio a Edmeo Lugaresi, a cui Hubner avrebbe voluto dire: "Presidente, mi dispiace, che cosa posso farci se mi viene da fare così".

 

Il presidente a fine gara non commentò l 'episodio (era chiaro che non era un affronto, che a Hubner veniva da fare così), né tornò più sulla questione dei pallonetti. Le palombelle sarebbero poi scomparse quasi del tutto per conto loro, senza motivo, come senza motivo avevano fatto il loro ingresso in scena. E un bel giorno, insieme a Lugaresi, tutti prendemmo atto che a Hubner non veniva più, sistematicamente, di fare così.

 

 

 

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Marco - cesenainbolgia 22/05/02

 

 

 

 

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"Egli sogna, adesso. E che cosa credi che sogni?" "Nessuno lo può indovinare." "Ma come, sogna di te. E se smettesse di sognare, dove credi che saresti tu?" "Dove sono ora, naturalmente." Niente affatto, non saresti in nessun luogo. Perché tu sei sei soltanto una cosa dentro il suo sogno. Se il Re dovesse svegliarsi, tu ti spegneresti... puf... proprio come una candela."


Lewis Carroll, Attraverso lo specchio



Si scelgono tra i sogni quelli che meglio riscaldano l'anima: i sogni porcaccioni.


L.F. Céline



Il sogno è il chicco di grano che sogna la spiga, l'antropoide che sogna l'uomo, l'uomo che sogna quello che verrà.


Raymond de Becker