Rubriche - La Nostra Romagna

  Sin da piccolo ho avuto una grande fortuna, ed è quella di avere sempre sentito parlare il dialetto romagnolo;  tra i miei genitori, dai vicini di casa, dalla gente di una certa età che abita nella mia zona, nella prima campagna a ridosso della città.

Ora, purtroppo, anche nelle campagne non si parla oramai più la nostra lingua tradizionale, pare quasi che i romagnoli se ne vergognino, considerandola mezzo espressivo di un ceto sociale cui nessuno vorrebbe appartenere; “la lengua” cioè, “di puret” (ovvero la lingua dei poveri).

Io invece non me ne vergogno assolutamente, semmai al contrario ne vado fiero.

Forse non sanno che essa, per la complessità della sua formazione cui fanno da base substrati celtici, neolatini e greci, è stata ed è oggetto di studi di illustri glottologi anche stranieri, senza omettere poi tutti quegli autori dialettali che hanno saputo fare di questa lingua della poesia, satirica, di colore, intimista, a volte un po’ di maniera, ma comunque, quasi sempre, vera poesia.

Il dialetto della Romagna costituisce col lombardo e il piemontese uno dei tre gruppi principali degli idiomi celto-gallici dell’Italia superiore, e basta il suono nasale delle vocali e l’accento tronco per indicare un origine affine a quello dell’idioma francese. A misura che da nord c’inoltriamo verso il sud il dialetto diventa più ruvido ed aspro, ma nello stesso tempo più conciso e vibrato, caratteri speciali del dialetto romagnolo.

Come tutti i dialetti, esso si compone, di modi e voci antiche e moderne, che riflettono le varie dominazioni, che hanno avuto luogo nella contrada, cominciando dai Celti delle palafitte e terminando con gli Austriaci, i quali ultimi però v’hanno lasciato pochissime tracce.

Naturalmente possiede vocaboli comuni a quelli dei popoli confinanti, coi quali è stato ed è più in relazione, ma per lo più tali vocaboli han subito la trasformazione locale, che anch’essa segue la legge delle trasformazioni continue dei dialetti, rese più rapide in questi tempi dalla facilità delle comunicazioni.

Se si continua ad andare avanti di questo passo, con l’avvento delle nuove generazioni, il nostro dialetto è destinato a scomparire, e questo sarebbe un grande peccato, perché significherebbe l’estinzione di una cultura popolare marcata.

A pretesto di coloro che non tengono alla conservazione del nostro dialetto è il fatto che in un mondo sempre più globalizzato è determinante soltanto l’uso della lingua inglese.

A parte che l’apprendimento dell’inglese è una necessità evidente, e che comunque non esclude tutto il resto, la contraddizione nasce dal fatto che certe affermazioni provengano proprio da coloro che si dichiarano NOglobal, e si dicono contrari alle omogeinizzazioni culturali. Sarebbe quindi più opportuno da parte loro un po’ più di coerenza.

A dispetto di certi presunti NOglobal bisogna dire che l’attuale consiglio regionale cosi senza fare troppo rumore, con il nuovo Statuto Regionale da approvare continua a omettere la distinzione tra Emilia e Romagna, amalgando forzatamente questi due territori con esigenze molto diverse al fine di non dovere poi tutelare entrambi, non riconoscendo innanzitutto i relativi territori.

Il problema nasce dal fatto che esiste in certi politici la volontà subdola di eliminare un’identità forte, mediante l’addormentamento delle coscienze e il lavaggio sistematico dei cervelli.

Potrete non essere d’accordo con me ma purtroppo la realtà è questa, per riuscire ad ammetterlo basterebbe non essere schiavo dei diktat di partito, e pensare con la propria testa affinché si riescano a vedere le cose in maniera obiettiva.

Mi congedo infine proponendo un’interessante lettura, trattasi di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, testo che invita a riflettere del quale esiste anche una valida versione cinematografica del 1966 diretta da François Truffaut.
E perché no, magari qualcuno potrebbe anche avventurarsi nella lettura di qualche testo dialettale; per primo mi sento di consigliare qualche poesia di Aldo Spallicci, cantore della Romagna, nonché Senatore della Repubblica e convinto sostenitore dell’autonomia romagnola.

 

- MONARKA -