Rubriche - Il punto di due punti

Quando si pensa al libero, il numero 6 di un calcio che non c'è più, viene in mente un tipo di giocatore elegante, che al tempismo univa l'intelligenza tattica, i piedi buoni e la visione di gioco degna di un regista: niente a che vedere insomma con gli stopper e i terzini, suoi colleghi di reparto. Negli esemplari migliori, il libero si sganciava dalla difesa palla al piede, testa alta e petto in fuori, per cedere il pallone a un compagno al momento più opportuno, continuando ad avanzare per aggredire gli spazi e creare superiorità numerica in attacco. Spesso era lui ad andare alla conclusione a rete, e non erano rari i casi di liberi goleador. I primi numeri 6 di tal fatta che vengono in mente sono Scirea, Baresi e Tricella: difensori che con le loro proiezioni offensive sapevano entusiasmare i tifosi.
E dire che quando il calcio avvertì l'esigenza del libero, attorno agli anni Cinquanta, questo doveva essere, secondo una definizione di allora, uno "spazzino d'area". Cioè l'ultimo ostacolo prima del portiere, preposto anzitutto a scagliare il pallone al di là del fiume e risolvere così le situazioni difficili in area di rigore. Il libero doveva avere pochi fronzoli per la testa e l'unico vantaggio che aveva rispetto ai colleghi di reparto era quello di non dovere per forza seguire come un'ombra l'avversario diretto.

Quello del libero fu l'ultimo ruolo a essere inventato nel vecchio calcio e quindi quello dalla vita più breve: visse infatti solo una trentina d'anni, dagli anni Cinquanta fino al ritorno della zona negli anni Ottanta, eppure più di altri ruoli segnò un'epoca. Con il libero, invocato da Gianni Brera per rinforzare le "povere difese", nacque infatti il catenaccio (detto anche calcio all'italiana per i successi dell'Inter di Herrera negli anni Cinquanta e Sessanta), che rappresentò fino a vent'anni fa l'unico modo di giocare a pallone. Poi, quando il libero divenne "moderno" (cioè quando cominciò a uscire dall'area palla al piede, testa alta e petto in fuori), anche il calcio lo divenne, cosicché oltre a essere legato a una delle poche, grandi rivoluzioni del football, fu funzionale a una sua importante evoluzione.

Dopo di che s'impose il gioco a zona e il libero scomparve, benché secondo alcuni ora tutti i difensori in linea sono dei "quasi liberi", essendosi emancipati dall'obbligo della marcatura a uomo e preposti, come d'altra parte i centrocampisti, al presidio di una zona di campo. Con il linguaggio in effetti si può ricamare, ma se è vero che oggi i difensori sono tutti pù "liberi" rispetto al calcio all'italiana, è altrettanto vero che non esistono più, al pari dei Causio, dei Sala e dei Conti, nemmeno i Scirea, i Baresi e i Tricella.

Il libero più forte che abbia mai avuto il Cesena fu Pierluigi Cera, e secca dover sempre andare a pescare così lontano, in quel benedetto anno del sesto posto in serie A, per allestire la superformazione bianconera di sempre (finora arrivano dalla stagione 1975-76 cinque giocatori su sei - Boranga, Ceccarelli, Ammoniaci, Danova e Cera - e solo perché, per simpatia, abbiamo preferito Piraccini a Festa): viene quasi la tentazione di dimenticarselo, quell'anno, per essere più liberi di divertirsi. Oppure sarebbe ora che qualche industriale comprasse il Cesena, e naturalmente che Lugaresi lo vendesse, in modo da avere qualche alternativa in più.

In panchina ci mettiamo Davor Jozic il quale, benché fosse tutt'altro che un libero moderno (tre gol in centosettanta partite fra A e B), con i suoi cinque anni in bianconero fu l'unico straniero a diventare una bandiera a Cesena. Più forte e più moderno di Jozic fu Roberto Cravero, che però in Romagna giocò solo due anonimi campionati di B: troppo poco per guadagnarsi la panchina nella nostra superformazione. Tra i liberi fatti in casa, un cenno di simpatia per Claudio Rivalta, e infine un nome che tutti i tifosi, allora, sarebbero stati contenti di dimenticare al più presto: Filippo Medri. Medri negli ultimi anni ha giocato in B: una categoria sopra a quella del Cesena. Chi l'avrebbe mai detto.

 

Marco – cesenainbolgia 04/03/03