Rubriche - Il punto di due punti

 

UN BAMBINO 29/07/02
Personalmente, ho giusto tre passioni nella vita: il calcio, le donne e la letteratura. Se la passione per la letteratura è viziata da una certa vanità e spesso ostentata, e se quella per le donne è una trappola (me ne libererei volentieri, potendo), la passione per il calcio è la prima e la più pura. Fra le tre, è quella con più probabilità di resistere al tempo e agli eventi della vita.
Passione per il calcio, per me, vuol dire passione per il Cesena. Colpa di mio padre: fu infatti lui una sera di trent'anni fa a portarmi allo stadio per la prima volta. Di quel Cesena-Mantova, amichevole di precampionato, oggi resta in me l'immagine di un bambino, le mani aggrappate alla rete della gradinata, il naso di là dalla rete, che osserva senza battere ciglio, senza muovere un dito, quegli uomini con le maglie bianche e quegli altri con le maglie rosse correre dietro a una palla, portarsela via, avanzare verso la porta per fare gol, pestarsi, litigare, abbracciarsi. Ricordo la cosa che più mi colpì: co'era possibile che un giocatore con un numero così basso, il 2, potesse portare sempre via la palla a un giocatore con un numero così alto, l'11? La risposta l'ebbi lì per lì da mio padre: il giocatore con il numero 2 sulla schiena era Giampiero Ceccarelli, capitano bianconero e primo eroe della mia infanzia.
Da quel giorno ho giocato migliaia di partite nella mia mente e nel mio cortile. Io indossavo la maglia numero 10 ed ero il regista del Cesena, una via di mezzo fra Mazzola e Rivera, e se capitava di pareggiare e a volte perfino di perdere, la mia squadra vinceva quasi sempre. Quante battaglie, quanti gol all'ultimo minuto, e poi tutti a rincorrersi come pazzi per il campo e gettarsi a terra uno sopra l'altro e gridarsi "gol gol" nelle orecchie. E che feste alla Fiorita per me e per i miei compagni. E guai se un avversario mi sgambettava o mi faceva male: dalla curva e dalla gradinata volavano insulti e minacce in difesa del beniamino dei tifosi bianconeri. Intanto in tribuna, con brevi cenni del capo, il presidente Dino Manuzzi mostrava di apprezzare le giocate più estrose.
Se il Cesena della mia fantasia le dava quasi a tutti, il Cesena reale non se la cavava male. Anzi, la mia squadra continuava a regalarmi i volti e i nomi di nuovi eroi. E' un fatto che la tribù dei tifosi arricchisce di nuovi totem la zoologia calcistica: Batistuta il Re Leone, Tovalieri il Cobra, Agostini il Condor, Hubner il Bisonte. La fortuna di un giocatore che per una sua caratteristica - l'aspetto, il modo di correre, di calciare, di segnare un gol, di esultare - viene associato a un animale, è quella di restare più vivo nel ricordo, poiché più intimo è il rapporto che lo lega ai tifosi, e asseconda il bisogno di unità della tribù che si chiude attorno a un "idolo", e quel simbolo rafforza l'identità, la distinzione, l'impressione di far parte di una forza misteriosa e potente.
Io stesso ero catturato dal fascino e dal mistero dei calciatori-animali: Battista Festa, mediano, numero 4 del Cesena della prima promozione in A, era un cavallo con la criniera arancione che macinava chilometri e travolgeva chi osava ostacolarlo quando era lanciato al galoppo. Pochi l'avrebbero eguagliato in questo. Adriano Piraccini forse, nonostante la calvizie precoce (era anche più esile, ma non per questo meno efficace), o piuttosto quel terzino sinistro del Real Madrid degli anni Ottanta, Gordillo, che triturava la fascia e che per la sua somiglianza con Festa mi faceva tifare il Real nelle sfide con Juventus e Inter.
Lamberto Boranga invece era una scimmia. E a un certo punto la preoccupazione, andando allo stadio, che in porta per qualsiasi ragione potesse non esserci Boranga, diventava via via insostenibile fino a che lo speaker non scandiva il suo nome annunciando le formazioni. E in quei novanta minuti, he per me non sono mai stati minuti di relax, ma minuti di ansia e tensione, Boranga il buffone, Boranga la scimmia era un'attrazione e uno svago per i tifosi. Gli piaceva per esempio appendersi con una mano alla traversa della porta, arcuare le gambe e uni re le punte dei piedi, gonfiare con la pressione della lingua il labbro inferiore, con la mano libera grattarsi la testa come fanno gli scimpanzé, e lasciarsi dondolare. Oppure sbeffeggiava uno spiovente da metà campo, simulando di sparare mitragliate al pallone prima di accoglierlo fra le braccia.
Boranga però ancora non c'era quella volta ad Arezzo, mentre Festa sì . Io pure: la prima trasferta. E per un bambino che misurava le distanze da casa sua alla scuola elementare o da casa sua parrocchia o allo stadio, che mai si era avventurato più in là (a fare cosa poi?), il viaggio in automobile lungo la statale di quella parte dell'Appennino era come andare in America, o comunque in un posto straordinario, dove poteva accadere di tutto, poiché niente poteva essere come prima. Un azzardo, una sfida con l'ignoto che solo la passione per il Cesena poteva giustificare.
"Sventola Passerini!" gridò uno dei nostri in gradinata quando ventidue uomini in calzoncini e maglietta entrarono in campo, e Passerini, il più anziano del gruppo degli amici di mio padre e il capobanda, si tolse gli occhiali e li infilò nel taschino della camicia, quindi legò un fazzolettone bianco e un fazzolettone nero a un ramo di quercia con la corteccia, e in gradinata iniziò a macchiare con i nostri colori il muro amaranto dei tifosi toscani. Eppure, incredibilmente, nonostante Passerini, la bandiera, mio padre e noialtri, Ciccio Graziani, agli inizi della carriera, ne fece uno e ne fece fare un altro e la partita finì 2-0 per loro.
Quel giorno non detestai Graziani; anzi in seguito, all'epoca dei gemelli del gol del Torino, in coppia con Pulici, mi diventò perfino simpatico, e per la generosità e la dedizione alla causa era per me un centravanti ideale. Ma lo sgomento e l'amarezza quel giorno mi parvero intollerabili e il gol del numero 9 dell'Arezzo mi sembrò un'enorme ingiustizia. Ma come? Allontanarsi così tanto da casa, raggiungere un luogo che per quel che mi riguardava poteva essere l'Africa, e con tutto ciò essere punito in quel modo da un centravanti? Che cosa ci sarei andato a fare in trasferta se il Cesena poteva perfino perdere? Non si poteva allora essere sconfitti in casa, tra amici, in un ambiente familiare, come d'altronde era già capitato, e distribuire il dolore fra tutti? Doveva per forza succedere lì, ad Arezzo, dentro uno stadio che mi era estraneo, fra bandiere che non erano bianconere? Il calcio quel giorno mi sembrò disumano.
A fine partita due bambini di Arezzo mi indicarono ai loro compagni, poi insieme si misero a ridere in mia direzione e a fare versi tipo "ueeh ueeh" e a stropicciarsi gli occhi con le mani. Non capivo perché , ma mi spostai tra la gente quel tanto che bastava a nascondermi. Un amico di mio padre si chinò, mi asciugò le lacrime con un fazzoletto, mi fece soffiare il naso e mi sussurrò all'orecchio un segreto che nei mesi a seguire non avrei tradito neanche se mi avessero minacciato di abbandonarmi ad Arezzo. "Alla fine del campionato arriviamo più avanti di loro", mi disse. Alla fine del campionato l'Arezzo era a metà classifica, il Cesena secondo. Promosso in serie A per la prima volta nella sua storia. Iniziava "l'epopea bianconera".
Marco – cesenainbolgia
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Che devo fare? Quando cammino, mi pare che non dovrei. Quando parlo, mi pare che bestemmio; quando nel mezzogiorno ogni pianta si beve la calda luce, sento che colpe e vergogne sono con me.
Carlo Emilio Gadda, Studi imperfetti
Se il maschio desidera che una femmina concepisca, le divarichi le cosce dicendo: si aprano cielo e terra! Indi, figgendo in lei il membro, congiungendo bocca a bocca, tre volte la accarezzi in direzione dei peli.
Upanisad
Vi sono mille maniere di evitare le gravidanze, la migliore in assoluto è farselo mettere in culo.
D.A.F. de Sade, Le prosperità del vizio

Personalmente, ho giusto tre passioni nella vita: il calcio, le donne e la letteratura. Se la passione per la letteratura è viziata da una certa vanità e spesso ostentata, e se quella per le donne è una trappola (me ne libererei volentieri, potendo), la passione per il calcio è la prima e la più pura. Fra le tre, è quella con più probabilità di resistere al tempo e agli eventi della vita.

Passione per il calcio, per me, vuol dire passione per il Cesena. Colpa di mio padre: fu infatti lui una sera di trent'anni fa a portarmi allo stadio per la prima volta. Di quel Cesena-Mantova, amichevole di precampionato, oggi resta in me l'immagine di un bambino, le mani aggrappate alla rete della gradinata, il naso di là dalla rete, che osserva senza battere ciglio, senza muovere un dito, quegli uomini con le maglie bianche e quegli altri con le maglie rosse correre dietro a una palla, portarsela via, avanzare verso la porta per fare gol, pestarsi, litigare, abbracciarsi. Ricordo la cosa che più mi colpì: co'era possibile che un giocatore con un numero così basso, il 2, potesse portare sempre via la palla a un giocatore con un numero così alto, l'11? La risposta l'ebbi lì per lì da mio padre: il giocatore con il numero 2 sulla schiena era Giampiero Ceccarelli, capitano bianconero e primo eroe della mia infanzia.

 

Da quel giorno ho giocato migliaia di partite nella mia mente e nel mio cortile. Io indossavo la maglia numero 10 ed ero il regista del Cesena, una via di mezzo fra Mazzola e Rivera, e se capitava di pareggiare e a volte perfino di perdere, la mia squadra vinceva quasi sempre. Quante battaglie, quanti gol all'ultimo minuto, e poi tutti a rincorrersi come pazzi per il campo e gettarsi a terra uno sopra l'altro e gridarsi "gol gol" nelle orecchie. E che feste alla Fiorita per me e per i miei compagni. E guai se un avversario mi sgambettava o mi faceva male: dalla curva e dalla gradinata volavano insulti e minacce in difesa del beniamino dei tifosi bianconeri. Intanto in tribuna, con brevi cenni del capo, il presidente Dino Manuzzi mostrava di apprezzare le giocate più estrose.

 

Se il Cesena della mia fantasia le dava quasi a tutti, il Cesena reale non se la cavava male. Anzi, la mia squadra continuava a regalarmi i volti e i nomi di nuovi eroi. E' un fatto che la tribù dei tifosi arricchisce di nuovi totem la zoologia calcistica: Batistuta il Re Leone, Tovalieri il Cobra, Agostini il Condor, Hubner il Bisonte. La fortuna di un giocatore che per una sua caratteristica - l'aspetto, il modo di correre, di calciare, di segnare un gol, di esultare - viene associato a un animale, è quella di restare più vivo nel ricordo, poiché più intimo è il rapporto che lo lega ai tifosi, e asseconda il bisogno di unità della tribù che si chiude attorno a un "idolo", e quel simbolo rafforza l'identità, la distinzione, l'impressione di far parte di una forza misteriosa e potente.

 

Io stesso ero catturato dal fascino e dal mistero dei calciatori-animali: Battista Festa, mediano, numero 4 del Cesena della prima promozione in A, era un cavallo con la criniera arancione che macinava chilometri e travolgeva chi osava ostacolarlo quando era lanciato al galoppo. Pochi l'avrebbero eguagliato in questo. Adriano Piraccini forse, nonostante la calvizie precoce (era anche più esile, ma non per questo meno efficace), o piuttosto quel terzino sinistro del Real Madrid degli anni Ottanta, Gordillo, che triturava la fascia e che per la sua somiglianza con Festa mi faceva tifare il Real nelle sfide con Juventus e Inter.

 

Lamberto Boranga invece era una scimmia. E a un certo punto la preoccupazione, andando allo stadio, che in porta per qualsiasi ragione potesse non esserci Boranga, diventava via via insostenibile fino a che lo speaker non scandiva il suo nome annunciando le formazioni. E in quei novanta minuti, he per me non sono mai stati minuti di relax, ma minuti di ansia e tensione, Boranga il buffone, Boranga la scimmia era un'attrazione e uno svago per i tifosi. Gli piaceva per esempio appendersi con una mano alla traversa della porta, arcuare le gambe e uni re le punte dei piedi, gonfiare con la pressione della lingua il labbro inferiore, con la mano libera grattarsi la testa come fanno gli scimpanzé, e lasciarsi dondolare. Oppure sbeffeggiava uno spiovente da metà campo, simulando di sparare mitragliate al pallone prima di accoglierlo fra le braccia.

 

Boranga però ancora non c'era quella volta ad Arezzo, mentre Festa sì . Io pure: la prima trasferta. E per un bambino che misurava le distanze da casa sua alla scuola elementare o da casa sua parrocchia o allo stadio, che mai si era avventurato più in là (a fare cosa poi?), il viaggio in automobile lungo la statale di quella parte dell'Appennino era come andare in America, o comunque in un posto straordinario, dove poteva accadere di tutto, poiché niente poteva essere come prima. Un azzardo, una sfida con l'ignoto che solo la passione per il Cesena poteva giustificare.

 

"Sventola Passerini!" gridò uno dei nostri in gradinata quando ventidue uomini in calzoncini e maglietta entrarono in campo, e Passerini, il più anziano del gruppo degli amici di mio padre e il capobanda, si tolse gli occhiali e li infilò nel taschino della camicia, quindi legò un fazzolettone bianco e un fazzolettone nero a un ramo di quercia con la corteccia, e in gradinata iniziò a macchiare con i nostri colori il muro amaranto dei tifosi toscani. Eppure, incredibilmente, nonostante Passerini, la bandiera, mio padre e noialtri, Ciccio Graziani, agli inizi della carriera, ne fece uno e ne fece fare un altro e la partita finì 2-0 per loro.

 

Quel giorno non detestai Graziani; anzi in seguito, all'epoca dei gemelli del gol del Torino, in coppia con Pulici, mi diventò perfino simpatico, e per la generosità e la dedizione alla causa era per me un centravanti ideale. Ma lo sgomento e l'amarezza quel giorno mi parvero intollerabili e il gol del numero 9 dell'Arezzo mi sembrò un'enorme ingiustizia. Ma come? Allontanarsi così tanto da casa, raggiungere un luogo che per quel che mi riguardava poteva essere l'Africa, e con tutto ciò essere punito in quel modo da un centravanti? Che cosa ci sarei andato a fare in trasferta se il Cesena poteva perfino perdere? Non si poteva allora essere sconfitti in casa, tra amici, in un ambiente familiare, come d'altronde era già capitato, e distribuire il dolore fra tutti? Doveva per forza succedere lì, ad Arezzo, dentro uno stadio che mi era estraneo, fra bandiere che non erano bianconere? Il calcio quel giorno mi sembrò disumano.

 

A fine partita due bambini di Arezzo mi indicarono ai loro compagni, poi insieme si misero a ridere in mia direzione e a fare versi tipo "ueeh ueeh" e a stropicciarsi gli occhi con le mani. Non capivo perché , ma mi spostai tra la gente quel tanto che bastava a nascondermi. Un amico di mio padre si chinò, mi asciugò le lacrime con un fazzoletto, mi fece soffiare il naso e mi sussurrò all'orecchio un segreto che nei mesi a seguire non avrei tradito neanche se mi avessero minacciato di abbandonarmi ad Arezzo. "Alla fine del campionato arriviamo più avanti di loro", mi disse. Alla fine del campionato l'Arezzo era a metà classifica, il Cesena secondo. Promosso in serie A per la prima volta nella sua storia. Iniziava "l'epopea bianconera".

 

 

 

Marco – cesenainbolgia 29/07/02

 

 

 

 

 

 

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Che devo fare? Quando cammino, mi pare che non dovrei. Quando parlo, mi pare che bestemmio; quando nel mezzogiorno ogni pianta si beve la calda luce, sento che colpe e vergogne sono con me.


Carlo Emilio Gadda, Studi imperfetti



Se il maschio desidera che una femmina concepisca, le divarichi le cosce dicendo: si aprano cielo e terra! Indi, figgendo in lei il membro, congiungendo bocca a bocca, tre volte la accarezzi in direzione dei peli.


Upanisad



Vi sono mille maniere di evitare le gravidanze, la migliore in assoluto è farselo mettere in culo.


D.A.F. de Sade, Le prosperità del vizio