Rubriche - Giochiamo in casa

Mi hanno costretto a prendere il primo treno. Avevano da fare e non volevano pesi morti da dover gestire. Ho provato a spiegare che ormai ero pronto, ma uno sguardo mi ha ricondotto alla ragione. Sempre meglio dei soliti schiaffi. Un quattordicenne non ha diritto a parlare, deve solo accettare le regole. Sono attaccato al finestrino di questo treno speciale e mentre guardo il movimento della gente festante costruisco nella mia mente una inevitabile verità: SERIE A! L’anno prossimo ci saranno trasferte importanti: San Siro, il Comunale, Marassi, l’Olimpico. Tutti stadi con l’iniziale maiuscola. Solo il pensiero basta a crearmi episodi di vertigini e solo gli abbracci della comitiva bianconera partita per San Benedetto del Tronto mi riportano alla realtà. A dire il vero sembra un sogno. Anche il consueto simpatico uomo in divisa addetto alla nostra scorta è in preda al delirio e mentre ci raccomanda le solite frasi di circostanza (“Burdel, fate tutto quello che volete, basta che non tirate roba dal finestrino”) lo vedo abbracciarsi con passione con chiunque gli rivolge lo sguardo. Credo di essermi innamorato, in questo torrido 8 luglio 1987. Mi hanno detto che l’amore provoca mille episodi di sofferenza ogni volta che ne provi uno positivo. Non mi avevano spiegato, però, come un gesto d’amore possa supplire anche a mille sofferenze. L’ho capito nel momento che ho abbracciato Agatino in mezzo al campo. La sofferenza sarà nel DNA di ogni tifoso bianconero, ma la gioia che sto provando oggi mi accompagnerà per sempre. Sono partito moroso, e torno fidanzato. E’ un feeling destinato a durare. Finchè morte non ci separi. Il treno comincia a muoversi, mille bandiere festanti salutano la città marchigiana con le note storpiate di una celebre canzone dei Beatles. Lascio i ragazzi in balia degli eventi e mi prometto che non succederà mai più. Ora che ho scoperto l’amore posso considerarmi un uomo, e un uomo non abbandona mai i propri amici. Specie nel momento del bisogno. Strani odori cominciano ad inondare il vagone. So di cosa si tratta, ma ancora non ho voluto approfondire la conoscenza. Che sia il giorno buono? Potrebbe essere il modo giusto per festeggiare questa data storica. Forse vincerò la mia timidezza e mi infilerò in qualche scompartimento ‘off limits’, sempre che qualcuno non mi tiri dentro a forza prima. Spero di non dover mai rivivere uno spareggio. Uno stress così è giusto provarlo solo una volta nella vita. Il vagone si muove adagio e in lontananza vedo movimenti strani. Per un attimo mi viene da tirare il freno e scendere, ma poi penso agli sguardi dei ragazzi e mi autoconvinco in un baleno che è meglio andare, tornare a casa. Non conosco ancora molto bene la paura, ma so cosa vuol dire disobbedire a loro. Chissà quanto tempo passerà prima di tornare in questa simpatica cittadina, che trasuda mare e calcio in ogni angolo. Chissà …

I sambini mi sono sempre piaciuti, anche se non mi sono per nulla simpatici. Ricordo gli ultimi incontri con la solita nostalgia dovuta ad una giovinezza passata e vissuta nelle regole di un calcio che oggi non esiste più. Onda d’Urto. Un nome che ha sempre suscitato attenzione e rispetto anche alle tifoserie di una consistenza numerica molto superiore. Capisco come i riminelli siano orgogliosi del gemellaggio con gli ultras di San Benedetto del Tronto. Quello che capisco meno è come i sambini possano essere gemellati con i riminesi. Bah, a volte il dio del calcio ha davvero gli occhi chiusi. Per noi è sicuramente la trasferta dell’anno, insieme a quella che faremo l’ultima giornata a Verona. Vista anche l’assoluta ostilità da parte delle due tifoserie è forse quella con più fascino. Ci dividono 212 km e 3 punti in classifica. Le statistiche delle scommesse ci vedono leggermente favoriti, e sono convinto che ci divertiremo. L’appuntamento dalla Norma è per le 17.30, per una frugale cena (merenda?) con il cibo nazionale romagnolo. La macchinata da sei dovrebbe partire entro le diciotto, ma so già che non sarà così. Come sempre arrivo in anticipo. Arrivare in ritardo per una trasferta è come far tardi al primo appuntamento. Negli ultimi due giorni mi sono arrivate le paranoie dell’uomo brutto e cattivo per l’orario della partenza. Dice che dovevamo partire prima, perché San Benedetto è una bella città, perché il lungomare è pieno di ristoranti dove cenare, perché in autostrada è pieno di lavori e possiamo anche arrivare tardi allo stadio. Ha sempre voglia di scherzare. Strano, ma vero alle 17.45 due terzi dell’equipaggio è già in fase di lancio. Il quinto è da raccattare all’ingresso dell’autostrada. Manca solo la macchina e l’autista, roba di poco conto. Dopo tre telefonate gli facciamo capire che la Norma il lunedì è aperta. Si comincia con gli insulti e le risate ancora prima di caricare zaini, birra e borghetti. L’effetto trasferta: quella sensazione di evasione che ti prende il sistema nervoso centrale e ti spara adrenalina direttamente al cuore. Una pattuglia della polizia si accosta proprio mentre carichiamo la macchina e ci chiede un qualcosa a cui nessuno ha risposto. La zero considerazione è l’effetto della tolleranza zero. Dai di gas, e vai a controllare che non ci siano furti in casa. Un saluto alla Norma e si parte. Al casello raccattiamo il sesto elemento. Per la sua unicità potrebbe davvero fare la parte principale nel celebre film. Una leggera discussione sui posti presi, due insulti all’autista per il ritardo e alle 18.15 siamo in autostrada direzione San Benedetto. Abbiamo ancora due ore prima di verificare l’ospitalità sambina. Decidiamo di passarla tra cazzate, Heineken e borghetti, il tutto condito da una generosa porzione del pane degli angeli. Tra due ore e mezza gioca il Cesena. Siamo tra amici. Si divide tutto. Manu Chao ci illumina con la sua magia. Esiste qualcosa di più bello?

Si fa sosta solo per una pisciata di gruppo attorno ad una siepe in autogrill. Se fossimo in qualche comune con sindaco sceriffo dovremmo pagare 1200 euro di multa. Strano paese l’Italia. Intanto comunichiamo col gruppo in avanscoperta, quello dalle mani sudate, per capire dove sono e come sono messi. Ogni sms certifica il fatto che tutto sta andando bene e che ci stanno mettendo una vita per arrivare allo stadio. Finalmente in zona Fermo riceviamo quello che più ci interessa. Sono arrivati senza sorprese, con le indicazioni precise della strada da seguire per l’arena dello spettacolo. L’adrenalina sale sempre di più e alle 20.10 paghiamo regolarmente il pedaggio al casello di San Benedetto e ci apprestiamo a scendere verso il mare su una superstrada che non ci offre nessun genere di impedimento. Parcheggiamo senza fatica nel settore ospiti e subito mi rendo conto che siamo più dei 140 descritti dagli articoli degli pseudo giornali locali. L’ambiente è carico, la festa sta per cominciare. Di lato si ferma un’altra macchinata di amici di CIB, e insieme ci avviamo verso l’ingresso convinto che, come al solito, le fdo saranno stressanti e invadenti. Invece scopro con una certa compiacenza come il servizio d’ordine può essere presente, ma non invasivo. Come gli Stewart possono sorridere e non ringhiare. Come le bandiere, le sciarpe e gli stendardi possono essere visti come colore e partecipazione, non come un’arma. Quando l’intelligenza prende il sopravvento sulla prepotenza è sempre un piacere. All’improvviso mi viene da pensare: ma se qui a San Benedetto del Tronto, nonostante la partita a rischio, c’è tolleranza verso l’ultras e verso il tifoso perché non ci deve essere anche a Cesena, a Ravenna o a Rimini? Mi chiedo anche perché certi episodi non vengono evitati, invece di creare inutili tensioni. Mi rispondo da solo avvicinandomi all'ingresso e dopo un tranquillo controllo entro in questo stadio dopo 21 anni. Ho in tasca ancora l’accendino. Una novità quest’anno. Mi perdo nei saluti per una decina di minuti. Questa volta gli ultras sono tutti dentro. Bene. Attacchiamo la bandiera della Romagna giusto in tempo per il fischio d’inizio.

La partita.
UDT
VIDEO

Risalendo verso casa perdo tre dei compagni di viaggio prima di Ancona. L’autista resta vigile e attento, sostenuto dai due sopravvissuti. Sono completamente afono. Credo di avere dato il mio apporto fino in fondo, anche se alla fine non è servito per vincere la partita. Mi rimbalzano davanti le numerose palle gol divorate dai nostri, contro una squadra a dir molto mediocre. Era una partita da vincere, ma non siamo stati molto fortunati. Sembra che quella sfiga che ci ha accompagnato tutto lo scorso campionato si manifesti con un colpo di coda che non finisce mai. Qualche bestemmia verso un camionista indisciplinato rompe la monotonia del viaggio. La Pulce d’Acqua è stata l’ultimo barlume di gogliardia prima del collasso generale. Sono comunque soddisfatto. Un buon cesena, anche se poco cinico. Un’ottima Curva Mare formato export. Gran tifo e gran partecipazione. Soprattutto la riedizione di un coro storico ha illuminato la serata. Una trasferta speciale sotto tutti gli aspetti. Mi aspettavo un po’ di più da sambini. Il gruppo c’è e si vede, ma la cornice non è più quella di una volta, forse anche loro vittime del calcio moderno e delle diffide. Mi aspettavo, comunque, qualcosa di più da loro. Sono un po’ deluso. Si rompe il meccanismo automatico di un finestrino posteriore, e l’aria fresca ci farà compagnia fino a casa. Passando da Rimini rivaluto l’equazione del prepartita in seduta stante. Non sono i riminesi ad essere ‘gratificati’ da questo gemellaggio. Anzi. Diciamo che almeno se la giocano alla pari, per quello che ho potuto constatare di persona. Intanto il nostro autista si macina tutti i km che ci separano da casa. Alla fine abbiamo fatto solo una sosta anche al ritorno. Svegliamo il primo a sbarcare con estrema difficoltà, e ci avviamo con calma verso la Norma. Mi aspetta un viaggetto verso Borello per portare a casa uno degli amici che ha diviso con me questa serata davvero piacevole e intensa. I primi acciacchi cominciano a farsi sentire e so che domani sarà dura e dolorosa. Non ho più 14 anni. Da un pezzo. Ma non è un problema: il Borghetti mi aiuta. Mi arrivano le ultime notizie dagli avanguardisti. Sono tutti a casa. Ore 1.35.

Il treno si ferma.
Fuori dalla stazione c’è il delirio. Centinaia di persone stanno aspettando amici e parenti per andarli a festeggiare. Come soldati in ritorno da una battaglia vinta. Dei miei soldati, invece, nessuna notizia. Passerò qui diverse ore prima di rivederli. Stavolta non mi pesa. Sono tre ore che cantiamo, e credo che andremo avanti tutta notte. Non c’è fretta. E’ come un banchetto di nozze.

 

Jailbreak.

Dedicata ai compagni di viaggio