Rubriche - Il punto di due punti

Riprendiamo dopo un bel po' di tempo (non ricordavo di essermi lanciato in questa impresa) a ragionare sulla superformazione del Cesena di sempre, dopo avere affidato le maglie dal numero 1 al numero 4 rispettivamente a Boranga, Ceccarelli, Ammoniaci e Piraccini, inserendo nella rosa anche Rossi, Cuttone, Bonini e Bordin (vedi Cesenainbolgia, "Il punto di due punti", "Dall'1 al'11, il Cesena di sempre" 1 e 2). Qui ci occuperemo del numero 5.
Sapevate che una volta lo stopper giocava a centrocampo e faceva il regista? Le cose andarono così: a metà degli anni Venti del secolo scorso, in seguito all'introduzione della moderna regola del fuorigioco, le difese divennero dei colabrodi e il modulo tattico allora in auge, il "metodo" (una sorta di 2-3-2-3), subì dei correttivi volti a proteggere il portiere. Si passò dunque al "sistema" (3-2-2-3) grazie a un piccolo espediente: il centromediano del "metodo" ("metodista"), perno basso del centrocampo e cucitore di gioco, fu arretrato fino alla linea dei due difensori, i quali per fargli posto si allargarono appena un po' verso le fasce laterali.

In seguito a questa variazione il centromediano, per la legge dell'evoluzione di Darwin, iniziò a mutare aspetto adattandosi alla congiuntura ambientale: le gambe corte e arcuate si allungarono, irrobustirono e raddrizzarono, il collo e le spalle si gonfiarono e gli occhi smarrirono la scintilla dell'intelligenza per acquisire l'inquietante lucidità esibita dal boia o dal killer nell'attimo supremo e misterioso dell'esecuzione.

Era nato lo stopper, cioè lo "stoppatore", il "bloccatore" degli attaccanti: un pilone, un palo del telegrafo: massiccio, lungo, piantato al centro dell'area grande, contro il quale, nelle intenzioni dell'epoca, avrebbero dovuto schiantarsi, frantumandosi, gli avanti avversari. Come qualsiasi palo del telegrafo che adempie alla sua funzione, lo stopper doveva rimanere fermo laggiù, in un raggio d'azione di pochi metri avente quale fulcro il disco del rigore.

In anni relativamente recenti (gli Ottanta) l'anima dello stopper fu incarnata da tale Butcher, giocatore di un'importante squadra di club inglese, il quale riuniva in sé le caratteristiche suddette. Ai suoi tempi per la verità allo stopper era concesso, una tantum, di avanzare; in occasione di un corner della squadra del pilone britannico, in effetti, la partita veniva sospesa per cinque minuti: era quello il tempo che occorreva a Butcher per lasciare la difesa e raggiungere l'area avversaria, laddove il suo compito, peraltro, non differiva più di tanto da quello assegnatogli dalla natura e dal football: fare male a qualcuno, tanto meglio se si trattava di un avversario.

Da notare, infine, che in inglese "butcher" significa "macellaio", e sarebbe sufficiente questa circostanza sublime a elevarlo al di sopra di qualsiasi altro stopper abbia mai messo piede su un campo di calcio.

In Italia per inventarsi uno stopper alla Butcher bisognerebbe improvvisarsi manipolatori genetici o moderni Dr. Frankenstein, e modellare la sadica ferocia di Pasquale Bruno sull'aspetto e la struttura fisica di un Sergio Brio, magari assegnando al neonato mostro il nome e cognome di Tarcisio Burgnich (ma quanto a cognomi, anche il cesenate Scarponi andrebbe bene); peccato però che ormai non sia più tempo di certi meravigliosi energumeni, soppiantati definitivamente da fotomodelle tipo Nesta e Cannavaro.

Venendo al Cesena, un anno la nostra squadra giocò con tre o quattro stopper presenti contemporaneamente in campo: Barcella, Scugugia, Calcaterra e Marin (Medri agiva da libero). Come facemmo a sfiorare la serie A, possono saperlo soltanto Bruno Bolchi e Dario Hubner. Qui ci limitiamo considerare, ancora una volta, che il calcio non è affatto una scienza esatta.

Comunque sia, dalle nostre parti non abbiamo mai tirato fuori gran che in quel ruolo dal vivaio (Claudio Rivalta? Carlo Teodorani? Samuele Olivi? Qualcun altro che ho rimosso?), cosicché per la nostra superformazione di sempre torniamo a pescare da quel Cesena che toccò l'apice della sua storia, assegnando la maglia numero 5 all'arcigno Giancarlo Oddi e riservando un posto in panchina all'elegante Luigi Danova.

Non perdete il prossimo appuntamento, in cui parleremo del numero 6.

 

Marco – cesenainbolgia 16/12/2002

 

 
 

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