Rubriche - Il punto di due punti

 

BACI E ABBRACCI 22/08/02
Ci sono giocatori o squadre che nella tua vita da tifoso incroci più di una volta in momenti che rappresentano delle tappe verso il rafforzamento di un senso di appartenenza o di una semplice consapevolezza. Ciccio Graziani, che ad Arezzo mi aprì gli occhi sul lato disumano del Calcio, dieci anni dopo, cioè dopo il Torino e i gemelli del gol e la conquista di una Coppa del Mondo con la Nazionale italiana, una domenica pomeriggio scese in campo al Dino Manuzzi in divisa viola e come se fosse lui ad avere un conto in sospeso con me, non viceversa, cacciò il pallone dentro la porta bianconera una volta nel primo tempo e un'altra volta nel secondo. A distanza di pochi minuti dal raddoppio, Daniel Bertoni non chiese permesso prima di fare il terzo gol, e a dieci minuti dalla fine della partita la Fiorentina di Antognoni, Graziani, Passarella e Bertoni stava a tre, il Cesena a zero.
Quell'anno eravamo partiti male, ma la squadra c'era. Schachner e Garlini davanti formavano una coppia collaudata che garantiva velocità , acrobazie, spettacolo e gol, e a volte bastava un rilancio di Angelo Recchi, il portiere, per creare un'occasione da rete: se la palla capitava dalle parti di Schachner e lui riusciva a involarsi sulla tre quarti del campo, o tirava dritto verso la porta oppure si allargava verso la linea di fondo per crossare in area, dove Garlini di testa, di piede, di stinco, di coscia, di anca, di schiena, di nuca, di petto o di spalla la buttava dentro. Piraccini, Buriani e Genzano erano i motori di un centrocampo "nervoso", cursori e interditori capaci di pensare e impostare. Accanto a loro, a destra oppure a sinistra, un po'più avanti o un po' più indietro, o un po'dappertutto, c'era Roberto Filippi, il volto di Dustin Hoffman, la statura di Woody Allen, capelli lunghi e castani che scendevano sulle spalle e un'aria da elfo delle foreste; un folletto a cui si chiedeva solo di correre, al che due gambe cortissime si mettevano in moto mulinando veloci come il battito d'ali d'un colibrì. Dietro a tutti, a sedici anni dal debutto in bianconero, c'era ancora Capitan Ceccarelli.
Quel Cesena-Fiorentina, settima di campionato, fu per noi la partita della riscossa, anche se dopo un girone d'andata concluso oltre la metà della c lassifica e prodigo di sogni di Uefa, nel girone di ritorno il Cesena, inspiegabilmente, con sette punti su trenta disponibili conquistò il primo dei suoi due record negativi, retrocedendo in B (il secondo record negativo fu, qualche anno dopo, quello del gol più veloce subito: Milano, stadio Meazza, fischio d'inizio, batte l'Inter, tocco per Mattheus che lancia lungo in area, uno tra Jozic e Calcaterra respinge di testa, Matteoli spara al volo da fuori, gol; sei o sette secondi in tutto). Un campionato deludente e incomprensibile che regalò ai tifosi bianconeri la sola emozione di quella rimonta sui Viola nei dieci minuti finali di una partita incredibile, e a un adolescente poco incline ai rapporti sociali, specie con le femmine, l'esperienza del primo bacio, scambiato non con una ragazza, ma con uomo sui quarant'anni, stempiato, con un'ombra di barba sul volto, che mai aveva visto prima, e mai avrebbe rivisto dopo.
Accadde che Schachner, dopo un'occasione mancata da Piraccini, accorciò le distanze deviando una palla sporca nell'area piccola, e poco dopo Garlini si fiondò su un pallone crossato dalla destra da Filippi, lo buttò dentro di testa o di petto o con qualcos'altro e portò i Bianconeri sul due a tre. Giusto il tempo che i molti tifosi che avevano lasciato lo stadio tornassero a ripopolare il Manuzzi e quindici, ventimila persone si saldarono in un corpo solo a gridare e sospingere i giocatori di casa all'assedio di avversari storditi e arroccati in difesa. L'aria era diventata elettrica e nessuno era più come prima. La tribù reclamava il sacrificio supremo e, raccolta attorno al fuoco, fra l'incalzare dei tamburi e giocatori-danzatori in trans, mediatori tra il Cielo e la Terra, strepitava e farneticava in attesa della rivelazione, cosciente di niente, se non del fatto che la liberazione dai mali del mondo era questione di pochi secondi. E tale fu la forza e il desiderio di quelle migliaia di istinti che Dio ne accolse l'invocazione e concesse al Cesena, a pochi minuti dal termine, di segnare il terzo e ultimo gol.
Capita raramente di perdere il controllo di sé, eppure dentro uno stadio di calcio questo può accadere a migliaia di persone nello stesso momento, e in quel momento di confusione le buone maniere o i più banali codici di comportamento, senza i quali ci scanneremmo l'un l'altro, saltano del tutto. E in quei pochi secondi successivi al tre a tre, segnato con un rasoterra dal limite da Buriani sotto la Curva Mare, sballottato di qua e di là da una folla irresponsabile, mi ritrovai soffocato tra le braccia di quello sconosciuto che mi si era gettato addosso, la testa bloccata dalle sue mani premute contro le tempie, la sua bocca stampigliata sulla mia e la barba che mi graffiava la faccia. Non c'era niente di morboso e abbracciai a mia volta una persona che in quell'istante era come me e non chiedeva altro a chi gli era intorno di lasciarsi andare a una gioia incontenibile e isterica. Quando mi si staccò di dosso per balzare tra le braccia di qualcun altro, la chioma quasi bianca di Ruben Buriani stava volando verso la parte centrale della gradinata, allontanandosi dalla curva, e di lì a poco l'autore del gol del pareggio sarebbe scomparso sotto altri uomini in bianconero, e tutto lo stadio sopra di loro.
Marco – cesenainbolgia
--------------------------------------------------------------------------------
L'uomo desto e cosciente dice: io sono corpo e null'altro al di fuori di ciò, e l'anima è solo una parola per qualche cosa del corpo.
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
E' il vino che riempie l'anima d'ogni verità, d'ogni sapere e d'ogni filosofia. L'anima non può mai stare al secco.
F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele
Habet tua mentula mentem. (Anche il tuo cazzo ha un'anima.)
Proverbio latino

Ci sono giocatori o squadre che nella tua vita da tifoso incroci più di una volta in momenti che rappresentano delle tappe verso il rafforzamento di un senso di appartenenza o di una semplice consapevolezza. Ciccio Graziani, che ad Arezzo mi aprì gli occhi sul lato disumano del Calcio, dieci anni dopo, cioè dopo il Torino e i gemelli del gol e la conquista di una Coppa del Mondo con la Nazionale italiana, una domenica pomeriggio scese in campo al Dino Manuzzi in divisa viola e come se fosse lui ad avere un conto in sospeso con me, non viceversa, cacciò il pallone dentro la porta bianconera una volta nel primo tempo e un'altra volta nel secondo. A distanza di pochi minuti dal raddoppio, Daniel Bertoni non chiese permesso prima di fare il terzo gol, e a dieci minuti dalla fine della partita la Fiorentina di Antognoni, Graziani, Passarella e Bertoni stava a tre, il Cesena a zero.

Quell'anno eravamo partiti male, ma la squadra c'era. Schachner e Garlini davanti formavano una coppia collaudata che garantiva velocità , acrobazie, spettacolo e gol, e a volte bastava un rilancio di Angelo Recchi, il portiere, per creare un'occasione da rete: se la palla capitava dalle parti di Schachner e lui riusciva a involarsi sulla tre quarti del campo, o tirava dritto verso la porta oppure si allargava verso la linea di fondo per crossare in area, dove Garlini di testa, di piede, di stinco, di coscia, di anca, di schiena, di nuca, di petto o di spalla la buttava dentro. Piraccini, Buriani e Genzano erano i motori di un centrocampo "nervoso", cursori e interditori capaci di pensare e impostare. Accanto a loro, a destra oppure a sinistra, un po'più avanti o un po' più indietro, o un po'dappertutto, c'era Roberto Filippi, il volto di Dustin Hoffman, la statura di Woody Allen, capelli lunghi e castani che scendevano sulle spalle e un'aria da elfo delle foreste; un folletto a cui si chiedeva solo di correre, al che due gambe cortissime si mettevano in moto mulinando veloci come il battito d'ali d'un colibrì. Dietro a tutti, a sedici anni dal debutto in bianconero, c'era ancora Capitan Ceccarelli.

 

Quel Cesena-Fiorentina, settima di campionato, fu per noi la partita della riscossa, anche se dopo un girone d'andata concluso oltre la metà della c lassifica e prodigo di sogni di Uefa, nel girone di ritorno il Cesena, inspiegabilmente, con sette punti su trenta disponibili conquistò il primo dei suoi due record negativi, retrocedendo in B (il secondo record negativo fu, qualche anno dopo, quello del gol più veloce subito: Milano, stadio Meazza, fischio d'inizio, batte l'Inter, tocco per Mattheus che lancia lungo in area, uno tra Jozic e Calcaterra respinge di testa, Matteoli spara al volo da fuori, gol; sei o sette secondi in tutto). Un campionato deludente e incomprensibile che regalò ai tifosi bianconeri la sola emozione di quella rimonta sui Viola nei dieci minuti finali di una partita incredibile, e a un adolescente poco incline ai rapporti sociali, specie con le femmine, l'esperienza del primo bacio, scambiato non con una ragazza, ma con uomo sui quarant'anni, stempiato, con un'ombra di barba sul volto, che mai aveva visto prima, e mai avrebbe rivisto dopo.

 

Accadde che Schachner, dopo un'occasione mancata da Piraccini, accorciò le distanze deviando una palla sporca nell'area piccola, e poco dopo Garlini si fiondò su un pallone crossato dalla destra da Filippi, lo buttò dentro di testa o di petto o con qualcos'altro e portò i Bianconeri sul due a tre. Giusto il tempo che i molti tifosi che avevano lasciato lo stadio tornassero a ripopolare il Manuzzi e quindici, ventimila persone si saldarono in un corpo solo a gridare e sospingere i giocatori di casa all'assedio di avversari storditi e arroccati in difesa. L'aria era diventata elettrica e nessuno era più come prima. La tribù reclamava il sacrificio supremo e, raccolta attorno al fuoco, fra l'incalzare dei tamburi e giocatori-danzatori in trans, mediatori tra il Cielo e la Terra, strepitava e farneticava in attesa della rivelazione, cosciente di niente, se non del fatto che la liberazione dai mali del mondo era questione di pochi secondi. E tale fu la forza e il desiderio di quelle migliaia di istinti che Dio ne accolse l'invocazione e concesse al Cesena, a pochi minuti dal termine, di segnare il terzo e ultimo gol.

 

Capita raramente di perdere il controllo di sé, eppure dentro uno stadio di calcio questo può accadere a migliaia di persone nello stesso momento, e in quel momento di confusione le buone maniere o i più banali codici di comportamento, senza i quali ci scanneremmo l'un l'altro, saltano del tutto. E in quei pochi secondi successivi al tre a tre, segnato con un rasoterra dal limite da Buriani sotto la Curva Mare, sballottato di qua e di là da una folla irresponsabile, mi ritrovai soffocato tra le braccia di quello sconosciuto che mi si era gettato addosso, la testa bloccata dalle sue mani premute contro le tempie, la sua bocca stampigliata sulla mia e la barba che mi graffiava la faccia. Non c'era niente di morboso e abbracciai a mia volta una persona che in quell'istante era come me e non chiedeva altro a chi gli era intorno di lasciarsi andare a una gioia incontenibile e isterica. Quando mi si staccò di dosso per balzare tra le braccia di qualcun altro, la chioma quasi bianca di Ruben Buriani stava volando verso la parte centrale della gradinata, allontanandosi dalla curva, e di lì a poco l'autore del gol del pareggio sarebbe scomparso sotto altri uomini in bianconero, e tutto lo stadio sopra di loro.

 

 

 

Marco – cesenainbolgia  22/08/02

 

 

 

 

 

 

--------------------------------------------------------------------------------



L'uomo desto e cosciente dice: io sono corpo e null'altro al di fuori di ciò, e l'anima è solo una parola per qualche cosa del corpo.


F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra



E' il vino che riempie l'anima d'ogni verità, d'ogni sapere e d'ogni filosofia. L'anima non può mai stare al secco.


F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele



Habet tua mentula mentem. (Anche il tuo cazzo ha un'anima.)


Proverbio latino