Rubriche - Il punto di due punti

OMAGGIO A DARIO HUBNER (3 di 3) 29/05/02
A volte al Bisonte capitava perfino di segnare senza volerlo, come quella domenica pomeriggio al Manuzzi, quando dal vertice dell'area piccola firmò il gol del pareggio (2-2) del Monza con un colpo di testa all'incrocio dei pali della porta sbagliata (da allora cominciammo a temere la presenza di Hubner nella nostra area di rigore: "Va'sò, va'sò" gli si gridava dagli spalti), o come l'1-0 sul Bari allo scadere di una partita destinata a un pareggio tacitamente o esplicitamente concordato dalle due squadre.
Accadde che uno spiovente da centrocampo diretto verso Alberto Fontana, portiere degli ospiti ed ex del Cesena, trovò sulla sua traiettoria proprio il testone di Hubner, l'unico giocatore che per evitare problemi in quella circostanza avrebbe dovuto trovarsi altrove. A centro area, spalle alla porta, Darione si staccò da terra rigido come il fusto di un albero - ma appena appena, senza convinzione, giusto per non farla sporca -. Eppure al pallone bastò sfiorare quei riccioli neri per schizzare sotto la traversa e ingannare Fontana (dopo quell'episodio, per un lungo periodo di tempo, Hubner evitò di gioire dopo la realizzazione di un gol: forse voleva giustificare il fatto che in quell'occasione non esultò, spacciando quella reazione per un atteggiamento suo proprio, o forse gli era piaciuto il fatto di non festeggiare; forse lui stesso cominciò a chiedersi perché mai il pallone gli finiva sempre in rete, anche quando non doveva, e a stupirsi per ogni nuova impresa). Il gol di Hubner rese furibondi i giocatori del Bari, che nel dopopartita si scagliarono contro i bianconeri con insulti, minacce e appuntamenti al Sant'Elia. (Contro tutti, ma non contro Hubner, al quale se veniva di fare così, non c'era niente da fare.)
E qualche mese dopo al Sant'Elia fra Bari e Cesena fu guerra: una scazzottata in mezzo al campo sul finire della gara coinvolse diversi giocatori e altra gente scesa sul terreno di gioco alla caccia dei bianconeri; alcuni giocatori del Cesena pagarono con diverse giornate di squalifica i fatti di quella giornata, mentre nessun provvedimento fu preso nei confronti di giocatori e dirigenti del Bari (e nemmeno di Hubner, il cui gol al Manuzzi fu la causa di tutto). La partita del Sant'Elia, come quella di andata, finì 1-0 per il Cesena. Gol, manco a dirlo, di Hubner.
Il 19 marzo 1995, ad Acireale, al novantesimo minuto della partita, Hubner firmò l'1-1 con un gol che poteva segnare solo lui. Un campanile a scendere nell'area piccola dell'Acireale era destinato al portiere dei padroni di casa, protetto da diversi difensori amaranto e strattonato da altrettanti giocatori bianconeri: un 'azione che si sarebbe conclusa con la presa alta del portiere o con una punizione fischiata a suo favore, visto il parapiglia che si stava scatenando in attesa che il pallone piovesse giù dal cielo. Sennonché irruppe sulla scena il Bisonte, il quale, qualche metro più indietro, si lanciò in aria in direzione della porta e sopra quella mischia come un tronco d'albero sparato da una catapulta. E anche in quel caso ebbe ragione lui: Darione lassù precedette tutti e il pallone incocciò proprio la sua testa, andando a finire in rete. Nell'occasione, Hubner travolse tutto quanto si trovava nella sua traiettoria e, mentre si allontanava soddisfatto per la marcatura, diversi giocatori vestiti di bianconero e amaranto facevano compagnia al pallone dentro la porta. (Chissà se fu proprio così; forse l'episodio è qui amplificato o colorito; ma per Hubner la fedeltà storica merita essere forzata in favore della leggenda.) I padroni di casa protestarono a lungo per la catastrofica irruzione del Bisonte, ma l'arbitro giudicò il gol regolare: il capoccione di Hubner era arrivato sulla palla per primo, e i giocatori travolti dal Bisonte, semplicemente, si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
L'impressione che Dario Hubner fosse qualcosa di diverso da un calciatore vero è sopravvissuta agli anni, ai suoi successi personali e ai suoi gol. Forse avrebbe segnato lo stesso numero di reti in qualsiasi categoria, dai dilettanti alla serie A, e in qualsiasi categoria ne avrebbe sbagliati altrettanti. Era come se per Hubner non cambiassero le cose per il fatto di trovarsi di fronte a Baresi e Maldini del Milan o a Gigi e Pelo del Bar Tonino. Palla al piede, in entrambi i casi avrebbe puntato dritto verso la porta, lanciando la sfera tra le gambe dei difensori e gettandosi in mezzo lui stesso, provocando un'enorme confusione in cui tutti, lui per primo, avrebbero perso di vista il pallone, ingaggiando un battaglia di catch, sradicando zolle di erba e lasciando buchi nel campo, sbatacchiando a destra e a sinistra i tentacoli e incassando e distribuendo pestoni, quindi uscendo dalla mischia con la stessa probabilità di ritrovarsi o meno il pallone tra i piedi.
La naturale tendenza ad accendere zuffe farebbe pensare a un giocatore con regolari appuntamenti in infermeria, eppure non ricordo di avere mai visto, in cinque anni, Hubner dolorante a terra o soccorso dai medici; al contrario, spesso i difensori avversari a fine partita rientravano negli spogliatoi zoppicando o proteggendo con la mano una parte del corpo malconcia.
Quando, a un certo punto, i tifosi romagnoli iniziarono a sospettare che Hubner fosse non un uomo normale, ma un replicante programmato per fare gol, e che le sue ossa fossero rivestite con una lega metallica più dura del diamante, sul parapetto dei distinti centrali del Dino Manuzzi comparve un lungo striscione in onore di quell'essere sovrannaturale che ci aveva portato in dote i suoi poteri: lo striscione era intitolato a "Cyber Hubner" e al suo centro il volto di Dario appariva per metà umano e per metà meccanico.
Nel calcio inglese Hubner avrebbe infiammato il pubblico come pochi altri, e se fosse nato in Scozia o in Irlanda avrebbe partecipato a qualche edizione del campionato del mondo. In Italia è stato un attaccante eccezionale e indifferente alla notorietà, che tenne a galla il Cesena nei suoi anni difficili. E tuttora per i tifosi bianconeri, in un'epoca in cui le bandiere nel calcio scarseggiano, la maglia numero 11 resta la maglia di Hubner; e alla fine di ogni match, la domenica, non manchiamo di chiedere a chi ha la radio incollata all'orecchio, dopo i risultati delle avversarie dirette e quelli degli squadroni di A, se il Bisonte ha segnato.
Marco - cesenainbolgia
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Ci sono persone nel nostro Paese che s'intendono, poniamo, di limnologia, di archeologia o di antropologia, persone capaci di interessare e stupire un vasto pubblico di addetti ai lavori e di studenti negli atenei dove insegnano. Accade spesso però che queste stesse persone non ottengano quando scrivono gli stessi brillanti risultati. Il che è facilmente spiegabile: per quanto banale, quello del giornalista è pur sempre un mestiere.
Dino Buzzati
Io e mia moglie abbiamo vissuto felici per vent'anni. Poi ci siamo incontrati.
Rodney Dangerfield
Incredibile, all'aeroporto spariscono le valigie del mago Silvan.
Il Messaggero, 29/08/01

A volte al Bisonte capitava perfino di segnare senza volerlo, come quella domenica pomeriggio al Manuzzi, quando dal vertice dell'area piccola firmò il gol del pareggio (2-2) del Monza con un colpo di testa all'incrocio dei pali della porta sbagliata (da allora cominciammo a temere la presenza di Hubner nella nostra area di rigore: "Va'sò, va'sò" gli si gridava dagli spalti), o come l'1-0 sul Bari allo scadere di una partita destinata a un pareggio tacitamente o esplicitamente concordato dalle due squadre.

Accadde che uno spiovente da centrocampo diretto verso Alberto Fontana, portiere degli ospiti ed ex del Cesena, trovò sulla sua traiettoria proprio il testone di Hubner, l'unico giocatore che per evitare problemi in quella circostanza avrebbe dovuto trovarsi altrove. A centro area, spalle alla porta, Darione si staccò da terra rigido come il fusto di un albero - ma appena appena, senza convinzione, giusto per non farla sporca -. Eppure al pallone bastò sfiorare quei riccioli neri per schizzare sotto la traversa e ingannare Fontana (dopo quell'episodio, per un lungo periodo di tempo, Hubner evitò di gioire dopo la realizzazione di un gol: forse voleva giustificare il fatto che in quell'occasione non esultò, spacciando quella reazione per un atteggiamento suo proprio, o forse gli era piaciuto il fatto di non festeggiare; forse lui stesso cominciò a chiedersi perché mai il pallone gli finiva sempre in rete, anche quando non doveva, e a stupirsi per ogni nuova impresa). Il gol di Hubner rese furibondi i giocatori del Bari, che nel dopopartita si scagliarono contro i bianconeri con insulti, minacce e appuntamenti al Sant'Elia. (Contro tutti, ma non contro Hubner, al quale se veniva di fare così, non c'era niente da fare.)

 

E qualche mese dopo al Sant'Elia fra Bari e Cesena fu guerra: una scazzottata in mezzo al campo sul finire della gara coinvolse diversi giocatori e altra gente scesa sul terreno di gioco alla caccia dei bianconeri; alcuni giocatori del Cesena pagarono con diverse giornate di squalifica i fatti di quella giornata, mentre nessun provvedimento fu preso nei confronti di giocatori e dirigenti del Bari (e nemmeno di Hubner, il cui gol al Manuzzi fu la causa di tutto). La partita del Sant'Elia, come quella di andata, finì 1-0 per il Cesena. Gol, manco a dirlo, di Hubner.

 

Il 19 marzo 1995, ad Acireale, al novantesimo minuto della partita, Hubner firmò l'1-1 con un gol che poteva segnare solo lui. Un campanile a scendere nell'area piccola dell'Acireale era destinato al portiere dei padroni di casa, protetto da diversi difensori amaranto e strattonato da altrettanti giocatori bianconeri: un 'azione che si sarebbe conclusa con la presa alta del portiere o con una punizione fischiata a suo favore, visto il parapiglia che si stava scatenando in attesa che il pallone piovesse giù dal cielo. Sennonché irruppe sulla scena il Bisonte, il quale, qualche metro più indietro, si lanciò in aria in direzione della porta e sopra quella mischia come un tronco d'albero sparato da una catapulta. E anche in quel caso ebbe ragione lui: Darione lassù precedette tutti e il pallone incocciò proprio la sua testa, andando a finire in rete. Nell'occasione, Hubner travolse tutto quanto si trovava nella sua traiettoria e, mentre si allontanava soddisfatto per la marcatura, diversi giocatori vestiti di bianconero e amaranto facevano compagnia al pallone dentro la porta. (Chissà se fu proprio così; forse l'episodio è qui amplificato o colorito; ma per Hubner la fedeltà storica merita essere forzata in favore della leggenda.) I padroni di casa protestarono a lungo per la catastrofica irruzione del Bisonte, ma l'arbitro giudicò il gol regolare: il capoccione di Hubner era arrivato sulla palla per primo, e i giocatori travolti dal Bisonte, semplicemente, si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

 

L'impressione che Dario Hubner fosse qualcosa di diverso da un calciatore vero è sopravvissuta agli anni, ai suoi successi personali e ai suoi gol. Forse avrebbe segnato lo stesso numero di reti in qualsiasi categoria, dai dilettanti alla serie A, e in qualsiasi categoria ne avrebbe sbagliati altrettanti. Era come se per Hubner non cambiassero le cose per il fatto di trovarsi di fronte a Baresi e Maldini del Milan o a Gigi e Pelo del Bar Tonino. Palla al piede, in entrambi i casi avrebbe puntato dritto verso la porta, lanciando la sfera tra le gambe dei difensori e gettandosi in mezzo lui stesso, provocando un'enorme confusione in cui tutti, lui per primo, avrebbero perso di vista il pallone, ingaggiando un battaglia di catch, sradicando zolle di erba e lasciando buchi nel campo, sbatacchiando a destra e a sinistra i tentacoli e incassando e distribuendo pestoni, quindi uscendo dalla mischia con la stessa probabilità di ritrovarsi o meno il pallone tra i piedi.

 

La naturale tendenza ad accendere zuffe farebbe pensare a un giocatore con regolari appuntamenti in infermeria, eppure non ricordo di avere mai visto, in cinque anni, Hubner dolorante a terra o soccorso dai medici; al contrario, spesso i difensori avversari a fine partita rientravano negli spogliatoi zoppicando o proteggendo con la mano una parte del corpo malconcia.

 

Quando, a un certo punto, i tifosi romagnoli iniziarono a sospettare che Hubner fosse non un uomo normale, ma un replicante programmato per fare gol, e che le sue ossa fossero rivestite con una lega metallica più dura del diamante, sul parapetto dei distinti centrali del Dino Manuzzi comparve un lungo striscione in onore di quell'essere sovrannaturale che ci aveva portato in dote i suoi poteri: lo striscione era intitolato a "Cyber Hubner" e al suo centro il volto di Dario appariva per metà umano e per metà meccanico.

 

Nel calcio inglese Hubner avrebbe infiammato il pubblico come pochi altri, e se fosse nato in Scozia o in Irlanda avrebbe partecipato a qualche edizione del campionato del mondo. In Italia è stato un attaccante eccezionale e indifferente alla notorietà, che tenne a galla il Cesena nei suoi anni difficili. E tuttora per i tifosi bianconeri, in un'epoca in cui le bandiere nel calcio scarseggiano, la maglia numero 11 resta la maglia di Hubner; e alla fine di ogni match, la domenica, non manchiamo di chiedere a chi ha la radio incollata all'orecchio, dopo i risultati delle avversarie dirette e quelli degli squadroni di A, se il Bisonte ha segnato.

 

 

 

Marco - cesenainbolgia 29/05/02

 

 

 

 

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Ci sono persone nel nostro Paese che s'intendono, poniamo, di limnologia, di archeologia o di antropologia, persone capaci di interessare e stupire un vasto pubblico di addetti ai lavori e di studenti negli atenei dove insegnano. Accade spesso però che queste stesse persone non ottengano quando scrivono gli stessi brillanti risultati. Il che è facilmente spiegabile: per quanto banale, quello del giornalista è pur sempre un mestiere.


Dino Buzzati



Io e mia moglie abbiamo vissuto felici per vent'anni. Poi ci siamo incontrati.


Rodney Dangerfield



Incredibile, all'aeroporto spariscono le valigie del mago Silvan.


Il Messaggero, 29/08/01