Rubriche - La Nostra Romagna

“Siamo qua da voi signori, canterini e suonatori, per portare la novella, che domani è la Pasquella…”. Con questi primi versi comincia il canto tipico di una tradizione che è stata rispolverata negli ultimi 15-20 anni, da quelli che vengono chiamati pasquaroli o pasqualotti.

In realtà da tempo immemorabile in alcune zone della Romagna (così come in altre, soprattutto in Italia centrale) è viva l’usanza di ‘cantare la Pasquella’: nella notte che precede l’Epifania, cioè quella tra il 5 e il 6 gennaio, gruppi di persone (i pasquaroli o pasqualotti, alcuni dei quali talvolta mascherati) si recano di casa in casa ad intonare strofe propiziatorie e di questua, di solito con l’accompagnamento di strumenti musicali. Si tratta di canti che augurano per l’anno nuovo abbondanza e felicità, chiedendo in cambio l’offerta di cibo, bevande e doni.

Un’usanza, dunque, del ciclo dell’anno, legata originariamente ad arcaici riti di fertilità e fecondità e al culto dei morti (gli Antenati, nella religiosità precristiana, erano sovente considerati i nomi tutelari della famiglia e della comunità).
A queste derivazioni si sono poi in parte sovrapposti simboli e contenuti portati dal Cristianesimo, che colloca al 6 gennaio la ricorrenza liturgia dell’Epifania, così che accanto alle strofe profane sono apparse quelle sacre, e alle maschere rappresentanti la Befana si sono affiancate quelle raffiguranti i Re Magi.
Anch’io prendo parte a questa tradizione, è da un decennio che lo faccio con i Pasquaroli di Torre del Moro (i Pasquarùl d’la Tòra de Mòr), un evento che per 3 giorni all’anno (occorre spalmare su più giorni, le richieste sono sempre tante) mi fa dimenticare le fatiche e le ansie di tutti i giorni.

Abbigliamento standard del pasquarolo: camicia a scacchi rossi e neri, oppure blu scuri, pantaloni dello stesso colore e scarpe che non contrastino troppo con il resto. Si indossa poi il mantello adatto alla situazione, chiamato capparella (sempre nera o blu scura) con annodato al collo un fazzolettone rosso. Per finire in testa il cappello con una striscia rossa legata attorno. Ovviamente da gruppo a gruppo vi possono essere delle varianti nell’abbigliamento.

L’usanza è quella di andare nelle famiglie a intonare questo canto tipico, poi ciascun gruppo una volta entrato in casa organizza quello che è il suo spettacolo, ad esempio il mio gruppo volendo rimanere legato alla tradizione si è sempre limitato a fare altri canti tipici della nostra terra (l’inno Romagna Mia, Romagna e Sangiovese, Un bès in bicicletta ), oltre che lasciare un piccolo ricordo che testimoniasse il nostro passaggio presso quella casa. Non disponiamo dei tre re magi ma in compenso abbiamo una befana al quanto spregiudicata che balla con i vari ospiti del padrone di casa e distribuisce caramelle ai bambini. Il tutto in cambio di una simbolica offerta, che può essere anche economica, ma più sentita è quella che ci si aspetta dal padrone in termini di bagordi mangerecci, una abbuffata che dura per tutta la sera.
Poi non è raro imbattersi, nel giorno dell’Epifania, nei vari gruppi di pasquaroli che s’incontrano tra di loro in raduni appositi dove si esibiscono per tutta la gente, e non solo per chi li chiama.

Quello della Pasquella è un continuo peregrinare di casa in casa ad augurare i migliori auspici che è molto diffuso soprattutto nelle vallate del Forlivese e del Cesenate, ma anche verso il mare in direzione del forese ravennate; una tradizione di valenza laico-cristiana che rischiava di perdersi nel tempo, e che necessita secondo me di tramandarsi nel tempo, perché rappresenti un punto fisso di incontro con la gente, un piccolo gesto di gioia che porti calore in un periodo questo purtroppo, di freddo non solo climatico.

 

- MONARKA -