Rubriche - Giochiamo in casa

I muscoli cominciano a mandare segnali di cedimento con fitte dolorose. Fosse per loro mi sarei già dovuto fermare da qualche minuto. Il fiato si fa difficile, forse per il troppo vizio pomeridiano. Ma come si fa a dire di no. Alla terza pausa mi guardo indietro e realizzo solo ora che la percentuale di dislivello che ci separa ‘dall’albero bomba’ è davvero proibitiva. Vedo la bestia che sguazza come un cucciolo curioso in ogni luogo e il compagno di viaggio, con passo allenato, mi ha già staccato alla prima asperità. E’ quasi in cima, senza sudore né affanno, mentre io mi maledico di avere accettato di prendere la scorciatoia. Le colline intorno a Pieve di Rivoschio sono il profumo della Romagna e il crepuscolo ci regala un panorama da cartolina. Potevamo scegliere un altro modo per arrivare alla nostra meta, ma come al solito le cose semplici le aborriamo in partenza. Mentre cammino nell’ultimo tratto nel ripido sentiero in mezzo ai campi, dove forse neanche il miglior Pantani sarebbe riuscito a scattare, mi rendo conto di come il mio fisico pigro e la mia mente iperattiva ormai non viaggiano più in simbiosi. Non che facciano a cazzotti, per adesso. Si sopportano mal volentieri. ‘L’albero bomba’, intanto, si avvicina sempre di più. Domina tutta la vallata, ricordando vagamente la copertina di un disco degli U2. La leggenda racconta che in una cavità all’interno del fusto venne inserito un residuato bellico e crescendo l’albero l’abbia avvolto e reso parte di sé stesso. Fargli visita ci è sembrato un buon modo per cominciare il fine settimana che ci porterà a Padova per la trasferta del Cesena. A casa ci aspettano gli amici, un fuoco e tanto cinghiale setoloso. Il piccolo appoggio dove vive in solitario l’albero bomba ci regala una tregua e mi permette di buttare un po’ di ossigeno nei muscoli colmi di immondizia chimica. E mentre ci godiamo il panorama e i salti festosi della mascotte un’altra bomba pervade l’aria di Romagna. Stiamo dando il meglio di noi. E ne siamo un po’ gelosi.

Il giornale parla di 472 biglietti venduti per il settore ospiti. E’ incredibile vedere ogni domenica l’amore del popolo bianconero verso la maglia. Il ritrovo è per le undici allo stadio e la nostra comitiva si raduna quasi tutta in orario. Nonostante la baghinesca mangiata della sera prima gli stomaci pretendono dazio e qualcuno non si sottrae al rito della Regina della Piadina. I presenti mostrano volti in sofferenza. Non è stata facile per nessuno la sera prima e le ore di sonno sono state davvero poche, nonostante il calendario ci abbia regalato un’ora in più di riposo. Sarebbe stato bello ricordarselo e mettere a posto gli orologi, ma dove eravamo il tempo conta meno della libertà di un tifoso. Almeno ne ho approfittato per un’altra escursione mattutina nelle valli cesenati, assorbendo le vibranti sensazioni di un’alba fresca e colorata. Alle undici e un quarto si parte, destinazione Padova. Chissà perché è sempre come la prima volta.

Quando comincio ad essere stanco mi dicono che non siamo nemmeno a metà strada. C’è del gran movimento intorno a noi. Siamo scesi alla stazione di Padova e abbiamo trovato ad aspettarci meno di una decina di poliziotti. Ci avevano informato di essere la nostra scorta e al momento non avevo capito i grandi sorrisi dei circa trecento cesenati che stavano condividendo la mia prima trasferta. ‘Il sabato di pasqua i colleghi sposati stanno con le loro famiglie’ è stata la risposta di un ragazzetto in divisa. Adesso capisco il perché dei sorrisi. I padovani seguivano il corteo nei vicoli adiacenti al nostro corteo in direzione Stadio Appiani. Era già da un km che si infilavano e cercavano lo scontro, poco convinti vista la compattezza del gruppo. Mi hanno detto che sono amici dei bolognesi. Gemellati, per essere precisi. Non ho capito per bene la definizione, ma dopo aver visto i bolognesi a Cesena pochi mesi prima avevo subito intuito che non potevano anche essere amici nostri. Secondo gli agenti di scorta il pericolo grande poteva arrivare nel momento che fossimo arrivati in una grande piazza chiamata ‘Prato della Valle’ a due passi dallo stadio. In quel punto era impossibile tentare di fermare la voglia di farsi dei nuovi trofei. Passiamo il centro della città cantando cori ostili, stretti e a difesa degli striscioni. Per la prima volta mi sento parte di qualcosa, che va oltre l’entrare allo stadio. E’ una sensazione particolare. Siamo tutti uguali, mentre camminiamo in una città ostile. Pur non conoscendoli tutti so già che posso contare su di loro se mi trovo in difficoltà. Ovviamente mi sale anche la certezza dell’algoritmo inverso. Qualunque cosa potrà succedere in quella piazza loro dovranno contare su di me. Non conta avere dodici anni ed essere terrorizzato. Passiamo di fianco ad una grande chiesa che a Padova chiamano ‘il Santo’, punta di diamante di una città che mi è sembrata davvero bellissima. A questo punto le pressioni esterne si fanno più massicce. Ci stiamo avvicinando allo stadio e la massa biancorossa aumenta. Sono riuscito a venire a Padova solo perché mia mamma è stata convinta da un frequentatore di casa, il quale, nonostante la sua giovane età, ha già il carisma di un leader. ‘Ci penso io a lui, tranquilla’, con queste parole si sono salutati mentre in vespa mi portava verso la stazione di Cesena. E proprio lui, mentre ormai ci rendiamo conto che lo scontro frontale non sarà più evitabile, mi prende per il bavero del giubbotto e mi trascina verso un altro simpatico personaggio dicendomi: “Non ti staccare mai da questo zaino. Se ce lo portano via vedi di essere morto” e per la prima volta non mi regala il solito tozzone da prepotente, ma la prima pacca sulle spalle di incoraggiamento. Rimango a fare la guardia allo zaino e al suo possessore per tutto il resto del tragitto. Non mi muovo nemmeno quando tutto intorno scatta il delirio. Non riescono ad avvicinarsi, tranne in un’occasione. I ragazzi hanno fatto il loro dovere e lo hanno fatto bene. Arriviamo allo stadio e lo zaino è il mio trofeo. Il primo.

Ci avviamo dal casello verso lo stadio percorrendo la tangenziale. Ci siamo raggruppati e le 4 macchine sono ancora insieme, con l’aggiunta di qualche spaesato tifoso che si aggrega alla comitiva. C’eravamo persi per strada e nemmeno gli autogrill ci sono serviti per ritrovarci. Il viaggio è tranquillo e presto si intravede la forma dell’Euganeo. Incredibilmente mal concepito, nella sua idea di modernità. La prima sorpresa la riscontriamo all’ingresso del settore ospiti, dove tutti i tifosi presenti si accorgono che tocca pagare due euro per parcheggiare la macchina. Sono nell’Italia che produce. Scucire due soldi alla gente di passaggio va di moda in ogni località turistica, anche nelle nostre zone. Alla fine, il Veneto, ovunque vai, ti costa come un mutuo. La faccia dell’omino dell’elemosina alle nostre rimostranze è indicativa di come in queste zone sia normale rendere sempre l’automobile un mezzo di riscossione. Si paga e si parcheggia, anche se non tutti concordano con questa teoria e rimangono a discutere con addetti e polizia. Non sono al cento per cento e mi costringo a tenere le residue energie per la partita evitando il meeting all’ingresso. All’ingresso vengono interdetti gli stendardi sprovvisti di asta. Potrebbero essere scambiati per striscioni, secondo l’infelice pensiero di qualche addetto. Si inventano i sistemi più assurdi alla ricerca di aste improvvisate, arrivando a pensare di cominciare a staccare i rami dagli alberi del piazzale. Per fortuna troviamo altre soluzioni, e quasi tutto riesce ad entrare. Bevo in compagnia l’ultimo sorso di borghetti e mi avvio verso l’ingresso. Non c’è perquisizione personale. Mi aspettavo un approccio più difficile allo stadio, ma forse non solo noi diamo il meglio in trasferta. Non c’è nemmeno una birra che si possa chiamare tale. Il sole fa capolino. Ottima giornata per tifare Cesena.

Il lunedì mattina non leggo mai i giornali quando perdiamo. Non ho le palle per reggere le parole catastrofiche di alcuni giornalisti. Non vale la pena aggiungere bile a un fegato in rovina. Mi rifugio nel caffè per cercare di svegliarmi contento che posso tornare a dormire se l’effetto caffeina non è sufficiente a rendermi presentabile. Sono reduce da una due giorni passata con delle fantastiche persone, inseguendo in giro per mezza Italia la bandiera bianconera. Sto pagando dazio, ma sono felice.

Jailbreak.

Con gratitudine ai 'leoni' del 6 aprile 1985.