Rubriche - La Nostra Romagna

Sono state raccolte in passato 80mila firme per l’autonomia romagnola, con ripetuti segnali e contatti col Parlamento e con la stessa Commissione bicamerale. Si stanno raccogliendo molte altre migliaia di firme perché ritorni in Consiglio Regionale la proposta, assurdamente bocciata da una maggioranza divisa e settaria, di riconoscere i confini romagnoli all’interno dell’attuale territorio emiliano-romagnolo.

Imola si dimostra sempre più ostile all’ipotesi di inglobamento, e di perdita di autonomia, nelle città metropolitana bolognese che il Consiglio Regionale ha riproposto in questi giorni, mentre Marradi e la vallata del fiume Marecchia hanno iniziato a muoversi con l’obiettivo di riaggregarsi al territorio romagnolo e segnali dello stesso tipo giungono, addirittura da una notevole parte del Pesarese. Cosicché la grande stampa, in genere assai poco generosa nei nostri confronti, non ha potuto non dare atto di tutto questo .

C’è dunque movimento in Romagna, ciò che non può non farci piacere e ripagarci delle molte fatiche (e mortificazioni) di questi anni (NB: ciò si riferisce a ciò che è stato fatto qualche anno fa, pertanto non è più molto attuale) .

Se l’Italia per Lamartine era, alla vigilia del Risorgimento, una sola "espressione geografica", la Romagna, dopo le generose battaglie di Aldo Spallicci e di altri all’Assemblea Costituente, non era neppure questo, pure perdurando il fortissimo senso di appartenenza della sua gente. Ed un filosofo tedesco ha ripetutamente affermato che ogni comunità, di qualsiasi dimensione, non è che "un quotidiano plebiscito delle sue popolazioni".

La Romagna, anche come denominazione, esiste da ben 13 secoli, e dispone di un cartografo di eccezione: Dante Alighieri, il quale, nella Divina Commedia, nel canto dell’Inferno in cui incontra Guido da Montefeltro, ne indica e ne commenta, una per una, tutte le principali città che la compongono, con un’esattezza ed attualità sconcertanti. E siamo a 700 anni fa. L’epoca nella quale, in aggiunta, diversi geografi dichiaravano ufficialmente che in Italia esistevano quattro territori omogenei inconfondibili: la Sicilia, la Sardegna, la Lombardia e la Romagna.

Perché la Romagna, pure con le circoscrizioni statistiche e di decentramento successive all’unità d’Italia (che nulla hanno a che vedere con le attuali Regioni), non ebbe il riconoscimento di "entità autonoma" che meritava ? E’ presto detto: i nostri avi s’impegnarono generosamente, nell’intero periodo risorgimentale, sul versante garibaldino-mazziniano, ed il governo di Torino, espressione della monarchia sabauda vittoriosa, pose il veto alla nascita di qualsiasi struttura locale verosimilmente egemonizzata da coloro che erano considerati "sovversivi" repubblicani, attorno ai quali era, d’altra parte, facile prevedere un coagulo del repubblicanesimo italiano.

Ed è così che , attraverso Luigi Carlo Farini, nacque l’Emilia e Romagna, col dichiarato proposito di "stemperare nel moderatismo degli ex-ducati e delle ex-legazioni pontificie di Bologna e Ferrara il rivoluzionarismo dei romagnoli".

Tuttavia, nella breve stagione post-risorgimentale nella quale si ipotizzò un’Italia regionalistica (anno 1861), il nome Romagna venne prepotentemente fuori, tanto che il Ministro dell’Interno dell’epoca, il bolognese Marco Minghetti, nella proposta al Parlamento, dichiarò "difficoltà a formare una sola Regione emiliana, per cui era opportuno esaminare se conservarla unita, oppure dividerla".

E, a proposito della Romagna, ebbe nello stesso periodo ad affermare che che il territorio e le popolazioni relative avevano maggiori affinità con parte del territorio marchigiano che non con quello posto a nord, oltre la linea Sillaro-Reno.

Tutto questo rimase però pura accademia, dato che nel confronto istituzionale e politico prevalse la linea "centralistica" per cui la circoscrizione restò unita con la denominazione, appunto, di Emilia e Romagna.

L’intero discorso venne ripreso negli anni 1946-47 in sede di Assemblea Costituente, quando la dimensione emiliano-romagnola, a dimostrazione della sua eterogeneità e inconsistenza, venne investita da diverse proposte di modificazione, dando vita, nel settore, addirittura ad un record di carattere nazionale. Si ipotizzarono, infatti, una Emilia lunense distinta dall’Emilia e Romagna (le quattro province del sud regionale), una Emilia autonoma e una Romagna altrettanto autonoma, ecc.

Tutte queste proposte, come le altre riferite all’intero territorio nazionale, caddero però nel nulla, con l’approvazione dell’ordine del giorno Targetti, il quale, per ragione di indisponibilità materiale di tempo, trasferì allo Stato repubblicano l’intero impianto di decentramento monarchico, sulla cui base nacquero le attuali Regioni italiane. Si diede vita, però, anche all’art. 132, il quale indica i modi attraverso i quali giungere a nuove Regioni, o ad accorpamenti delle esistenti.

E’sulla base di tale articolo che nel 1963 il piccolo Molise (330mila abitanti, meno di un terzo dei romagnoli) si staccò degli Abruzzi, con la partecipazione convinta di tutte le forze politiche italiane, il PCI in primo luogo.

Nel 1970 però, colpo di scena: con la legge ordinaria n.352 del 25 maggio, si modificò - arbitrariamente – l’interpretazione autentica del citato art.132 della Costituzione, ciò che ha da allora bloccato l’intera situazione, ipotizzando che al referendum istitutivo di nuove Regioni partecipino anche i cittadini del territorio che resta legato alla Regione di origine, con tanti saluti per l’autodeterminazione.

Un pasticcio inverosimile. In effetti, dall’Assemblea Costituente in poi i "pasticci" non si contano. Vanno dalla trasformazione della nostra denominazione regionale da "Emilia e Romagna" ad "Emilia-Romagna", dalla nascita del Molise senza lo svolgimento del referendum popolare obbligatoriamente indicato dalla Costituzione, alle assurde conseguenze delle citata legge n. 352 anche in fatto di trasferimento di Comuni e Province da una Regione alla Regione vicina, ecc.

E, prima ancora, , la trasformazione della dizione "Romagna" in "Romagne", come se queste fossero molteplici e, magari, conflittuali fra di loro, l’esclusione dei Comuni di Marradi, Palazzuolo sul Senio e Fiorenzuola dal trasferimento del 1923 della Romagna toscana al territorio romagnolo, ecc.

Sono episodi poco noti i quali continuano, tuttavia, a pesare sulla nostra realtà complessiva, tuttavia conforta il fatto che le spinte popolari già citate vadano tutte nel senso di una ricomposizione del territorio originario e di difesa della propria "particolarità", per cui non è retorico affermare che la Romagna non dimentica se stessa, ed esercita anche in questo modo il suo "quotidiano plebiscito".

Ed è a tale Romagna che noi guardiamo con convinzione e affetto, con particolare riferimento ai valori dei quali è tradizionale portatrice. Valor parimenti utili alle "grandi patrie" Italia ed Europa.

(tratto dal testo "La Romagna, Una "Mutila" fra 3 Regioni" – Tribunato di Romagna – Società Editrice "Il Ponte Vecchio")

 

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