Rubriche - Il punto di due punti

 

CHI AMA IL CALCIO ODIA I CALCIATORI? 06/09/02
La scorsa settimana abbiamo stabilito che il tifoso di calcio è per natura, per vocazione, per necessità, un reazionaro, forzando la definizione per sottolineare il fastidio che i tifosi provano nei confronti del calcio moderno, nel quale un individualismo non "illuminista", ma cinico, e una logica economicistica prevalgono sui tradizionali aspetti dell'aggregazione e della partecipazione. La tentazione di legare la crisi del calcio alla più generale decadenza di una civiltà minacciata da altre culture, più dinamiche, in ascesa e assetate di rivalsa nei confronti dell'Occidente, è forte, ma non basterebbe un trattato per evidenziare i parallelismi; piuttosto, sforziamoci di capire come il "custode della tradizione", il tifoso ("I giocatori, gli allenatori, i dirigenti passano. I tifosi no"), può richiamare tutti a comportamenti che rispettino una disinteressata, genuina passione sportiva.
Il paradosso del calcio moderno è sintetizzato nello slogan lanciato sul Web da JLS: "Chi ama il calcio odia i calciatori". Scomponiamo la formula. Nel caso del tifoso (quindi non dell'esteta vero o presunto alla Galeano, o dello sportivo una tantum - ovvero quando si vince -, o del simpatizzante) amare il calcio significa amare una squadra di calcio; ma questo, non per lo spettacolo che essa offre (altrimenti si amerebbe di volta in volta la squadra che gioca meglio, ritornando a Galeano), bensì come veicolo di soddisfazione di un bisogno di appartenenza e di identità. A sua volta, il senso di appartenenza è rafforzato dal numero dei sostenitori, e il tifoso desidera di trovarsi in uno stadio pieno di gente, stretta, compressa, unita dalla passione per gli stessi colori (è un motivo di orgoglio, per il tifoso, il semplice dato numerico delle presenze in trasferta, qualora il dato stesso sia soddisfacente). E questo desiderio di "essere di più" può essere soddisfatto solo se i successi richiameranno altra gente allo stadio. Da cui, peraltro, la continua tensione tra clubs e tifosi, che chiedono sempre di ottenere il massimo nel limite degli obiettivi raggiungibili. A ben vedere, infine, per il tifoso è ininfluente il fatto di essere o meno presente allo stadio; più importante per lui è sapere che, legati dall'amore per una squadra, si è in tanti e si è uniti.
Il tifoso attraverso una squadra sperimenta la sensazione di liberarsi dal proprio egoismo divenendo tutt'uno con una massa chiusa, densa, composta da gente che soffre e si esalta per una stessa ragione dimenticando se stessa. La compattezza di tale massa comprende anche i protagonisti del calcio, i calciatori, o almeno vorrebbe comprenderli, poiché ogni massa calcistica è anche una tribù che si raccoglie attorno a degli idoli o a dei simboli. Eppure i calciatori, oggi, solo faticosamente assurgono a idoli o simboli, tradendo e soprattutto minacciando la compattezza di quella massa, o della tribù.
E siamo così arrivati alla seconda parte della formula di JLS. Un tempo tra calciatori e tifosi il rapporto era generalmente sereno; e i giocatori si intrattenevano più che volentieri per strada con i tifosi. Oggi non più; anzi il giocatore tende a schivare il tifoso, lo guarda con sospetto e con timore, lo evita. Da parte sua il tifoso, nel migliore dei casi, considera il calciatore un "fighetto mercenario".
Ma a ben vedere, cos'ha prodotto tali tensioni, se non la deriva del calcio moderno che si denunciava più sopra? Quello che non sopporta il tifoso, è vedere un giocatore che non onora con l'impegno una maglia, poiché, spesso, sa che l'anno prossimo giocherà in un'altra squadra; è vedere una formazione completamente rifatta nell'arco della stessa stagione; è attendere il 31 gennaio per sapere se Taldo resterà o se andrà via; o sapere che il tal giocatore ha cambiato quattro divise in un solo campionato.
Il libro autobiografico di Serse Cosmi si conclude con queste parole: "Quando vedo dei ragazzi con la faccia da calciatore, la macchina da calciatore, la fidanzata da calciatore e i vestiti da calciatore, allora penso che calciatori non lo diventeranno mai. E faticheranno anche a diventare uomini". Dunque, al di là del denaro e dello status symbol legato alla sua professione, il calciatore stesso in molti casi è intrappolato in un meccanismo che lo allontana dalle esperienze che gli permetteranno in seguito di vivere da uomo. E questo meccanismo a volte inizia a stritorarlo da ragazzino, quando i genitori lo spingono verso una strada dove il calcio non è un fine, ma un mezzo per raggiungere quel successo, quella celebrità e quella ricchezza che a loro è stata negata.
Personalmente, non provo alcun odio per dei ragazzi di venti, venticinque anni che fanno i calciatori; piuttosto, riconosco che a loro oggi è negato il sapore che il calcio aveva una volta, e di questo, al pari dei tifosi, potrebbero forse persino essere considerati delle vittime. Ma è possibile ritornare indietro, recuperare qualcosa del calcio che c'era una volta? Se fosse per Stream e Tele+, per i procuratori, per certi presidenti di clubs e per parecchi calciatori certamente no. Ma non ci sono solo loro nel mondo del calcio, ci sono anche i tifosi, il limite dei quali è quello di continuare a dividersi in fazioni, al grido di "conigli, terroni e buffoni" evitando di ragionare, di fare fronte comune, per cercare di non prenderlo sempre in quel posto.
Ma di questo (visto che continuiamo a non rispondere alle domande che ci poniamo) parleremo la prossima volta.
Marco – cesenainbolgia
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Secondo 300 avvocati matrimonialisti interpellati dall'associazione "Donne e qualità della vita", l'astinenza da campionato di calcio provocherebbe un boom di separazioni, dissapori nella coppia, liti condominiali. Per il 32% degli intervistati, senza gol i maschi diventano più aggressivi; secondo il 27% entrambi i coniugi hanno meno voglia di parlarsi. Problemi anche per quanto riguarda il sesso (24%): gli uomini sarebbero più inclini all'infedeltà (motivi: più tempo libero e necessità di rimpiazzare le emozioni da gol); le donne, invece, private dell'effetto "afrodisiaco" degli idoli del pallone, sarebbero meno fantasiose nel fare l'amore.
Ansa, 30/08/02
E' la prima volta che, in tempo di pace, viene rinviato il campionato di calcio.
Oliviero Beha, La partita più difficile, RaiDue, 28/08/02
Mia madre era un'alcolizzata, mio padre era un magnaccia. Che cosa dovevo diventare io, un neurochirurgo?
Mike Tyson

 

La scorsa settimana abbiamo stabilito che il tifoso di calcio è per natura, per vocazione, per necessità, un reazionaro, forzando la definizione per sottolineare il fastidio che i tifosi provano nei confronti del calcio moderno, nel quale un individualismo non "illuminista", ma cinico, e una logica economicistica prevalgono sui tradizionali aspetti dell'aggregazione e della partecipazione. La tentazione di legare la crisi del calcio alla più generale decadenza di una civiltà minacciata da altre culture, più dinamiche, in ascesa e assetate di rivalsa nei confronti dell'Occidente, è forte, ma non basterebbe un trattato per evidenziare i parallelismi; piuttosto, sforziamoci di capire come il "custode della tradizione", il tifoso ("I giocatori, gli allenatori, i dirigenti passano. I tifosi no"), può richiamare tutti a comportamenti che rispettino una disinteressata, genuina passione sportiva.

Il paradosso del calcio moderno è sintetizzato nello slogan lanciato sul Web da JLS: "Chi ama il calcio odia i calciatori". Scomponiamo la formula. Nel caso del tifoso (quindi non dell'esteta vero o presunto alla Galeano, o dello sportivo una tantum - ovvero quando si vince -, o del simpatizzante) amare il calcio significa amare una squadra di calcio; ma questo, non per lo spettacolo che essa offre (altrimenti si amerebbe di volta in volta la squadra che gioca meglio, ritornando a Galeano), bensì come veicolo di soddisfazione di un bisogno di appartenenza e di identità. A sua volta, il senso di appartenenza è rafforzato dal numero dei sostenitori, e il tifoso desidera di trovarsi in uno stadio pieno di gente, stretta, compressa, unita dalla passione per gli stessi colori (è un motivo di orgoglio, per il tifoso, il semplice dato numerico delle presenze in trasferta, qualora il dato stesso sia soddisfacente). E questo desiderio di "essere di più" può essere soddisfatto solo se i successi richiameranno altra gente allo stadio. Da cui, peraltro, la continua tensione tra clubs e tifosi, che chiedono sempre di ottenere il massimo nel limite degli obiettivi raggiungibili. A ben vedere, infine, per il tifoso è ininfluente il fatto di essere o meno presente allo stadio; più importante per lui è sapere che, legati dall'amore per una squadra, si è in tanti e si è uniti.

 

Il tifoso attraverso una squadra sperimenta la sensazione di liberarsi dal proprio egoismo divenendo tutt'uno con una massa chiusa, densa, composta da gente che soffre e si esalta per una stessa ragione dimenticando se stessa. La compattezza di tale massa comprende anche i protagonisti del calcio, i calciatori, o almeno vorrebbe comprenderli, poiché ogni massa calcistica è anche una tribù che si raccoglie attorno a degli idoli o a dei simboli. Eppure i calciatori, oggi, solo faticosamente assurgono a idoli o simboli, tradendo e soprattutto minacciando la compattezza di quella massa, o della tribù.

 

E siamo così arrivati alla seconda parte della formula di JLS. Un tempo tra calciatori e tifosi il rapporto era generalmente sereno; e i giocatori si intrattenevano più che volentieri per strada con i tifosi. Oggi non più; anzi il giocatore tende a schivare il tifoso, lo guarda con sospetto e con timore, lo evita. Da parte sua il tifoso, nel migliore dei casi, considera il calciatore un "fighetto mercenario".

 

Ma a ben vedere, cos'ha prodotto tali tensioni, se non la deriva del calcio moderno che si denunciava più sopra? Quello che non sopporta il tifoso, è vedere un giocatore che non onora con l'impegno una maglia, poiché, spesso, sa che l'anno prossimo giocherà in un'altra squadra; è vedere una formazione completamente rifatta nell'arco della stessa stagione; è attendere il 31 gennaio per sapere se Taldo resterà o se andrà via; o sapere che il tal giocatore ha cambiato quattro divise in un solo campionato.

 

Il libro autobiografico di Serse Cosmi si conclude con queste parole: "Quando vedo dei ragazzi con la faccia da calciatore, la macchina da calciatore, la fidanzata da calciatore e i vestiti da calciatore, allora penso che calciatori non lo diventeranno mai. E faticheranno anche a diventare uomini". Dunque, al di là del denaro e dello status symbol legato alla sua professione, il calciatore stesso in molti casi è intrappolato in un meccanismo che lo allontana dalle esperienze che gli permetteranno in seguito di vivere da uomo. E questo meccanismo a volte inizia a stritorarlo da ragazzino, quando i genitori lo spingono verso una strada dove il calcio non è un fine, ma un mezzo per raggiungere quel successo, quella celebrità e quella ricchezza che a loro è stata negata.

 

Personalmente, non provo alcun odio per dei ragazzi di venti, venticinque anni che fanno i calciatori; piuttosto, riconosco che a loro oggi è negato il sapore che il calcio aveva una volta, e di questo, al pari dei tifosi, potrebbero forse persino essere considerati delle vittime. Ma è possibile ritornare indietro, recuperare qualcosa del calcio che c'era una volta? Se fosse per Stream e Tele+, per i procuratori, per certi presidenti di clubs e per parecchi calciatori certamente no. Ma non ci sono solo loro nel mondo del calcio, ci sono anche i tifosi, il limite dei quali è quello di continuare a dividersi in fazioni, al grido di "conigli, terroni e buffoni" evitando di ragionare, di fare fronte comune, per cercare di non prenderlo sempre in quel posto.

 

Ma di questo (visto che continuiamo a non rispondere alle domande che ci poniamo) parleremo la prossima volta.

 

 

 

Marco – cesenainbolgia 06/09/02

 

 

 

 

 

 

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Secondo 300 avvocati matrimonialisti interpellati dall'associazione "Donne e qualità della vita", l'astinenza da campionato di calcio provocherebbe un boom di separazioni, dissapori nella coppia, liti condominiali. Per il 32% degli intervistati, senza gol i maschi diventano più aggressivi; secondo il 27% entrambi i coniugi hanno meno voglia di parlarsi. Problemi anche per quanto riguarda il sesso (24%): gli uomini sarebbero più inclini all'infedeltà (motivi: più tempo libero e necessità di rimpiazzare le emozioni da gol); le donne, invece, private dell'effetto "afrodisiaco" degli idoli del pallone, sarebbero meno fantasiose nel fare l'amore.


Ansa, 30/08/02



E' la prima volta che, in tempo di pace, viene rinviato il campionato di calcio.


Oliviero Beha, La partita più difficile, RaiDue, 28/08/02



Mia madre era un'alcolizzata, mio padre era un magnaccia. Che cosa dovevo diventare io, un neurochirurgo?


Mike Tyson