Rubriche - Giochiamo in casa

Prefazione
La giornata è partita al 45 con una abbondante colazione. Cielo coperto e possibilità di pioggia mi fanno lasciare la moto in garage. Non sarà come il primo giugno. Mentre leggo le notizie del derby su quell’ammasso di carta colorata chiamata ‘Corriere’ sento dei buoni auspici. Sono le undici e dei compagni di viaggio nemmeno un lamento. Mi crogiolo davanti al mio bombolone cercando di ricordare se li ho avvisati dell’appuntamento. E’ stato un simpatico sabato sera passato a vedere Cipro Italia al bar, e i fumi della guinness sono ancora ben presenti tra i miei collegamenti sensoriali. A dire il vero non ricordo nemmeno tutti quelli che hanno voluto seguire il Cesena nella città del degrado. Ancora Ravenna. L’unica partita della nostra storia che se avessimo perso avremmo festeggiato con una promozione. Non siamo riusciti nemmeno in questo, che polli. Forse amare il Cesena vuol dire avere tutto da perdere. Sempre, in sofferenza. Siamo temprati, noi bianconeri. Anche oggi ci sarà da soffrire, cantare, sudare come la prima volta. Che bella magia. Chissà perché essere tifoso è l’unica sensazione che non ti fa mai invecchiare. Ci deve essere una spiegazione, ma decido di rinviarla ad altra data. Oggi non voglio pensare. Voglio vivere. Scambio due chiacchiere con un ferito da calcetto e parto per il luogo dell’appuntamento. Pranzo dalla Norma, in attesa dei soci e della coppia romana. Che belli che sono quei due. Ogni volta che apro la fotocopia del loro documenti per comprargli il biglietto mi scappa un sorriso di ammirazione. Con questo sorriso salgo in macchina e ‘minha galera’ mi accompagna nei tre minuti di trasporto temporale verso la dea della piadina. Tutto va bene. C’è anche una partita di calcio, mi hanno detto, ma non sono mai stato attratto dai piccoli particolari della vita.

Cesena militia
E’ l’una mentre addentiamo crescioni e piadine. Stranamente sono stati tutti puntuali, tranne l’unica donna della comitiva. Il suo ritardo è più puntuale di un orologio sfizzero. Mentre parte il pulman del coordinamento sollecitato dagli uomini in blu analizzo mentalmente l’sms ricevuto da un uomo grosso e cattivo. Si narra di escandescenze sensoriali di qualche funzionario addetto alla Pubblica Sicurezza (?) in quel di Ravenna, e brindo con generosa gratitudine a coloro che hanno fatto questo miracolo. Tutto sta andando bene. I compagni di viaggio sono carichi, il cibo ottimo, i brindisi copiosi, le battute esilaranti, il sorriso sempre presente. A noi la scaglia prepartita ci fa davvero una pippa. Dopo una breve (ri)parentesi al 45 con una rito cabala assolutamente da alcolisti anonimi prendiamo strada in direzione degrado. Il Vasco anni ottanta èla colonna sonora ideale e durante il tragitto diventa sport la storpiatura delle sue canzoni, e anche in questo momento la partita è lontana mille km. Una moretti fresca tira l'altra e per i brevi sorseggi dalla lattina dimentichiamo l'afa che ci mostra la sua infausta presenza. Una coppia tedesca perde almeno cinque anni di vita a causa di una nostra inchiodata sulla tangenziale. Era stato richiesto all'autista fin dalla partenza un tamponamento, vista la sua guida spericolata. Quasi quasi ci prende in parola. I due si voltano increduli, come a benedire l'angelo che gli ha salvati da una visita al vicino ospedale, e riprendono a respirare dopo alcuni secondi. L'odore acido dei copertoni bruciati si mescola a quello più caldo rilasciato dai due arzilli vetusti tedeschi. Vale come un tre a zero a bologna. In Romagna non è mai una vacanza di salute. Proseguendo non vediamo che maglie bianconere. Comincio a ripensare, invece, come per noi Ravenna sia sempre una passeggiata. Infatti fino allo stadio solo Polizia e poco altro. Mai una volta che i nostri cugini ravennicoli ci regalino una soddisfazione. Sempre la prossima volta, diranno. Parcheggio ospiti e afa opprimente. Comincio già a sbarellare, e passando l’ultima lattina di moretti fresca all’uomo del Cazzolisca ci inoltriamo verso quello che a Ravenna chiamano stadio. Salutando a nostro modo questura e agenti (a casa mia, la polizia, non va più via, romagna mia) camminiamo convinti che nemmeno una sconfitta potrebbe rovinarci una giornata che fino a questo momento è stata perfetta. E come sempre sovviene, dopo un dolce sogno riappare il solito terrificante incubo.

Delirio di potere
Fuori dal primo filtro troviamo ad aspettarci altri simpatici personaggi. Un abbraccio collettivo, il solito rito basato sulle tradizioni dei pellirossa americani e siamo pronti ad entrare. Entro senza problemi al controllo documenti, anche se ho dovuto spiegare allo steward dove si trova il nominativo sulla patente. Subito dopo mi accorgo che c’è qualcosa che non va. Attaccate alle inferiate adiacenti all’ingresso vedo numerose sciarpe e alcune magliette bianconere. Alcune di noti gruppi ultras della curva mare. Sono appoggiate, abbandonate, lasciate marcire al sole come pezze di un antico accampamento rom. Non faccio tempo a riprendermi da tale visione che noto che l’unica donna della macchinata viene fermata in un angolo rea di avere in possesso un’arma terribile di distruzione di massa: una sciarpa con la scritta PONTE ABBADESSE OFF LIMITS. Sacrilegio. Un’attenta poliziotta la cicchetta e le dice che non può portarla dentro perché solo le scritte ‘FORZA CESENA’ sono ammesse. Accerchiamo la pignola e cominciamo a farle la pezza sul ridicolo che sta esprimendo e sulla sua evidente ignoranza delle leggi in materia. Arriva in sostegno il funzionario capo del servizio di P.S. e ricominciamo a fargli la pezza sul ridicolo che sta esprimendo e sulla sua evidente ignoranza delle leggi in materia. Pressiamo da vera squadra fino a quando non li lasciamo senza argomenti. La sciarpa entra, come è giusto che sia. Eppure mi sento sconfitto lo stesso. Sono molto più adirato su quei presunti tifosi del Cesena che abbandonano con estrema facilità materiale della propria squadra, rispetto ai poliziotti che cercano di fare applicare una legge che interpretano sempre in modo differente a seconda delle situazioni. Coerenza zero, al pari della tolleranza. Se mostrassero la dovuta intelligenza non lavorebbero nel Pubblico, ma sarebbero a capo della sicurezza di qualche colosso privato. Un paese come il nostro, si merita questo tipo di Forze dell’Ordine, i ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, i tornelli allo stadio, il biglietto nominale, i giornali costruiti da false notizie scoop. L’italia, invece, non si merita dei tifosi che sotto pressione gettano via i simboli di una passione, di un’amore, di una fede. Siete voi la vergogna principale di quello che sta succedendo in questo pseudo-stadio. Entro facendo una boccaccia alla telecamera del tornello e vado a prendere posto con gli altri nella zona dove sono presenti i ragazzi di Imola. E’ tutto un saluto. Bello vedere come CIB non sia solo un elemento virtuale. Sembra quasi di essere ad una mangiatainbolgia. Immediatamente mi accorgo della mancanza di qualche gruppo storico della curva. E' la prima volta che alcune facce note non presenziano ad una partita del Cesena negli ultimi anni. E’ successo sicuramente qualcosa. Immagino anche cosa, vista la scrupolosa e maniacale incisività del servizio d’ordine. Esistono persone che abbandonano la propria sciarpa, ed esistono fortunatamente persone che ce l’hanno cucita addosso. Senza compromessi. Intanto comincia la partita e cominciano i cori. In curva ospiti vige l’anarchia. Chiunque canta quello che vuole, e ogni tanto parte un coro comune. Bellissimo, davvero. Mi ricorda molto la partita parma-osasuna, dove i baschi cantavano anche tre cori in contemporanea creando festa in ogni secondo della partita. Si suda e passiamo in vantaggio giocando un'ottima partita. Noi cantiamo anche in pausa intervallo, interpretando cori che non si sentivano davvero da tempo immemorabile. Poi in dieci minuti la partita si capovolge. Andiamo sotto per un arbitraggio indecente, due si fanno espellere in maniera idiota e in curva a molti si chiude la vena, e compaiono spregevoli atteggiamenti spariti dai frequentatori della Mare da molto tempo. Lancio di oggetti in campo in stile partenopeo, insulti ai giocatori, aggressioni verbali a gente di colore. Sono allibito. Dare tutti questi pretesti ai poliziotti non è da persone intelligenti. Penso anche non sono atteggiamenti riconducibili alla mentalità ultras tanto voluta e orgogliosamente cercata a Cesena. Finisce la partita e sento il deretano in fiamme. Abbiamo dominato e abbiamo perso. Come sta succedendo da troppo tempo. Le cose viste in campo lasciano ben sperare, però ci serve un portiere e molta pazienza. Quest’ultima, purtroppo, è in fase di riserva. Rientriamo al parcheggio ospiti senza visite di cortesia. Saranno troppo impeganti nel lingua in bocca con i bolognesi e a togliere la polvere dalle bandiere della romagna. Non mi hanno per niente impressionato i tifosi giallorossi. Mi accorgo subito che le sciarpe lasciate all’ingresso da inutili tifosi sono sparite. Alla fine è giusto così. Dopo i saluti finali con gli amici presenti a Ravenna partiamo in destinazione Cesena, con una capatina ad un chiosco dove mi bevo in tempo zero una bottiglia da un litro e mezzo di acqua. Che caldo che ha fatto. Come all’inferno.

Epilogo
Lunedì mattina. Ho ancora il fegato in disordine. Non capisco se è per il risultato o per la birra di ieri. Forse entrambi hanno modificato il mio metabolismo. Mi siedo in pasticceria, in attesa si liberi un giornale dal quale leggere se qualche giornalaio si è accorto di quello che è successo all'ingresso dello stadio di ravenna. Aspetto per qualche minuto, divorando la colazione. Non devo lavorare oggi. Non sarei di certo dell'umore giusto. Il nonno davanti a me abbandona il carlino sport e mi precipito a prelevarlo, anticipando una megera dallo sguardo assassino. Apro sulle notizie del derby e noto che la prima notizia non è la cronaca della partita, ma il racconto di come degli imbecilli hanno devastato due pulman del comune di ravenna durante il trasporto dallo stadio alle auto. Dopo il delirio di potere, le sciarpe abbandonate, i cori razzisti, il lancio di oggetti in campo, il deretano in fiamme per il risultato, gli sfottò dei cuginastri 'emiliani' su CIB mi mancava giusto di sentirmi un pò napoletano. Che cazzo di mattina. Torno a letto. Vado alla cassa e dico alla barista: Scusà, me fai o' contò ca' oggì nun teng voglià e' viverè?


Jailbreak.