Rubriche - Il punto di due punti

Interpretando un libro di Massimo Fini, JLS nell'Intruso scrive che la dinamica sociale violenta è indispensabile all'uomo, e forte del linguaggio che il calcio ha mutuato da un ipotetico glossario della violenza e della guerra ("missile", "bomba", "arrembaggio", "mischia furiosa", "combattente di centrocampo", "asserragliarsi in area" , "bunker difensivo", "scardinare la difesa" ecc.) crede che la società nutra un valore positivo legato alla prestazione di un servizio bellico, tanto più che i caduti per un ideale (la comunità, la patria, un'idea) assurgono per i vivi a martiri e a eroi. JLS ci lascia quindi solo immaginare l'eventuale conclusione del pezzo intitolato "War Games" (non avendone lui espressa alcuna), e la sola che ci viene in mente è che è inutile e forse perbenista o beceromoralista condannare il fenomeno ultrà per i connotati di violenza a esso legati negli slogan e nelle azioni.
Nella successiva discussione che si è generata nel guestbook di JLS, c'era chi tendeva a giustificare l'impulso combattivo (quindi violento, distruttivo) come fattore innato e imprescindibile (indispensabile) nell'uomo, esaltando la figura dell'eroe, i cui nemici, scrive Tony lettore di Julius Evola, sono in primo luogo "nemici interiori".

Quella dei nemici interiori è una figura retorica che i francesi dei primi del Novecento, su tutti René Daumal e René Guenon, studiarono in sanscrito, offrendo al pubblico occidentale una lettura affascinante della Bhagavadgita (corpus teorico ed esoterico del Mahabarata e testo sacro della religione induista), che rapì probabilmente lo stesso Evola. In essa il dio Krsna esorta un titubante Arjuna a massacrare i nemici senza cedere alla pietà, e l'intera opera risulta essere una meravigliosa lezione di logica e di poesia di Krsna volta a persuadere Arjuna che il linguaggio terreno, e quindi la sua stessa vita come l'ha vissuta fino ad allora, è il regno della prakrti, cioè della materia, dell'illusione e dell'apparenza. Uccidendo i nemici, ci spiega nella "Guerra Santa" René Daumal, Arjuna uccide tutto ciò che lo porta a dire "io sono, io so, io voglio", e una volta fatta piazza pulita di tali debolezze e dello stesso egoismo, il protagonista può accedere alla Vera Vita abbandonando il suo tragico destino di morte, poiché a quel punto sarà tutt'uno con Dio. Diverrà, cioè, immortale.

Penso che la via religiosa alla Verità (o a Dio, o alla Libertà, o al Superamento dell'illusione) debba essere una via intima, individuale, e che quando diviene una via settaria, comunitaria, sociale, quindi dogmatica, porti con sé infelicità, atrocità e sciagure. Come penso che il meraviglioso messaggio di Krsna, se viene accolto dal guerriero-eroe-discepolo Arjuna, il quale si appresta a combattere i suoi nemici interiori, non venga accolto allo stesso modo dalle masse di fedeli che, sulla base di un elementare e immediato processo psicologico, proiettano all'esterno di sé le proprie angosce e con esse il desiderio di assecondare un Dio terribile, castigatore e dispensatore di morte, individuando in altre masse di "infedeli" i nemici da sterminare. Le Guerre Sante (in nome di un Dio o di un'idea politica), da che mondo è mondo, non si sono combattute dentro se stessi, Tony, ma sono state mosse contro popolazioni, cioè contro uomini e donne, generando sì bellissimi "eroi", ma anche milioni e milioni di cadaveri.

Tornando al fenomeno ultrà, chi mai vorrà abbozzarne una teoria psicologica, dovrà iniziare isolandone la simbologia. Se abbiamo già definito i gruppi di tifosi delle tribù, se il calcio viene considerato una nuova religione laica, è perché il tifo, e soprattutto il gruppo ultrà, asseconda un bisogno di appartenenza e di identità comunitaria. Un bisogno che, per essere appagato, e per scongiurare la minaccia che in futuro non potrà più esserlo, necessita di due elementi vitali: la forza del numero e l'esibizione dell'audacia. Niente rassicura ed esalta più un tifoso del vedere la propria curva gremita, e basta un giro per il Web per constatare l'orgoglio con cui si mostrano foto di scontri con la polizia. D'altra parte nei racconti, nei ricordi, più volte ho ascoltato di corpi accasciati a terra con sciarpe al collo di colori diversi dai nostri, registrando non tanto compassione, ma piuttosto soddisfazione, come se i corpi sofferenti di tifosi aversari nel ricordo diventassero dei trofei.

Se accettiamo la forza del numero e l'esibizione del coraggio (con la sua componente di violenza) come aspetti che radicano il senso di appartenenza e di unità del gruppo ultrà, e se registriamo che il linguaggio "bellicoso" è associato al calcio come ha segnalato JLS, resta però inevasa una domanda: "Perché la necessità dell'impulso aggressivo, combattivo, violento? Da dove nasce? Si può prescindere da questo per radicare l'appartenenza e l'unità del gruppo? Insomma, perché la componente aggressiva risulta indispensabile alla società o alla comunità, come sostiene JLS?".

Premetto che non mi accontento di considerare l'aggressività che diviene impulso violento, innata, imprescindibile e indispensabile, e che preferisco pensare che proprio la capacità di limitare la violenza, sublimare in attività creativa, edificante per sé e per il prossimo quell'impulso, distingue l'uomo dall'animale. Ciò detto, ritengo che una parziale risposta a quelle domande provenga in primo luogo dalla letteratura antropologica, e nel guestbook dell'Intruso a tal proposito ho suggerito una duplice lettura, che qui maniacalmente ripropongo: "Lo shock primario" di Luigi De Marchi, un'analisi psicologica del fanatismo che interpreta la cultura umana come generata dalla rimozione dell'angoscia provocata dall'esperienza e dall'attesa della morte, e l'opera di Elias Canetti, incentrata sui concetti di morte, massa, potere e metamorfosi (che Canetti intende come attività di comprensione e comunicazione e come produzione artistica), in particolare "Massa e potere".

E' peraltro chiaro che non esiste il Libro dei Libri che cercavano le "scimmie umane" della Biblioteca di Babele di Borges, è chiaro cioè che la Verità non esiste, come è chiaro che la conoscenza offre sempre nuovi linguaggi, ossia strumenti di comprensione per migliorare l'esistenza di ciascuno e di tutti. E'questo lo spirito con cui propongo quelle letture in risposta alle domande poste, auspicando che ci si possa avvicinare a esse, per quanto possibile, liberi dalle corazze ideali o ideologiche, così fondanti l'identità personale, che tutti quanti ci fabbrichiamo e indossiamo.

In quanto all'arte, alla creatività quale mezzo di sopravvivenza e "immortalità" (la metamorfosi di Canetti) a cui si appellò JLS nel guestbook, mi chiedo infine se non sia sufficiente sfidarsi, fra tifoserie, negli stadi, a colpi di coreografie sempre più originali e sorprendenti, e se questo sentimento "artistico" condiviso da molti (come si condivide la passione per un genere musicale, un libro, un dipinto, una poesia, un'idea politica e quant'altro) non basti a radicare un'appartenenza e mantenere vitale, compatta una comunità.

Ora, divenendo un intruso per l'intruso, mi piacerebbe leggere le risposte di Tony e JLS alle domande posto poco più sopre nel guestbook dell'Intruso.

 

Marco – cesenainbolgia 31/10/2002

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L'istante del sopravvivere è l'istante della potenza. Il terrore suscitato dalla vista di un morto si risolve poi in soddisfazione, poiché chi guarda non è lui stesso il morto. Il morto giace, il sopravvissuto gli sta ritto innanzi, quasi si fosse combattuta una battaglia e il morto fosse stato ucciso dal sopravvissuto. Nell'atto di sopravvivere, uno è nemico dell'altro; e ogni dolore è poca cosa se lo si confronta con questo elementare trionfo. (...) Ogni desiderio umano di immortalità reca in sé la brama di sopravvivere. L'uomo non vuole soltanto esserci sempre; egli vuole continuare a esserci quando gli altri non ci saranno più. (...) La forma più bassa del sopravvivere consiste nell'uccidere. Così come l'uomo ha ucciso l'animale di cui si nutre, che ha trovato indifeso (...), così l'uomo vuole uccidere l'uomo che gli è di ostacolo, che gli si contrappone quale nemico. Si vuole abbattere quell'uomo per sentire che si esiste ancora quando egli non è più . Egli tuttavia non deve interamente sparire, poiché la sua presenza corporea come cadavere è indispensabile a quella sensazione di trionfo. (...) L'istante di questo confronto con l'ucciso colma il sopravvissuto di un tipo di forza del tutto particolare, che non può essere paragonato ad alcun altro. Nessun altro istante esige con altrettanta forza di essere ripetuto. (...) E proprio perché si è ancora vivi, ci si sente in qualche modo i migliori.

La sicurezza che più desidera l'uomo è l'invulnerabilità. Per conseguirla l'uomo ha tentato due vie diametralmente opposte, che conducono a risultati diversissimi. nel primo caso ha cercato di allontanare da sé il pericolo, ponendo fra sé e il pericolo grandi spazi che si potessero abbracciare con lo sguardo e controllare. L'uomo, per così dire, si è celato davanti al pericolo e lo ha bandito. / Nel secondo caso invece egli ha scelto una via di cui va sempre più fiero. Tutte le tradizioni più antiche sono colme di vanterie e autoelogi: l'uomo è andato a cercare il pericolo, vi si è deliberatamente esposto. Lo ha lasciato avvicinare quanto più possibile, giocando tutto sulla sorte. Di tutte le situazioni possibili, ha scelto la più rischiosa e l'ha spinta all'estremo. Ha riconosciuto in qualcuno un nemico, e lo ha provocato. Forse era già suo nemico, forse invece lo considerava così per la prima volta. Comunque ciò sia accaduto nei particolari, gli obiettivi erano il supremo pericolo e l'irrevocabilità della sorte. / E'questa la via dell'eroe. Cosa vuole l'eroe? A che cosa veramente egli mira? (...)

Elias Canetti, Massa e potere, Bompiani, Milano, 1988, 622 pp., trad. Furio Jesi

 

Io sono il Tempo, il Distruttore dei Mondi. Alzati dunque e combatti, o devoto Arjuna, perché non sei altro che uno strumento nelle mie mani. Tutti i tuoi nemici sono già uccisi, per mio ordine.

Conosci bene i tuoi doveri di guerriero: essi ti obbligano a combattere per la tua religione; non puoi esitare. Felici i guerrieri che combattono al mio servizio, poiché si apre loro la porta del Pianeta delle Delizie. Combatti dunque e uccidi, Arjuna.

Bhagavdgita

 

Non è una bella morte, morire con la minchia dritta?

F. Rabelais