Rubriche - Il punto di due punti

CALCIO, TV & BANCAROTTA 05/06/02
Il recente fallimento della tedesca Kirch Media, i conti in rosso di Stream, Tele+ e di altre società europee attive nel business delle Pay TV e legate in massima parte al consumo televisivo di calcio, le conseguenti ricadute sulle disponibilità economiche dei club, a partire dai più prestigiosi - che negli ultimi anni, confidando sulle trasfusioni di denaro delle TV (corrispondente a circa la metà delle entrate), hanno permesso ai giocatori di ricevere ingaggi stellari (per la felicità loro e dei manager che in questo fiume di denaro hanno sguazzato come oche nello stagno: i procuratori) -, e infine l'irrimandabile ridimensionamento della gestione economica delle squadre, attraverso la valorizzazione della politica dei giovani (Parma), i tetti agli ingaggi (Lazio, Roma, Bologna), la scoperta dell'immoralità delle spese folli (Milan), i compensi rapportati al rendimento e altre formule più o meno esotiche, tutto questo ricorda la storiella del serpente che si morde la coda.
L'idea del calcio-business, o meglio del calcio-Disneyworld, immenso parco di divertimenti per tutti e servito a casa propria, sul divano, davanti al 15 o al 32 pollici, venne infatti, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, proprio agli strateghi delle società di servizi televisivi. Una rivoluzione: per gli appassionati di calcio, sport planetario capace come nient'altro oggi di dar vita a emozioni e leggende, e per i telespettatori, destinati a fondersi con i primi e a vivere in un'unica anima felici e contenti.
Per avere un'idea dell'impegno profuso a imporre il calcio-Disneyworld nello scorso decennio, basti ricordare che solo in Italia, se nel 1990 i miliardi destinati al calcio da parte delle televisioni erano una sessantina, con l'entrata in scena di Tele+, tre anni dopo, arrivarono a circa 110. Nella stagione 1995-96 i diritti televisivi giunsero a 212 miliardi di lire, e due anni dopo si era a quota 447. Quando si affacciò sul mercato anche Stream, sulla scia della legge antitrust (ogni TV non poteva avere più del 60% del campionato) e della liberalizzazione del mercato, ogni società poté trattare per conto proprio, scavalcando la Lega, e i prezzi schizzarono, arrivando superare l'anno scorso i 1.000 miliardi di lire (l'80% dei quali a carico di Tele+ e Stream).
L'entusiasmo per il connubio tra calcio e TV e, dal punto di vista del consumatore, tra appassionato di football e telespettatore, spinse molti a immaginare formule innovative per lo sport più telegenico del mondo: fu Blatter a proporre di giocare il mondiale ogni 2 anni anziché 4 (planetarizzando il più possibile il calcio e raggiungendo così nuovi teleutenti); fu Galliani ad avanzare l'idea dei 4 tempi e dei time out; e poi supercampionati europei o mondiali per club, squadre-globetrotter, mercato calcistico sempre aperto e diavolerie varie, il tutto nel nome del teleappassionato, o piuttosto del business delle Pay TV e dei club più forti economicamente, che presero a ingaggiare tra loro battaglie spietate, a suon di miliardi, per aggiudicarsi i giocatori migliori e per allestire rose che potessero offrire ricambi e soluzioni diverse.
Finita la corsa al rialzo, oggi assistiamo, se non al fallimento, a una decisa ritirata della filosofia del calcio-Disneyworld. Alla radice del flop non vi è tanto il fenomeno della pirateria - da parte delle stesse TV c'è la consapevolezza che solo una minima quota di pirati, una volta al buio (posto che il fenomeno si possa arginare), si trasformerebbero in abbonati -, ma un errore di valutazione iniziale, cioè l'equivalenza tra teleappassionato e (passi l'infelice paragone) "tossicodipendente", l'illusione che il tifoso di calcio fosse una specie di drogato disposto a derubare la nonna per le 35.000 lire necessarie ad acquistare la partita in TV della propria squadra. In realtà quei milioni di pirati, se mai resteranno al buio, andranno a vedere la partita al bar, o semplicemente, come tanti altri, ne faranno a meno (magari, perché no, riprenderanno l'abitudine di andare allo stadio). Insomma, quel che è mancato è stato proprio il pubblico; è mancata la fusione in una sola anima tra appassionato di football e telespettatore.
Si sta concretizzando la proposta di spostare le partite di serie B al sabato. Le televisioni potranno spuntarla su questo, e l'Italia si uniformerebbe così a importanti campionati esteri che distribuiscono le partite su più giorni. Ma è anche attuale la possibilità di ridefinire a livello comunitario la disciplina dei trasferimenti dei calciatori e di restringere i periodi riservati agli stessi, tutelando di più i club e il calcio (evitando per esempio che un giocatore disputi un mezzo campionato o un campionato intero pensando al successivo, che giocherà con una maglia di un altro colore). Da parte dei club più potenti, come detto, si comincia a parlare di una sorta di "codice deontologico", di "ritrovare il valore dello sport" depurato dalle spese folli, di giovani, di scuole calcio, di arrestare la corsa al rialzo.
Sono piccoli segnali, diversi tra loro, ma ci concedono di sperare che, con l'arretramento dell'utopia del calcio-Disneyworld, gli appassionati cesseranno di essere trattati da teledipendenti, e torneranno a essere quello che per la maggior parte sono: tifosi desiderosi di credere negli uomini, nei simboli e nelle bandiere.
Marco - cesenainbolgia
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Come si spiega che, in italiano, non esiste una parola apposita a indicare quella particolare "gioia maligna per il male altrui" per la quale, invece, tanto il russo ("zloradstvo") che il tedesco ("schadenfreude") possiedono un termine esatto? Forse perché da noi questo sentimento è poco diffuso? Ma forse la vera ragione della sua mancanza nella nostra parlata è dovuta al fatto che l'Italia non ha di solito il coraggio della propria malignità.
Gillo Dorfles
Nessun uomo dabbene odia il vino.
F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele

 

Il recente fallimento della tedesca Kirch Media, i conti in rosso di Stream, Tele+ e di altre società europee attive nel business delle Pay TV e legate in massima parte al consumo televisivo di calcio, le conseguenti ricadute sulle disponibilità economiche dei club, a partire dai più prestigiosi - che negli ultimi anni, confidando sulle trasfusioni di denaro delle TV (corrispondente a circa la metà delle entrate), hanno permesso ai giocatori di ricevere ingaggi stellari (per la felicità loro e dei manager che in questo fiume di denaro hanno sguazzato come oche nello stagno: i procuratori) -, e infine l'irrimandabile ridimensionamento della gestione economica delle squadre, attraverso la valorizzazione della politica dei giovani (Parma), i tetti agli ingaggi (Lazio, Roma, Bologna), la scoperta dell'immoralità delle spese folli (Milan), i compensi rapportati al rendimento e altre formule più o meno esotiche, tutto questo ricorda la storiella del serpente che si morde la coda.

L'idea del calcio-business, o meglio del calcio-Disneyworld, immenso parco di divertimenti per tutti e servito a casa propria, sul divano, davanti al 15 o al 32 pollici, venne infatti, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, proprio agli strateghi delle società di servizi televisivi. Una rivoluzione: per gli appassionati di calcio, sport planetario capace come nient'altro oggi di dar vita a emozioni e leggende, e per i telespettatori, destinati a fondersi con i primi e a vivere in un'unica anima felici e contenti.

 

Per avere un'idea dell'impegno profuso a imporre il calcio-Disneyworld nello scorso decennio, basti ricordare che solo in Italia, se nel 1990 i miliardi destinati al calcio da parte delle televisioni erano una sessantina, con l'entrata in scena di Tele+, tre anni dopo, arrivarono a circa 110. Nella stagione 1995-96 i diritti televisivi giunsero a 212 miliardi di lire, e due anni dopo si era a quota 447. Quando si affacciò sul mercato anche Stream, sulla scia della legge antitrust (ogni TV non poteva avere più del 60% del campionato) e della liberalizzazione del mercato, ogni società poté trattare per conto proprio, scavalcando la Lega, e i prezzi schizzarono, arrivando superare l'anno scorso i 1.000 miliardi di lire (l'80% dei quali a carico di Tele+ e Stream).

 

L'entusiasmo per il connubio tra calcio e TV e, dal punto di vista del consumatore, tra appassionato di football e telespettatore, spinse molti a immaginare formule innovative per lo sport più telegenico del mondo: fu Blatter a proporre di giocare il mondiale ogni 2 anni anziché 4 (planetarizzando il più possibile il calcio e raggiungendo così nuovi teleutenti); fu Galliani ad avanzare l'idea dei 4 tempi e dei time out; e poi supercampionati europei o mondiali per club, squadre-globetrotter, mercato calcistico sempre aperto e diavolerie varie, il tutto nel nome del teleappassionato, o piuttosto del business delle Pay TV e dei club più forti economicamente, che presero a ingaggiare tra loro battaglie spietate, a suon di miliardi, per aggiudicarsi i giocatori migliori e per allestire rose che potessero offrire ricambi e soluzioni diverse.

 

Finita la corsa al rialzo, oggi assistiamo, se non al fallimento, a una decisa ritirata della filosofia del calcio-Disneyworld. Alla radice del flop non vi è tanto il fenomeno della pirateria - da parte delle stesse TV c'è la consapevolezza che solo una minima quota di pirati, una volta al buio (posto che il fenomeno si possa arginare), si trasformerebbero in abbonati -, ma un errore di valutazione iniziale, cioè l'equivalenza tra teleappassionato e (passi l'infelice paragone) "tossicodipendente", l'illusione che il tifoso di calcio fosse una specie di drogato disposto a derubare la nonna per le 35.000 lire necessarie ad acquistare la partita in TV della propria squadra. In realtà quei milioni di pirati, se mai resteranno al buio, andranno a vedere la partita al bar, o semplicemente, come tanti altri, ne faranno a meno (magari, perché no, riprenderanno l'abitudine di andare allo stadio). Insomma, quel che è mancato è stato proprio il pubblico; è mancata la fusione in una sola anima tra appassionato di football e telespettatore.

 

Si sta concretizzando la proposta di spostare le partite di serie B al sabato. Le televisioni potranno spuntarla su questo, e l'Italia si uniformerebbe così a importanti campionati esteri che distribuiscono le partite su più giorni. Ma è anche attuale la possibilità di ridefinire a livello comunitario la disciplina dei trasferimenti dei calciatori e di restringere i periodi riservati agli stessi, tutelando di più i club e il calcio (evitando per esempio che un giocatore disputi un mezzo campionato o un campionato intero pensando al successivo, che giocherà con una maglia di un altro colore). Da parte dei club più potenti, come detto, si comincia a parlare di una sorta di "codice deontologico", di "ritrovare il valore dello sport" depurato dalle spese folli, di giovani, di scuole calcio, di arrestare la corsa al rialzo.

 

Sono piccoli segnali, diversi tra loro, ma ci concedono di sperare che, con l'arretramento dell'utopia del calcio-Disneyworld, gli appassionati cesseranno di essere trattati da teledipendenti, e torneranno a essere quello che per la maggior parte sono: tifosi desiderosi di credere negli uomini, nei simboli e nelle bandiere.

 

 

 

Marco - cesenainbolgia 05/06/02

 

 

 

 

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Come si spiega che, in italiano, non esiste una parola apposita a indicare quella particolare "gioia maligna per il male altrui" per la quale, invece, tanto il russo ("zloradstvo") che il tedesco ("schadenfreude") possiedono un termine esatto? Forse perché da noi questo sentimento è poco diffuso? Ma forse la vera ragione della sua mancanza nella nostra parlata è dovuta al fatto che l'Italia non ha di solito il coraggio della propria malignità.


Gillo Dorfles



Nessun uomo dabbene odia il vino.


F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele