Rubriche - Il punto di due punti

 

DALL'1 ALL'11, IL CESENA DI SEMPRE (2) 24/07/02
Torniamo a dedicarci all'allestimento della "superformazione del Cesena di sempre" dopo la forzata interruzione dovuta a vicende di polli, beccacce, cacciatori, terreni, sindaci, giornali ecc. (un mesetto circa in cui nulla di rilevante, come sempre, è accaduto dalle nostre parti), e dopo avere già assegnato due maglie da titolari, la 1 e la 2 (a Boranga e a capitan Ceccarelli), nella premessa che alla scelta di un modulo secondo le formule attuali (4-4-2, 3-4-3 e via ponderando), abbiamo preferito "celebrare un calcio che ormai non c'è più", quello in cui i numeri delle divise andavano dall'1 all'11.
Se il numero 2, il terzino destro, all'epoca del calcio all'italiana non era un terzino destro, ma uno "stopper minore", il numero 3, il terzino sinistro, era invece senza ombra di dubbio un terzino sinistro. Insieme al ruolo del libero, quello del terzino sinistro contribuì negli anni Settanta all'evoluzione del calcio all'italiana nella sua versione "moderna": non si trattava più per il numero 3 di aspettare in difesa l'ala destra avversaria per arginarne le pirotecniche irruzioni; oltre a ciò, gli veniva chiesto di catapultarsi in avanti, raggiungere la tre quarti nemica, se non anche il fondo campo, tagliare un cross al centro o calciare a rete. Il terzino sinistro si era insomma emancipato e a lui, ma non certo al terzino destro e allo stopper, venne riconosciuto il diritto di divertirsi e di osare. Era diventato, tecnicamente parlando, un terzino "fluidificante", un terzino "di fascia", o "d'attacco" : un gradino sopra, nella scala dei valori tecnici, ai succitati compagni di reparto. In principio fu Giacinto Facchetti; vennero poi i Maldera, i Cabrini, i Nela e i Maldini; dopo di che il terzino fluidificante scomparve insieme al "catenaccio", al "libero" e all'"ala destra", sostituito dall'esterno sinistro difensivo od offensivo.
Basterebbe ricordare i giocatori schierati nella linea difensiva bianconera come esterni di sinistra negli ultimi due anni (Tresoldi, Bravo, Macchi, Stringardi, Danotti, Ferri, Sassarini, Mignani, Ballarin e forse qualcun altro), per renderci conto che in quel ruolo non ci abbiamo quasi mai azzeccato, e anche tornando indietro nel tempo la situazione non migliora, se pensiamo che ci toccava disputare campionati di massima serie con Armenise, Limido o Nobile, campionati cadetti con Pepi, Sussi o Esposito, e che nella stagione dell'ultima promozione in A (1986-87) il terzino sinistro del Cesena di Bolchi era Fabio Cucchi (mentre nel Cesena di Bagnoli, quello della penultima promozione nella massima serie, in mancanza di alternative il numero 3 fu assegnato al sempreverde Ceccarelli, che lasciò il 2 a Giovanni Mei). Né il vivaio bianconero bianconero ha mai cresciuto buoni numeri 3, a eccezione di terzini-liberi o terzini-mediani quali Arrigoni e Leoni, e al recente Tamburini: un miseria rispetto alla produttività garantita da altri ruoli, a dimostrazione forse del fatto che, nel vecchio calcio, per la mentalità e il modo di essere del Cesena il numero 3 non si era mai emancipato, non era mai diventato "moderno".
A cercare con il lanternino, qualcosa di buono in quel ruolo lo si è pure visto: per esempio tale Mariano Riva, una meteora a Cesena, il quale arrivò nel novembre del 1979 dall'Udinese insieme a De Bernardi, e che come quest'ultimo restò per pochi mesi appena; oppure Mario Manzo, ma limitatamente a qualche gara, se non a parti di gara, comunque uno dei protagonisti della clamorosa cavalcata del Cesena di Cavasin. Troppo poco però per elevarlo a numero 3 del super Cesena di sempre; sicché, ancora, dobbiamo ritornare all'era Dino Manuzzi e al Cesena che per la prima volta sfidava le grandi squadre di A. Il nostro terzino sinistro è dunque Paolo Ammoniaci, e in questo caso non prevediamo riserve: dovesse infortunarsi l'attuale responsabile del settore giovanile bianconero, affideremmo il 3 a Ceccarelli, trasferendo il 2 sulle spalle di Agatino Cuttone.
Se c'è un numero dall'1 all'11 che a Cesena è una garanzia di successo, quello è il numero 4, che nel calcio degli anni Settanta era riservato al "mediano di spinta", o semplicemente "mediano", espressione che risaliva, come quella di "terzino", ai primi decenni del calcio specializzato in ruoli, e che fu fortunatamente preferita a "secondino" (i mediani insomma presidiavano la seconda delle tre linee che "tagliavano" in orizzontale il terreno di gioco, quella mediana, appunto). A dire il vero, anche con il numero 9 ci abbiamo quasi sempre preso, ma abbiamo pure incassato delle fregature, vedi per esempio Amarildo e Zhabov. Con il numero 4 invece no: non ci fu formazione bianconera senza un mediano capace di adempere con dignità al suo compito, e così è stato anche nelle ultime disgraziate stagioni, quando i vari Superbi, Cangini, Confalone si distinsero se non altro per l'abnegazione sui più molli e demotivati compagni di squadra.
Esistono due idealtipi di numeri 4: il mastino e il cavallo. Esempi eccelsi del primo tipo furono Giuseppe Furino e Romeo Benetti; tra i cavalli va almeno citato Nicola Berti. Grandi interpreti del ruolo di interdizione e rilancio, più tecnici e riflessivi dei giocatori appena citati e quindi meritevoli del più prestigioso numero 8 e del titolo (fuorviante, come vedremo poi) di "mezzala", furono Tardelli e Ancelotti. Nel Cesena, tra i mediani si distinsero Bonini, Buriani, Bordin e Ambrosini - più mastini che cavalli -, e Festa e Piraccini, più cavalli che mastini. Tutta gente che si è esibita a lungo e con merito su importanti palcoscenici. Per amor di patria, e a malincuore, la scelta del numero 4 di sempre si restringe a due uomini soltanto, Bonini e Piraccini, due fra i migliori calciatori mai emersi dal settore giovanile del Cesena, entrambi protagonisti nella stagione 1980-81 della promozione in A con Bagnoli in panchina. La differenza fra Bonini e Piraccini, al di là delle caratteristiche tecniche e agonistiche, fu in fin dei conti una: Bonini era biondo, telegenico e atletico; Piraccini era calvo, inelegante e sgambato. Uno bello a vedersi, l'altro no. Se Bonini non andò mai in Nazionale, fu solo perché era cittadino sammarinese; se non ci andò mai Piraccini, fu solo per via dell'aspetto. Nonostante quello, però, finì all'Inter e con i nerazzurri disputò un paio di stagioni, dall'86 all'88, a correre su e giù per Matteoli e per Scifo, mentre nel frattempo Bonini correva al servizio di Michel Platini, dal quale dovette subire il divieto di fumare.
Per ripagare Piraccia da Ronta - tempra e muscoli sottratti all'agricoltura - di quanto la natura gli ha negato (un aplomb e physique du role da interista, milanista o juventino), assegniamo a lui la maglia numero 4 del Cesena di sempre, garantendo senz'altro un posto in panchina a Bonini e uno anche a Bordin, per una certa mefistofelica furbizia e per tutti quei gol di testa che nella stagione 1986-87 spedirono in serie A il Cesena di Bolchi.
Continua
Marco - cesenainbolgia
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La vita non è, non è mai stata e non sarà mai una vittoria in casa per 2-0 contro i primi in classifica e la pancia piena di patatine fritte.
Nick Hornby
Il castigo di quelli che hanno amato troppo le donne è di amarle sempre.
J. Joubert, Pensieri giudizi note. 1779-1824
Che cosa faccio dopo aver fatto l'amore? Chiedo scusa. Perché ho fatto quello che ho potuto.
Leonardo Pieraccioni

Torniamo a dedicarci all'allestimento della "superformazione del Cesena di sempre" dopo la forzata interruzione dovuta a vicende di polli, beccacce, cacciatori, terreni, sindaci, giornali ecc. (un mesetto circa in cui nulla di rilevante, come sempre, è accaduto dalle nostre parti), e dopo avere già assegnato due maglie da titolari, la 1 e la 2 (a Boranga e a capitan Ceccarelli), nella premessa che alla scelta di un modulo secondo le formule attuali (4-4-2, 3-4-3 e via ponderando), abbiamo preferito "celebrare un calcio che ormai non c'è più", quello in cui i numeri delle divise andavano dall'1 all'11.

Se il numero 2, il terzino destro, all'epoca del calcio all'italiana non era un terzino destro, ma uno "stopper minore", il numero 3, il terzino sinistro, era invece senza ombra di dubbio un terzino sinistro. Insieme al ruolo del libero, quello del terzino sinistro contribuì negli anni Settanta all'evoluzione del calcio all'italiana nella sua versione "moderna": non si trattava più per il numero 3 di aspettare in difesa l'ala destra avversaria per arginarne le pirotecniche irruzioni; oltre a ciò, gli veniva chiesto di catapultarsi in avanti, raggiungere la tre quarti nemica, se non anche il fondo campo, tagliare un cross al centro o calciare a rete. Il terzino sinistro si era insomma emancipato e a lui, ma non certo al terzino destro e allo stopper, venne riconosciuto il diritto di divertirsi e di osare. Era diventato, tecnicamente parlando, un terzino "fluidificante", un terzino "di fascia", o "d'attacco" : un gradino sopra, nella scala dei valori tecnici, ai succitati compagni di reparto. In principio fu Giacinto Facchetti; vennero poi i Maldera, i Cabrini, i Nela e i Maldini; dopo di che il terzino fluidificante scomparve insieme al "catenaccio", al "libero" e all'"ala destra", sostituito dall'esterno sinistro difensivo od offensivo.

 

Basterebbe ricordare i giocatori schierati nella linea difensiva bianconera come esterni di sinistra negli ultimi due anni (Tresoldi, Bravo, Macchi, Stringardi, Danotti, Ferri, Sassarini, Mignani, Ballarin e forse qualcun altro), per renderci conto che in quel ruolo non ci abbiamo quasi mai azzeccato, e anche tornando indietro nel tempo la situazione non migliora, se pensiamo che ci toccava disputare campionati di massima serie con Armenise, Limido o Nobile, campionati cadetti con Pepi, Sussi o Esposito, e che nella stagione dell'ultima promozione in A (1986-87) il terzino sinistro del Cesena di Bolchi era Fabio Cucchi (mentre nel Cesena di Bagnoli, quello della penultima promozione nella massima serie, in mancanza di alternative il numero 3 fu assegnato al sempreverde Ceccarelli, che lasciò il 2 a Giovanni Mei). Né il vivaio bianconero bianconero ha mai cresciuto buoni numeri 3, a eccezione di terzini-liberi o terzini-mediani quali Arrigoni e Leoni, e al recente Tamburini: un miseria rispetto alla produttività garantita da altri ruoli, a dimostrazione forse del fatto che, nel vecchio calcio, per la mentalità e il modo di essere del Cesena il numero 3 non si era mai emancipato, non era mai diventato "moderno".

 

A cercare con il lanternino, qualcosa di buono in quel ruolo lo si è pure visto: per esempio tale Mariano Riva, una meteora a Cesena, il quale arrivò nel novembre del 1979 dall'Udinese insieme a De Bernardi, e che come quest'ultimo restò per pochi mesi appena; oppure Mario Manzo, ma limitatamente a qualche gara, se non a parti di gara, comunque uno dei protagonisti della clamorosa cavalcata del Cesena di Cavasin. Troppo poco però per elevarlo a numero 3 del super Cesena di sempre; sicché, ancora, dobbiamo ritornare all'era Dino Manuzzi e al Cesena che per la prima volta sfidava le grandi squadre di A. Il nostro terzino sinistro è dunque Paolo Ammoniaci, e in questo caso non prevediamo riserve: dovesse infortunarsi l'attuale responsabile del settore giovanile bianconero, affideremmo il 3 a Ceccarelli, trasferendo il 2 sulle spalle di Agatino Cuttone.

 

Se c'è un numero dall'1 all'11 che a Cesena è una garanzia di successo, quello è il numero 4, che nel calcio degli anni Settanta era riservato al "mediano di spinta", o semplicemente "mediano", espressione che risaliva, come quella di "terzino", ai primi decenni del calcio specializzato in ruoli, e che fu fortunatamente preferita a "secondino" (i mediani insomma presidiavano la seconda delle tre linee che "tagliavano" in orizzontale il terreno di gioco, quella mediana, appunto). A dire il vero, anche con il numero 9 ci abbiamo quasi sempre preso, ma abbiamo pure incassato delle fregature, vedi per esempio Amarildo e Zhabov. Con il numero 4 invece no: non ci fu formazione bianconera senza un mediano capace di adempere con dignità al suo compito, e così è stato anche nelle ultime disgraziate stagioni, quando i vari Superbi, Cangini, Confalone si distinsero se non altro per l'abnegazione sui più molli e demotivati compagni di squadra.

 

Esistono due idealtipi di numeri 4: il mastino e il cavallo. Esempi eccelsi del primo tipo furono Giuseppe Furino e Romeo Benetti; tra i cavalli va almeno citato Nicola Berti. Grandi interpreti del ruolo di interdizione e rilancio, più tecnici e riflessivi dei giocatori appena citati e quindi meritevoli del più prestigioso numero 8 e del titolo (fuorviante, come vedremo poi) di "mezzala", furono Tardelli e Ancelotti. Nel Cesena, tra i mediani si distinsero Bonini, Buriani, Bordin e Ambrosini - più mastini che cavalli -, e Festa e Piraccini, più cavalli che mastini. Tutta gente che si è esibita a lungo e con merito su importanti palcoscenici. Per amor di patria, e a malincuore, la scelta del numero 4 di sempre si restringe a due uomini soltanto, Bonini e Piraccini, due fra i migliori calciatori mai emersi dal settore giovanile del Cesena, entrambi protagonisti nella stagione 1980-81 della promozione in A con Bagnoli in panchina. La differenza fra Bonini e Piraccini, al di là delle caratteristiche tecniche e agonistiche, fu in fin dei conti una: Bonini era biondo, telegenico e atletico; Piraccini era calvo, inelegante e sgambato. Uno bello a vedersi, l'altro no. Se Bonini non andò mai in Nazionale, fu solo perché era cittadino sammarinese; se non ci andò mai Piraccini, fu solo per via dell'aspetto. Nonostante quello, però, finì all'Inter e con i nerazzurri disputò un paio di stagioni, dall'86 all'88, a correre su e giù per Matteoli e per Scifo, mentre nel frattempo Bonini correva al servizio di Michel Platini, dal quale dovette subire il divieto di fumare.

 

Per ripagare Piraccia da Ronta - tempra e muscoli sottratti all'agricoltura - di quanto la natura gli ha negato (un aplomb e physique du role da interista, milanista o juventino), assegniamo a lui la maglia numero 4 del Cesena di sempre, garantendo senz'altro un posto in panchina a Bonini e uno anche a Bordin, per una certa mefistofelica furbizia e per tutti quei gol di testa che nella stagione 1986-87 spedirono in serie A il Cesena di Bolchi.

 

 

 

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Marco - cesenainbolgia  24/07/02

 

 

 

 

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La vita non è, non è mai stata e non sarà mai una vittoria in casa per 2-0 contro i primi in classifica e la pancia piena di patatine fritte.


Nick Hornby



Il castigo di quelli che hanno amato troppo le donne è di amarle sempre.


J. Joubert, Pensieri giudizi note. 1779-1824



Che cosa faccio dopo aver fatto l'amore? Chiedo scusa. Perché ho fatto quello che ho potuto.


Leonardo Pieraccioni