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Il punto di due punti

 

C'è gente che considera il calcio una questione di vita o di morte. A me questo atteggiamento non piace. Il calcio è una cosa molto più seria.
Bill Shankly

C'è gente che considera il calcio una questione di vita o di morte. A me questo atteggiamento non piace. Il calcio è una cosa molto più seria.

 Bill Shankly

 Il titolo di questa rubrica settimanale, Il Punto di Due Punti, non vuol dire nulla: è solo un’assonanza con il titolo una raccolta di racconti in napoletano del 1600, Lo Cunto de li’ Cunti di Giambattista Basile, poeta, novelliere, soldato al servizio della Repubblica di Venezia. Chi arriverà in fondo al pezzo, potrà leggere una citazione pescata dalla letteratura universale, preferibilmente volgare, murale, erotica o aneddottica. Infine, la firma cambierà spesso, a seconda dell’argomento trattato o del caso.

Corrado Benedetti Day

Rubriche - Il punto di due punti

CORRADO BENEDETTI DAY 27/03/02
Il ritorno da avversario di Corrado Benedetti, pompato sui giornali come se si trattasse del ritorno di Ulisse a Itaca, o piuttosto di un Ritorno al Futuro, non lasciava presagire nulla di buono per il Cesena. La fantasia popolare, solleticata come sempre dall’eventualità di manovre oscure, alla vigilia di Cesena-Pisa si è sbizzarrita al riguardo: Lugaresi a Benedetti gli regala un punto, si sono già messi d’accordo, e via congetturando. Sospetti che al termine della gara si sono trasformati in certezze, dividendo il pubblico del Manuzzi in due principali fazioni: i venali e i romantici. I primi, a parlare di partita venduta; i secondi, più inclini a considerare la benevolenza di Zio Edmeo e a buttarla sul valore del vincolo famigliare, forti del fatto che per il presidente Corrado è come un figlio.
Una terza corrente di pensiero giustifica invece la sconfitta del Cesena in chiave tecnico-tattica. I colloqui di Benedetti con i giocatori bianconeri a inizio stagione, volti a sondare caratteristiche e preferenze di modulo, se non hanno sortito l’effetto sperato, cioè una congiura contro De Vecchi, hanno comunque offerto al mister di San Vittore le chiavi per battere il Cesena. Solo così si spiega il fatto che il Pisa si sia preso la bellezza di sei punti su sei nei confronti diretti.
Infine c’è chi pensa che il Cesena domenica abbia perso solo perché ha giocato male, che Cesena-Pisa è stata una partita come tante altre viste al Manuzzi, e che se è capitato a Benedetti di batterci in casa, è stato per caso, o che magari il suo Pisa ha approfittato del fatto che i bianconeri, reduci da alcuni risultati favorevoli, si erano convinti che l’ingresso ai playoff fosse ormai una formalità.
Comunque sia andata, domenica si è celebrato il Benedetti Day, senz’altro pregustato dal mister, vista la sua calcolata esibizione a fine gara. Il misurato Corrado, in mezo al campo, si era mai cimentato in un’esultanza così teatrale? Lo si era mai visto saltare come una cavalletta in grembo a Gadda o Agostini, scortare i giocatori in tuffo sotto la curva (in questo caso, la stessa che ha mandato a quel paese quella del Cesena per novanta minuti), e sotto la curva caricare i tifosi fin quasi a strapparsi il giubbotto di dosso? Una buccia di banana sulla pista di atletica, un urto contro un cartello pubblicitario, e il Benedetti non avrebbe avuto nulla da invidiare al Malesani di Verona-Chievo 4-3. Ma se nel caso di Malesani, quel gesto fu dovuto a una frustrazione covata per settimane e alla personalità un po’ infantile ed egocentrica di un ottimo allenatore, nel caso di Benedetti, si è trattato di un segnale alla tribuna e alla piazza: guardate qua gente, ecco un allenatore con le palle; notate prego che razza di feeling con i giocatori e i tifosi, e ricordatevi di queste scene prima di scegliere il prossimo allenatore giusto per il Cesena. Un’esibizione, a dire la verità, poco apprezzata dai tifosi bianconeri, i quali, con gli zebedei già girati di loro, hanno riservato a Corrado una bordata di fischi.
A proposito dell’allenatore giusto per il Cesena, dalla tribuna domenica pomeriggio si avvertivano insoliti spifferi. Il pensiero più intimo di Edmeo Lugaresi è come si sa imponderabile, almeno quanto lo è quello di ogni femmina di cui siamo o siamo stati segretamente invaghiti; ma chi osserva da anni il patron, sa far tesoro dei suoi gesti e disegnare, sulla base di quelli, scenari futuri. Quando un allenatore comincia a essere un po’ meno giusto, per esempio, il presidente abbandona la tribuna in fretta e più scuro in volto del solito; se poi il presidente comincia a lasciarsi andare pubblicamente a rilievi tecnici, ad appunti critici, o a lamentarsi perché il tal giocatore non ha giocato o il tal altro è stato tolto dal campo, allora il didietro del mister comincia a scottare. E le malauguranti lamentazioni del presidente hanno già preso corpo sulle pagine dei giornali. In bocca al lupo, Agatino, e di’ ai ragazzi di darci dentro sabato prossimo.
Con questa rubrica, che avrà cadenza settimanale, ci auguriamo di arricchire un sito già bello di suo. Il titolo, Il Punto di Due Punti, non vuol dire nulla: è solo un’assonanza con il titolo una raccolta di racconti in napoletano del 1600, Lo Cunto de li’ Cunti di Giambattista Basile, poeta, novelliere, soldato al servizio della Repubblica di Venezia. Chi arriverà in fondo al pezzo, potrà leggere una citazione pescata dalla letteratura universale, preferibilmente volgare, murale, erotica o aneddottica. Infine, la firma cambierà spesso, a seconda dell’argomento trattato o del caso.
Càpitan Sensibòl
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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“Avanti ragazzi, ci sono indiani per tutti.”
(Le ultime parole del generale Custer)
S. Sieni, QN, 5/3/2002

Il ritorno da avversario di Corrado Benedetti, pompato sui giornali come se si trattasse del ritorno di Ulisse a Itaca, o piuttosto di un Ritorno al Futuro, non lasciava presagire nulla di buono per il Cesena. La fantasia popolare, solleticata come sempre dall’eventualità di manovre oscure, alla vigilia di Cesena-Pisa si è sbizzarrita al riguardo: Lugaresi a Benedetti gli regala un punto, si sono già messi d’accordo, e via congetturando. Sospetti che al termine della gara si sono trasformati in certezze, dividendo il pubblico del Manuzzi in due principali fazioni: i venali e i romantici. I primi, a parlare di partita venduta; i secondi, più inclini a considerare la benevolenza di Zio Edmeo e a buttarla sul valore del vincolo famigliare, forti del fatto che per il presidente Corrado è come un figlio.

 

Una terza corrente di pensiero giustifica invece la sconfitta del Cesena in chiave tecnico-tattica. I colloqui di Benedetti con i giocatori bianconeri a inizio stagione, volti a sondare caratteristiche e preferenze di modulo, se non hanno sortito l’effetto sperato, cioè una congiura contro De Vecchi, hanno comunque offerto al mister di San Vittore le chiavi per battere il Cesena. Solo così si spiega il fatto che il Pisa si sia preso la bellezza di sei punti su sei nei confronti diretti.

 

Infine c’è chi pensa che il Cesena domenica abbia perso solo perché ha giocato male, che Cesena-Pisa è stata una partita come tante altre viste al Manuzzi, e che se è capitato a Benedetti di batterci in casa, è stato per caso, o che magari il suo Pisa ha approfittato del fatto che i bianconeri, reduci da alcuni risultati favorevoli, si erano convinti che l’ingresso ai playoff fosse ormai una formalità.

 

Comunque sia andata, domenica si è celebrato il Benedetti Day, senz’altro pregustato dal mister, vista la sua calcolata esibizione a fine gara. Il misurato Corrado, in mezo al campo, si era mai cimentato in un’esultanza così teatrale? Lo si era mai visto saltare come una cavalletta in grembo a Gadda o Agostini, scortare i giocatori in tuffo sotto la curva (in questo caso, la stessa che ha mandato a quel paese quella del Cesena per novanta minuti), e sotto la curva caricare i tifosi fin quasi a strapparsi il giubbotto di dosso? Una buccia di banana sulla pista di atletica, un urto contro un cartello pubblicitario, e il Benedetti non avrebbe avuto nulla da invidiare al Malesani di Verona-Chievo 4-3. Ma se nel caso di Malesani, quel gesto fu dovuto a una frustrazione covata per settimane e alla personalità un po’ infantile ed egocentrica di un ottimo allenatore, nel caso di Benedetti, si è trattato di un segnale alla tribuna e alla piazza: guardate qua gente, ecco un allenatore con le palle; notate prego che razza di feeling con i giocatori e i tifosi, e ricordatevi di queste scene prima di scegliere il prossimo allenatore giusto per il Cesena. Un’esibizione, a dire la verità, poco apprezzata dai tifosi bianconeri, i quali, con gli zebedei già girati di loro, hanno riservato a Corrado una bordata di fischi.

 

A proposito dell’allenatore giusto per il Cesena, dalla tribuna domenica pomeriggio si avvertivano insoliti spifferi. Il pensiero più intimo di Edmeo Lugaresi è come si sa imponderabile, almeno quanto lo è quello di ogni femmina di cui siamo o siamo stati segretamente invaghiti; ma chi osserva da anni il patron, sa far tesoro dei suoi gesti e disegnare, sulla base di quelli, scenari futuri. Quando un allenatore comincia a essere un po’ meno giusto, per esempio, il presidente abbandona la tribuna in fretta e più scuro in volto del solito; se poi il presidente comincia a lasciarsi andare pubblicamente a rilievi tecnici, ad appunti critici, o a lamentarsi perché il tal giocatore non ha giocato o il tal altro è stato tolto dal campo, allora il didietro del mister comincia a scottare. E le malauguranti lamentazioni del presidente hanno già preso corpo sulle pagine dei giornali. In bocca al lupo, Agatino, e di’ ai ragazzi di darci dentro sabato prossimo.

 

Con questa rubrica, che avrà cadenza settimanale, ci auguriamo di arricchire un sito già bello di suo. Il titolo, Il Punto di Due Punti, non vuol dire nulla: è solo un’assonanza con il titolo una raccolta di racconti in napoletano del 1600, Lo Cunto de li’ Cunti di Giambattista Basile, poeta, novelliere, soldato al servizio della Repubblica di Venezia. Chi arriverà in fondo al pezzo, potrà leggere una citazione pescata dalla letteratura universale, preferibilmente volgare, murale, erotica o aneddottica. Infine, la firma cambierà spesso, a seconda dell’argomento trattato o del caso.

 

 

 

Càpitan Sensibòl 27/03/02

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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“Avanti ragazzi, ci sono indiani per tutti.”


(Le ultime parole del generale Custer)


S. Sieni, QN, 5/3/2002

 

Diavolina d'un Lugaresi

Rubriche - Il punto di due punti

DIAVOLINA D'UN LUGARESI 03/04/02
Diavolina d’un Edmeo Lugaresi.
Per chi nell’epoca del forno a microonde fosse poco avvezzo a camini, caminetti, stufe a legna o barbecue, la diavolina è un prodotto che facilita l’accensione del falò. Oggi in commercio se ne trovano varianti ecologiche, nella forma di tavolette di legno pressato e cera rivestite con una carta speciale. Collocate sotto il combustibile (legna, carbone, carbonella, pellets, allenatori, figli, nipoti, tifosi) le tavolette di diavolina garantiscono una fiammella vivace e duratura, e dai e dai, infine un bel fuoco si esibirà per il nostro calore. Nel camino, dove prima c’era del combustibile (legna, carbone, carbonella, pellets, allenatori, figli, nipoti, tifosi), presto ci sarà solo cenere. Tutto bruciato, grazie al lavoro paziente, continuo, monotono, da sotto, della diavolina accendifuoco.
Diavolina d’un Edmeo Lugaresi, dunque. Già, perché quel tavolone di legno pressato a cera del presidente, con il suo lavoro continuo, monotono, da sotto, di combustibile ne brucia. Perfino un robusto ciocco di legno fresco, non stagionato, qual'è il cuttone (fam. delle adattatifere, nasce spontaneo al sud, importato al nord), dai e dai si disidrata e anch’esso prima o poi verrà ridotto in cenere. Si confidi, bioetica permettendo, negli OGM: dopo i pomodori grandi come cocomeri, le noci prive di guscio e di lisca, chissà che la scienza genetica non ci consegni un tipo di legno che non brucia al fuoco. Scoperta che segnerebbe per il Cesena l’inizio della programmazione.
Un combustibile più resistente di altri, un tempo, era il direttore sportivo: prova ne fu Cera, che, nonostante il cognome, si autosciolse al fuoco solo quando lo decise lui. Con Totò De Falco il Cesena ha guadagnato in dinamismo e operosità, ha perso in conoscenze e autorevolezza. Il Cavaliere è stato sostituito dal Ragazzo. Ma soprattutto, De Falco forse sarà il primo DS a cui si applica le legge della diavolina accendifuoco, per la gioia di chi, come la redazione del periodico Cesena Cesena, organo del Centro coordinamento club, individua in Totò il responsabile degli ultimi fallimenti del Cesena. Se De Falco verrà ridotto in cenere, e se il prossimo DS resisterà più di due anni, allora daremo ragione ai redattori di Cesena Cesena. Se così non sarà, dovremo dedurre che Totò fu un legnetto come un altro bruciato nel camino.
Diavolina d’un Edmeo Lugaresi.
Due punti-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"Edmeo Lugaresi brucia gli allenatori come un piromane ossessionato dai nani brucia le tappe."
Càpitan Sènsibol
“Dicono che tutte le belle donne hanno il sedere grosso. Ah, io amo le donne tettone, mi piace l’odore che hanno.” Detto ciò egli cominciò ad aumentare di statura e giunto al soffitto si dissolse in mille piccole sfere.
Daniil Charms, Casi
"Bin Ladè, nun te scurdà 'e Ferlaino."
Scritta apparsa su un muro del Vomero, Napoli, all’indomani della guerra totale all’occidente minacciata da Bin Laden

Diavolina d’un Edmeo Lugaresi.

 

Per chi nell’epoca del forno a microonde fosse poco avvezzo a camini, caminetti, stufe a legna o barbecue, la diavolina è un prodotto che facilita l’accensione del falò. Oggi in commercio se ne trovano varianti ecologiche, nella forma di tavolette di legno pressato e cera rivestite con una carta speciale. Collocate sotto il combustibile (legna, carbone, carbonella, pellets, allenatori, figli, nipoti, tifosi) le tavolette di diavolina garantiscono una fiammella vivace e duratura, e dai e dai, infine un bel fuoco si esibirà per il nostro calore. Nel camino, dove prima c’era del combustibile (legna, carbone, carbonella, pellets, allenatori, figli, nipoti, tifosi), presto ci sarà solo cenere. Tutto bruciato, grazie al lavoro paziente, continuo, monotono, da sotto, della diavolina accendifuoco.

 

Diavolina d’un Edmeo Lugaresi, dunque. Già, perché quel tavolone di legno pressato a cera del presidente, con il suo lavoro continuo, monotono, da sotto, di combustibile ne brucia. Perfino un robusto ciocco di legno fresco, non stagionato, qual'è il cuttone (fam. delle adattatifere, nasce spontaneo al sud, importato al nord), dai e dai si disidrata e anch’esso prima o poi verrà ridotto in cenere. Si confidi, bioetica permettendo, negli OGM: dopo i pomodori grandi come cocomeri, le noci prive di guscio e di lisca, chissà che la scienza genetica non ci consegni un tipo di legno che non brucia al fuoco. Scoperta che segnerebbe per il Cesena l’inizio della programmazione.

 

Un combustibile più resistente di altri, un tempo, era il direttore sportivo: prova ne fu Cera, che, nonostante il cognome, si autosciolse al fuoco solo quando lo decise lui. Con Totò De Falco il Cesena ha guadagnato in dinamismo e operosità, ha perso in conoscenze e autorevolezza. Il Cavaliere è stato sostituito dal Ragazzo. Ma soprattutto, De Falco forse sarà il primo DS a cui si applica le legge della diavolina accendifuoco, per la gioia di chi, come la redazione del periodico Cesena Cesena, organo del Centro coordinamento club, individua in Totò il responsabile degli ultimi fallimenti del Cesena. Se De Falco verrà ridotto in cenere, e se il prossimo DS resisterà più di due anni, allora daremo ragione ai redattori di Cesena Cesena. Se così non sarà, dovremo dedurre che Totò fu un legnetto come un altro bruciato nel camino.

 

Diavolina d’un Edmeo Lugaresi.

 

 

 

Due punti-cesenainbolgia 03/04/02

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"Edmeo Lugaresi brucia gli allenatori come un piromane ossessionato dai nani brucia le tappe."


Càpitan Sènsibol



“Dicono che tutte le belle donne hanno il sedere grosso. Ah, io amo le donne tettone, mi piace l’odore che hanno.” Detto ciò egli cominciò ad aumentare di statura e giunto al soffitto si dissolse in mille piccole sfere.


Daniil Charms, Casi



"Bin Ladè, nun te scurdà 'e Ferlaino."


Scritta apparsa su un muro del Vomero, Napoli, all’indomani della guerra totale all’occidente minacciata da Bin Laden

 

No, con te non ci gioco

Rubriche - Il punto di due punti

NO, CON TE NON CI GIOCO 09/04/02
Tra addetti ai lavori e tifosi del Dino Manuzzi ogni tanto ricorre una frase: “E’ meglio giocar male e vincere”; oppure: “Pazienza se giochiamo male, l’importante sono i tre punti”. E’ vero che il piacere di leggere la nuova classifica dopo un balzo in avanti può preferirsi a una prestazione brillante nel gioco ma non gratificata dal risultato. Il fatto è che nel caso del Cesena gli addetti ai lavori e i tifosi non sono posti di fronte a un’alternativa: assuefatti al brutto calcio della squadra, simili considerazioni sono tenere furbizie per evitare di commiserarsi, patetici eppur comprensibili espedienti per elevare a regola un’eccezione, quella che impone di negare un rapporto di causalità necessaria fra bel gioco e successo. In altre parole, si afferma che “è meglio giocar male e vincere” per alleviare il peso di una croce sulle spalle che si chiama non-gioco.
Non fu sempre così, ma lo è da tempo. All’epoca del campionato che portò Cesena e Padova allo spareggio per la promozione in A, per esempio, lo era già. Il lunedì successivo a un Ravenna-Cesena 1-2 che ci proiettò ai vertici della classifica, nella puntata di "A tutta B"  si cercò di far luce su quella che al conduttore Vasino e al commentatore Brighenti appariva una stranezza: come poteva una squadra incapace di esprimere gioco essere seconda in classifica dietro la Fiorentina? L’ospite della puntata, il difensore Stefano Torrisi, non fu affatto politically correct nel giudizio: “Da bolognese e da ex ravennate non posso che parlare male del Cesena, è una squadra che non sa giocare, vince solo perché ha Hubner”. Ciò che seccava, era riconoscere che Torrisi aveva ragione: il Cesena già allora si distingueva per il fatto di giocare male.
Questa caratteristica del Cesena regala a chi coltiva un pizzico di sense of humour puntuali ricorrenze: per esempio, non accade mai che gli allenatori di squadre avversarie riconoscano la superiorità del Cesena; anzi capita spesso di sentir costoro gridare allo scandalo per una partita dominata eppure persa o pareggiata (il fatto buffo è, appunto, il puntuale ripetersi di tali presunte ingiustizie). Specie in trasferta, se volessimo indicare una partita vinta con merito in anni di calcio, dovremmo riandare al Cesena di Cavasin e alla vittoria al Delle Alpi sul Torino per 2-1. Per il resto le trasferte bianconere coronate dal successo, comprese le più recenti, si sono consumate tra sofferenze tremende, spingendo gli allenatori, i giornalisti, i tifosi avversari, anche i più ligi cristiani, a imprecare contro Chi tutto determina.
Chi scrive è convinto che il blasone garantisca a una squadra un extra di punti rispetto quelli meritati sul campo, e che le retrocessioni in C1 furono dovute anche al fatto che gli extra in B erano stati via via dissipati in anni di brutto gioco. Infine si chiede se e quando, anche in C1, il Cesena non potrà più contare su alcun blasone. Ora, qui non volevo spiegare perché il Cesena sia condannato a giocare male (mi limito a suggerire però che ciò non si deve a malocchi o fatture, né a congiunzioni astrali sfavorevoli, e che la stessa questione dell’allenatore giusto o sbagliato è marginale). Qui volevo solo smascherare il consolatorio autoinganno di chi afferma: “E’ meglio giocar male e vincere”. Giocar male e vincere è perfino auspicabile finché si tratta di quello che è, cioè di un’eccezione. Se si gioca male per settimane, per mesi, per anni, si viene secondo giustizia puniti. E le punizioni inflitte al Cesena negli ultimi anni, se ce ne fosse bisogno, ne sono la prova.
Và pensiero-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"Se il calcio fosse solo puro e semplice gioco, cioè solo puro e semplice divertimento, allora con il Cesena non ci vorrebbe giocare nessuno."
Càpitan Sènsibol
"E così il bambino, crescendo, non rinuncia ad altro che al collegamento con le cose reali: invece di giocare, egli ora fantastica."
Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia (1908)
"Te pijo pell’orecchie e t’arzo come 'a coppa uefa."
Minaccia espressa in romanesco

Tra addetti ai lavori e tifosi del Dino Manuzzi ogni tanto ricorre una frase: “E’ meglio giocar male e vincere”; oppure: “Pazienza se giochiamo male, l’importante sono i tre punti”. E’ vero che il piacere di leggere la nuova classifica dopo un balzo in avanti può preferirsi a una prestazione brillante nel gioco ma non gratificata dal risultato. Il fatto è che nel caso del Cesena gli addetti ai lavori e i tifosi non sono posti di fronte a un’alternativa: assuefatti al brutto calcio della squadra, simili considerazioni sono tenere furbizie per evitare di commiserarsi, patetici eppur comprensibili espedienti per elevare a regola un’eccezione, quella che impone di negare un rapporto di causalità necessaria fra bel gioco e successo. In altre parole, si afferma che “è meglio giocar male e vincere” per alleviare il peso di una croce sulle spalle che si chiama non-gioco.

 

Non fu sempre così, ma lo è da tempo. All’epoca del campionato che portò Cesena e Padova allo spareggio per la promozione in A, per esempio, lo era già. Il lunedì successivo a un Ravenna-Cesena 1-2 che ci proiettò ai vertici della classifica, nella puntata di "A tutta B"  si cercò di far luce su quella che al conduttore Vasino e al commentatore Brighenti appariva una stranezza: come poteva una squadra incapace di esprimere gioco essere seconda in classifica dietro la Fiorentina? L’ospite della puntata, il difensore Stefano Torrisi, non fu affatto politically correct nel giudizio: “Da bolognese e da ex ravennate non posso che parlare male del Cesena, è una squadra che non sa giocare, vince solo perché ha Hubner”. Ciò che seccava, era riconoscere che Torrisi aveva ragione: il Cesena già allora si distingueva per il fatto di giocare male.

 

Questa caratteristica del Cesena regala a chi coltiva un pizzico di sense of humour puntuali ricorrenze: per esempio, non accade mai che gli allenatori di squadre avversarie riconoscano la superiorità del Cesena; anzi capita spesso di sentir costoro gridare allo scandalo per una partita dominata eppure persa o pareggiata (il fatto buffo è, appunto, il puntuale ripetersi di tali presunte ingiustizie). Specie in trasferta, se volessimo indicare una partita vinta con merito in anni di calcio, dovremmo riandare al Cesena di Cavasin e alla vittoria al Delle Alpi sul Torino per 2-1. Per il resto le trasferte bianconere coronate dal successo, comprese le più recenti, si sono consumate tra sofferenze tremende, spingendo gli allenatori, i giornalisti, i tifosi avversari, anche i più ligi cristiani, a imprecare contro Chi tutto determina.

 

Chi scrive è convinto che il blasone garantisca a una squadra un extra di punti rispetto quelli meritati sul campo, e che le retrocessioni in C1 furono dovute anche al fatto che gli extra in B erano stati via via dissipati in anni di brutto gioco. Infine si chiede se e quando, anche in C1, il Cesena non potrà più contare su alcun blasone. Ora, qui non volevo spiegare perché il Cesena sia condannato a giocare male (mi limito a suggerire però che ciò non si deve a malocchi o fatture, né a congiunzioni astrali sfavorevoli, e che la stessa questione dell’allenatore giusto o sbagliato è marginale). Qui volevo solo smascherare il consolatorio autoinganno di chi afferma: “E’ meglio giocar male e vincere”. Giocar male e vincere è perfino auspicabile finché si tratta di quello che è, cioè di un’eccezione. Se si gioca male per settimane, per mesi, per anni, si viene secondo giustizia puniti. E le punizioni inflitte al Cesena negli ultimi anni, se ce ne fosse bisogno, ne sono la prova.

 

 

 

Và pensiero-cesenainbolgia 09/04/02

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"Se il calcio fosse solo puro e semplice gioco, cioè solo puro e semplice divertimento, allora con il Cesena non ci vorrebbe giocare nessuno."


Càpitan Sènsibol



"E così il bambino, crescendo, non rinuncia ad altro che al collegamento con le cose reali: invece di giocare, egli ora fantastica."


Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia (1908)



"Te pijo pell’orecchie e t’arzo come 'a coppa uefa."


Minaccia espressa in romanesco

 

Il signor Meso e Meso

Rubriche - Il punto di due punti

IL SIGNOR MESO E MESO 16/04/02
Nel giro di appassionati che orbita intorno alla rivista Arte Insieme vige una tacita regola che, più che con l’etica, ha a che fare con le buone maniere: quando un pezzo ambito è in vendita, si diffonde la voce, dopodiché può aprirsi il corteggiamento al proprietario dell’opera. Fu il caso qualche anno fa di un quadro dello spagnolo Clemente Carvalho, il Cristo vendicatore, 220x155 cm., olio e collage di quarzi su legno e tela, realizzato nel 1910, del valore presunto di 10-12 milioni di lire. Il dipinto-mosaico di Carvalho riproduce la figura di un Cristo nudo ritratto di spalle, nell’atto di ridurre in macerie con un getto di luce i simboli della civiltà occidentale, dai testi dei Greci ai capolavori dell’architettura classica, gotica e rinascimentale, fino ai macchinari della moderna produzione industriale. Un’opera visionaria e blasfema di un nichilista ossessionato dalla modernità che passava con disinvoltura dall’informale al figurativo.
Appresa la notizia che il Cristo vendicatore era in vendita mi recai a Belluno dal proprietario, il signor Vanio Da Rin, un ex gallerista settantenne, per trattare l’acquisto. Il quadro, accantonato in un sottoscala come una scarpa vecchia, necessitava di una nuova cornice e di essere ristrutturato in diverse sezioni. Lo feci presente a Da Rin, il quale sin dall’inizio mi sembrò piuttosto loquace ma poco comunicativo, e soprattutto indeciso sul da farsi e restio a trattare. Senza capire perché, ebbi l’impressione di risultargli antipatico. Gli chiesi se fosse realmente intenzionato a disfarsi del quadro, al che lui rispose che sì, il Carvalho era in vendita, però gli era anche affezionato avendolo ereditato dal nonno, e voleva essere sicuro che la persona a cui l’avrebbe consegnato ne avesse riguardo. Da quel che potevo intuire, Da Rin sperava di venderlo a un suo conoscente. Provai a rassicurarlo sul genere di ristrutturazione che intendevo apportare al Carvalho e sulla sua destinazione, ma non capii bene quello che Da Rin borbottò in un dialetto tra il friulano e il veneto, né capii cosa rispose quando gli chiesi, infine, perché mi avesse fatto perdere una giornata e arrivare fin lì.
La sera stessa inviai una lettera ad Arte Insieme con il resoconto della mia esperienza con il signor Da Rin, e feci bene; le risposte che ricevetti sui numeri successivi della rivista infatti mi rassicurarono: non c’era niente di sbagliato in me, poiché come me altre persone negli ultimi tempi avevano avuto problemi nel rapportarsi al proprietario del Cristo vendicatore. Secondo un Salvatore di Milano, Da Rin aveva promesso il quadro al nipote che abitava in Svizzera; Antonio di Merate riferì che il Carvalho non era affatto in vendita, salvo aggiungere che però non ne era del tutto sicuro; un altro Antonio era convinto che Da Rin fosse schiavo delle bizze e degli umori di un figlio che giocava ai cavalli. Costoro non erano riusciti ad avviare nemmeno un abbozzo di trattativa con il proprietario del quadro, testimoniando le difficoltà incontrate nel comprenderlo e nel farsi comprendere.
Illuminante fu l’intervento di un tale Bacon F., bellunese pure lui, il quale confidò che dopo anni di caccia al Carvalho, aveva ormai desistito. Scusandosi per la sfrontatezza, Bacon F. si divertì a punzecchiarci commentando con ironia l’esito dei nostri incontri con Vanio Da Rin, e infine aggiunse che quest’ultimo era noto a Belluno come “Il Signor Mèso e Mèso”.
Il “mèso e mèso” (mezzo e mezzo) da quelle parti indica un cocktail ottenuto con grappa e altro liquore versati in un bicchiere da vino in identiche dosi, ma anche una persona che tiene i piedi in due staffe, chi non sta né di qua né di là, chi non è né bianco né nero. “Mèso e mèso” è anche colui che è posto davanti a una scelta, ma l’incertezza, il dubbio, il timore lo paralizzano, impedendogli di agire. Nel caso di Da Rin, l’espressione sottindendeva una verità che dimostra l’inadeguatezza della logica aristotelica: se era vero che Da Rin voleva vendere il quadro, era altrettanto vero che non voleva venderlo. Il Cristo vendicatore, al contempo (e a un dato momento), era in vendita, ma non lo era.
Fu con curiosità, più che con entusiasmo, che appresi a un anno circa di distanza da quei fatti che Da Rin cercava di nuovo un acquirente per il quadro del Carvalho. Arte Insieme, solerte come sempre, alla diffusione della notizia invitò un cronista a far luce sulle reali intenzioni dell’ex gallerista bellunese, il quale confermò quelle voci che ripresero a circolare fra i collezionisti. Aggiunse che il Cristo vendicatore era sempre stato in vendita. Arte Insieme chiese quindi a Da Rin come mai, l’anno prima, nonostante l’interessamento di vari ammiratori del quadro, nessuna trattativa era andata a buon fine. Da Rin, semplicemente, candidamente, rispose che nessuno gli aveva mai fatto un’offerta concreta per acquistare il Carvalho. E il bello è che, a pensarci bene, aveva ragione: nessuno di noi in effetti si era spinto a osare tanto.
Telefonai a Da Rin il pomeriggio stesso, appena letta l’intervista. Volevo presentarmi con un nome falso (mi era rimasto il dubbio di essergli effettivamente antipatico), poi il buon senso prevalse. Riconobbi subito la sua voce e i suoni biascicati che emetteva, e ciò mi riportò alla mente gli sforzi compiuti in occasione del primo incontro per afferrarne le intenzioni e gli umori. Da Rin mi invitò a Belluno a vedere il quadro (non si ricordava di me); gli spiegai che per motivi di famiglia non potevo assolutamente recarmi da lui. Mi disse che non aveva fretta, invitandomi a chiamarlo quando potevo andare a Belluno. Gli chiesi se potevo conoscere subito il prezzo del quadro. Da Rin si fece ripetere la domanda un paio di volte, quindi borbottò qualcosa di incomprensibile: mi parve di capire che aveva da fare, che doveva andare a fare la spesa, o qualcosa del genere. Era ovvio che si era spazientito. Con una certa fatica, più per scoprire qualcosa su di lui che per altro, riuscii a trattenerlo al telefono. Ma dovetti pregarlo a lungo, prima di tirargli fuori di bocca una valutazione del quadro.
Dopo dieci minuti di conversazione fra due esseri di pianeti diversi, Da Rin sparò una cifra doppia rispetto al valore di mercato del pezzo (almeno, considerate le sue attuali condizioni). Avendo del tempo da perdere, stetti al suo gioco e gli annunciai che ero disposto a pagargli la somma richiesta. Da Rin, che fino a quel momento era stato un profluvio di parole e vaneggiamenti, si bloccò di colpo, al punto che dovetti domandargli se si sentiva bene. Quindi si mise a costruire una strana storia nella quale c’entravano in qualche modo un nipote che abitava a Zurigo, un amico di questi, il figlio di sua cugina che aveva comprato del terreno, un ristrutturatore di quadri e forse altri personaggi ancora. Non riuscivo a comprendere che qualche parola qua e là di quanto diceva, ma soprattutto non riuscivo a collegare il tutto e associarlo alla faccenda del quadro. Era come mettere insieme i tasselli di venti puzzle diversi.
Approfittai di un momento di pausa (anche Da Rin doveva tirare il fiato) per riportarlo (bluffando) al nocciolo della questione: “Veniamo al dunque signor Da Rin, lei mi ha chiesto 18 milioni, io gliene do 20, il quadro me lo dà sì o no?”. Per Da Rin fu come una mazzata nei denti. Un affronto. Un’impudenza. Proprio come nella precedente occasione, posto davanti a un bivio, cominciò a delirare in veneto o in friulano, e se capivo poco prima, ora l’effetto delle sue parole era lo stesso di una musicassetta riavvolta velocemente con il play premuto. Rimasi con la cornetta incollata all’orecchio per un po’ (ero curioso di capire come poteva concludersi il tutto), poi mi stancai, l’appoggiai delicatamente sul tavolino e andai in cucina a caricare la caffettiera, che misi sul fuoco; quindi tornai al telefono, dove mi aspettava la nevrotica litania dell’ex gallerista bellunese. Provai a interromperlo un paio di volte, ma senza successo. Fu a quel punto che, in barba all’educazione, gli chiusi il telefono in faccia. Fanculo Da Rin e fanculo il Carvalho, quella era l’ultima volta che mi facevo prendere in giro dal Signor Mèso e Mèso.
Sono passati tre anni tondi da quell’ultima telefonata. Il Carvalho non mi interessa più, come non mi interessa nulla che mi appaia al momento irraggiungibile, che si tratti di Claudia Schiffer, di un attico di 160 mq. nella City di Londra, o dell’immortalità. So per certo che il Cristo vendicatore è ancora là, sempre più bisognoso di cure, nel buio sottoscala del Signor Mèso e Mèso. E che, come sempre, è in vendita.
Ora, non penso che ci sia bisogno di spiegare che cosa c’entri tutto questo con il Cesena. Se mai qualcuno in futuro chiederà perché la nostra squadra, nonostante i ripetuti fallimenti sportivi, sia rimasta fino all’ultimo nelle mani di Edmeo Lugaresi, rimandatelo a questo racconto (che sarà archiviato nella rubrica Il punto di due punti del sito cesenainbolgia, di cui raccolgo il testimone). Spiegategli che basterà rileggerlo dopo aver sostituito al nome “Da Rin” il nome “Lugaresi”, al Cristo vendicatore il Cesena, ai collezionisti d’arte gli imprenditori locali interessati a rilevare la società. E se l’analogia non dovesse essere del tutto verosimile, pazienza. D’altra parte a Cesena non c’è una rivista al servizio del lettore quale è Arte Insieme, e non ci sono collezionisti disposti a raccontare le proprie esperienze. A Cesena, però, c’è il Signor Mèso e Mèso.
Marco-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"La guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare."
Ernesto “Che” Guevara, La guerra per bande
“Toc Toc.”   “Chi è?!” “Sono la persona giusta.”   “Che cosa vuoi da me?!”   “Voglio comprare il Cesena.”   “Lasciami stare!”
Càpitan Sénsibol
"Jackson era un uomo basso, nero e grasso con le gengive rosso porpora e i denti bianchi come perle fatti per ridere. Ma Jackson non stava ridendo. Per Jackson era una storia troppo seria per ridere. Jackson aveva solo ventotto anni, ma la faccenda era così seria che sembrava più vecchio di dieci anni buoni. Cercava di parlare in tono allegro, ma aveva paura. Il sudore gli gocciolava dai capelli crespi e corti. La sua rotonda faccia nera luccicava come una palla numero otto."
Chester Himes, Rabbia ad Harlem

Nel giro di appassionati che orbita intorno alla rivista Arte Insieme vige una tacita regola che, più che con l’etica, ha a che fare con le buone maniere: quando un pezzo ambito è in vendita, si diffonde la voce, dopodiché può aprirsi il corteggiamento al proprietario dell’opera. Fu il caso qualche anno fa di un quadro dello spagnolo Clemente Carvalho, il Cristo vendicatore, 220x155 cm., olio e collage di quarzi su legno e tela, realizzato nel 1910, del valore presunto di 10-12 milioni di lire. Il dipinto-mosaico di Carvalho riproduce la figura di un Cristo nudo ritratto di spalle, nell’atto di ridurre in macerie con un getto di luce i simboli della civiltà occidentale, dai testi dei Greci ai capolavori dell’architettura classica, gotica e rinascimentale, fino ai macchinari della moderna produzione industriale. Un’opera visionaria e blasfema di un nichilista ossessionato dalla modernità che passava con disinvoltura dall’informale al figurativo.

 

Appresa la notizia che il Cristo vendicatore era in vendita mi recai a Belluno dal proprietario, il signor Vanio Da Rin, un ex gallerista settantenne, per trattare l’acquisto. Il quadro, accantonato in un sottoscala come una scarpa vecchia, necessitava di una nuova cornice e di essere ristrutturato in diverse sezioni. Lo feci presente a Da Rin, il quale sin dall’inizio mi sembrò piuttosto loquace ma poco comunicativo, e soprattutto indeciso sul da farsi e restio a trattare. Senza capire perché, ebbi l’impressione di risultargli antipatico. Gli chiesi se fosse realmente intenzionato a disfarsi del quadro, al che lui rispose che sì, il Carvalho era in vendita, però gli era anche affezionato avendolo ereditato dal nonno, e voleva essere sicuro che la persona a cui l’avrebbe consegnato ne avesse riguardo. Da quel che potevo intuire, Da Rin sperava di venderlo a un suo conoscente. Provai a rassicurarlo sul genere di ristrutturazione che intendevo apportare al Carvalho e sulla sua destinazione, ma non capii bene quello che Da Rin borbottò in un dialetto tra il friulano e il veneto, né capii cosa rispose quando gli chiesi, infine, perché mi avesse fatto perdere una giornata e arrivare fin lì.

 

La sera stessa inviai una lettera ad Arte Insieme con il resoconto della mia esperienza con il signor Da Rin, e feci bene; le risposte che ricevetti sui numeri successivi della rivista infatti mi rassicurarono: non c’era niente di sbagliato in me, poiché come me altre persone negli ultimi tempi avevano avuto problemi nel rapportarsi al proprietario del Cristo vendicatore. Secondo un Salvatore di Milano, Da Rin aveva promesso il quadro al nipote che abitava in Svizzera; Antonio di Merate riferì che il Carvalho non era affatto in vendita, salvo aggiungere che però non ne era del tutto sicuro; un altro Antonio era convinto che Da Rin fosse schiavo delle bizze e degli umori di un figlio che giocava ai cavalli. Costoro non erano riusciti ad avviare nemmeno un abbozzo di trattativa con il proprietario del quadro, testimoniando le difficoltà incontrate nel comprenderlo e nel farsi comprendere.

 

Illuminante fu l’intervento di un tale Bacon F., bellunese pure lui, il quale confidò che dopo anni di caccia al Carvalho, aveva ormai desistito. Scusandosi per la sfrontatezza, Bacon F. si divertì a punzecchiarci commentando con ironia l’esito dei nostri incontri con Vanio Da Rin, e infine aggiunse che quest’ultimo era noto a Belluno come “Il Signor Mèso e Mèso”.

 

Il “mèso e mèso” (mezzo e mezzo) da quelle parti indica un cocktail ottenuto con grappa e altro liquore versati in un bicchiere da vino in identiche dosi, ma anche una persona che tiene i piedi in due staffe, chi non sta né di qua né di là, chi non è né bianco né nero. “Mèso e mèso” è anche colui che è posto davanti a una scelta, ma l’incertezza, il dubbio, il timore lo paralizzano, impedendogli di agire. Nel caso di Da Rin, l’espressione sottindendeva una verità che dimostra l’inadeguatezza della logica aristotelica: se era vero che Da Rin voleva vendere il quadro, era altrettanto vero che non voleva venderlo. Il Cristo vendicatore, al contempo (e a un dato momento), era in vendita, ma non lo era.

 

Fu con curiosità, più che con entusiasmo, che appresi a un anno circa di distanza da quei fatti che Da Rin cercava di nuovo un acquirente per il quadro del Carvalho. Arte Insieme, solerte come sempre, alla diffusione della notizia invitò un cronista a far luce sulle reali intenzioni dell’ex gallerista bellunese, il quale confermò quelle voci che ripresero a circolare fra i collezionisti. Aggiunse che il Cristo vendicatore era sempre stato in vendita. Arte Insieme chiese quindi a Da Rin come mai, l’anno prima, nonostante l’interessamento di vari ammiratori del quadro, nessuna trattativa era andata a buon fine. Da Rin, semplicemente, candidamente, rispose che nessuno gli aveva mai fatto un’offerta concreta per acquistare il Carvalho. E il bello è che, a pensarci bene, aveva ragione: nessuno di noi in effetti si era spinto a osare tanto.

 

Telefonai a Da Rin il pomeriggio stesso, appena letta l’intervista. Volevo presentarmi con un nome falso (mi era rimasto il dubbio di essergli effettivamente antipatico), poi il buon senso prevalse. Riconobbi subito la sua voce e i suoni biascicati che emetteva, e ciò mi riportò alla mente gli sforzi compiuti in occasione del primo incontro per afferrarne le intenzioni e gli umori. Da Rin mi invitò a Belluno a vedere il quadro (non si ricordava di me); gli spiegai che per motivi di famiglia non potevo assolutamente recarmi da lui. Mi disse che non aveva fretta, invitandomi a chiamarlo quando potevo andare a Belluno. Gli chiesi se potevo conoscere subito il prezzo del quadro. Da Rin si fece ripetere la domanda un paio di volte, quindi borbottò qualcosa di incomprensibile: mi parve di capire che aveva da fare, che doveva andare a fare la spesa, o qualcosa del genere. Era ovvio che si era spazientito. Con una certa fatica, più per scoprire qualcosa su di lui che per altro, riuscii a trattenerlo al telefono. Ma dovetti pregarlo a lungo, prima di tirargli fuori di bocca una valutazione del quadro.

 

Dopo dieci minuti di conversazione fra due esseri di pianeti diversi, Da Rin sparò una cifra doppia rispetto al valore di mercato del pezzo (almeno, considerate le sue attuali condizioni). Avendo del tempo da perdere, stetti al suo gioco e gli annunciai che ero disposto a pagargli la somma richiesta. Da Rin, che fino a quel momento era stato un profluvio di parole e vaneggiamenti, si bloccò di colpo, al punto che dovetti domandargli se si sentiva bene. Quindi si mise a costruire una strana storia nella quale c’entravano in qualche modo un nipote che abitava a Zurigo, un amico di questi, il figlio di sua cugina che aveva comprato del terreno, un ristrutturatore di quadri e forse altri personaggi ancora. Non riuscivo a comprendere che qualche parola qua e là di quanto diceva, ma soprattutto non riuscivo a collegare il tutto e associarlo alla faccenda del quadro. Era come mettere insieme i tasselli di venti puzzle diversi.

 

Approfittai di un momento di pausa (anche Da Rin doveva tirare il fiato) per riportarlo (bluffando) al nocciolo della questione: “Veniamo al dunque signor Da Rin, lei mi ha chiesto 18 milioni, io gliene do 20, il quadro me lo dà sì o no?”. Per Da Rin fu come una mazzata nei denti. Un affronto. Un’impudenza. Proprio come nella precedente occasione, posto davanti a un bivio, cominciò a delirare in veneto o in friulano, e se capivo poco prima, ora l’effetto delle sue parole era lo stesso di una musicassetta riavvolta velocemente con il play premuto. Rimasi con la cornetta incollata all’orecchio per un po’ (ero curioso di capire come poteva concludersi il tutto), poi mi stancai, l’appoggiai delicatamente sul tavolino e andai in cucina a caricare la caffettiera, che misi sul fuoco; quindi tornai al telefono, dove mi aspettava la nevrotica litania dell’ex gallerista bellunese. Provai a interromperlo un paio di volte, ma senza successo. Fu a quel punto che, in barba all’educazione, gli chiusi il telefono in faccia. Fanculo Da Rin e fanculo il Carvalho, quella era l’ultima volta che mi facevo prendere in giro dal Signor Mèso e Mèso.

 

Sono passati tre anni tondi da quell’ultima telefonata. Il Carvalho non mi interessa più, come non mi interessa nulla che mi appaia al momento irraggiungibile, che si tratti di Claudia Schiffer, di un attico di 160 mq. nella City di Londra, o dell’immortalità. So per certo che il Cristo vendicatore è ancora là, sempre più bisognoso di cure, nel buio sottoscala del Signor Mèso e Mèso. E che, come sempre, è in vendita.

 

Ora, non penso che ci sia bisogno di spiegare che cosa c’entri tutto questo con il Cesena. Se mai qualcuno in futuro chiederà perché la nostra squadra, nonostante i ripetuti fallimenti sportivi, sia rimasta fino all’ultimo nelle mani di Edmeo Lugaresi, rimandatelo a questo racconto (che sarà archiviato nella rubrica Il punto di due punti del sito cesenainbolgia, di cui raccolgo il testimone). Spiegategli che basterà rileggerlo dopo aver sostituito al nome “Da Rin” il nome “Lugaresi”, al Cristo vendicatore il Cesena, ai collezionisti d’arte gli imprenditori locali interessati a rilevare la società. E se l’analogia non dovesse essere del tutto verosimile, pazienza. D’altra parte a Cesena non c’è una rivista al servizio del lettore quale è Arte Insieme, e non ci sono collezionisti disposti a raccontare le proprie esperienze. A Cesena, però, c’è il Signor Mèso e Mèso.

 

 

 

Marco-cesenainbolgia 16/04/2002

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"La guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare."


Ernesto “Che” Guevara, La guerra per bande



“Toc Toc.”   “Chi è?!” “Sono la persona giusta.”   “Che cosa vuoi da me?!”   “Voglio comprare il Cesena.”   “Lasciami stare!”


Càpitan Sénsibol



"Jackson era un uomo basso, nero e grasso con le gengive rosso porpora e i denti bianchi come perle fatti per ridere. Ma Jackson non stava ridendo. Per Jackson era una storia troppo seria per ridere. Jackson aveva solo ventotto anni, ma la faccenda era così seria che sembrava più vecchio di dieci anni buoni. Cercava di parlare in tono allegro, ma aveva paura. Il sudore gli gocciolava dai capelli crespi e corti. La sua rotonda faccia nera luccicava come una palla numero otto."


Chester Himes, Rabbia ad Harlem

 

Tutti gli uomini del presidente (I)

Rubriche - Il punto di due punti

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE (I) 23/04/02
CESENA IN BOLGIA
presenta
"TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE"
Dramma in più atti
Restituito nella sua integrità
Qual'è stato rappresentato nel
Teatro di Corte Don Botticelli, Cesena
ATTO PRIMO
In cui nella sala riunioni del terzo piano della sede dell’A.C. Cesena si discute del futuro
Personaggi e interpreti:
EDMEO: Edmeo Lugaresi, presidente dell’A.C. Cesena.
GIORGIO: Giorgio Lugaresi, figlio di Edmeo, amministratore delegato dell’A.C. Cesena.
MICHELE: Michele Manuzzi, nipote di Edmeo, cugino di Giorgio, vicepresidente dell’A.C. Cesena.
TOTÒ: Francesco De Falco, direttore sportivo dell’A.C. Cesena.
E MÉRAL: il merlo, un pennuto appostato sul davanzale di una finestra aperta della stanza. In realtà si tratta di un sofisticato congegno elettronico-spia rivestito di piume e penne teleguidato dal sedicente “Forum”, organizzazione clandestina volta a rovesciare i Lugaresi in favore di potenti gruppi economici internazionali.
Scena Prima
Edmeo, Giorgio, Michele, Totò
Edmeo, Giorgio e Michele sono seduti attorno a un tavolo. Stanno discutendo di strategie di mercato. Defilato, Totò De Falco sta parlando al cellulare. Prima dello squillo del telefonino aveva proposto allo staff il nome di una giovane promessa di Napoli.
Edmeo: “De Falco, De Falco, du sìt? Va’ a cumpré un giazòl”.
Giorgio: “Ba’, De Falco ha detto ‘Cannavacciuolo’, non ‘ghiacciolo’”.
Edmeo: “Èeh...?! Sàl dèt?!”.
Totò (ha appena terminato la tefonata): “Ehm, presidende, scusa, io ho detto Cannavacciuolo, Can-na-vac-ciuo-lo. Sarebbe il figlio d’un mio cugino. Un bravo giuovane, sedicianni...”.
Edmeo: “Chiii?!”.
Giorgio: “Cannavacciuolo, ba’”.
Michele (diffidente): “E in che ruolo giocherebbe, questo Cannavacciuolo?”.
Totò: “Ah, chillo! Chillo gioca in tutt’i rùoli”.
Michele: “Come tutti?”.
Totò: “Tutti! Il centroavandi, l’ala, il mediano, il portiere, il magazziniere, l’accombagnadore, l’autista. Tutt’i rùoli”.
Michele (favorevolmente colpito dalla descrizione): “Però!... Te sadìt, Giorgio...”.
Giorgio: “Be’, quand’è così. In fondo ci ha sempre fatto spendere poco il cugino di De Falco. Insomma, se fa tutti i ruoli va bene. O no, ba’?”.
Edmeo (assorto e spazientito): “Giorgio sta zét par piasé. Sta zét”.
Squilla di nuovo il telefono cellulare di De Falco. È il cugino. De Falco gli comunica che in giornata verrà a prelevare il giovanissimo jolly. Infine saluta il parente.
Totò: “Vabbuo’, ci vediamo stasera Gennari’. Saluta Ciro, Andonio, Peppino e mammà. A presto”.
Totò (conclusa la tefonata): “Allora… mo’ lo vado a prendere, ’sto Cannavacciuolo...”.
Giorgio e Michele attendono la decisione di Edmeo.
Edmeo: “Sé Totò, va’, val a to’. Me al voi a l’amarena. No, no, a la fragola, al voi a la fragola. Il fa’ ancora e giazòl a la fragola?”.
Totò, Giorgio e Michele si scambiano un’occhiata. Sembrano sconsolati.
Giorgio: “Allora... ehm... io lo prendo alla menta. Te Michele?”.
Michele (preso in contropiede): “...dunque...”.
Edmeo (con fare deciso): “Ognuno paga per sé. Tirì fora i baiòc”.
Edmeo, Giorgio e Michele mettono sul tavolo duemila lire a testa, i soldi vengono contati un paio di volte e quindi consegnati a De Falco.
Edmeo (rivolto a De Falco): “Ve’ che i’è siméla frenc. A vòi e rést”.
Totò: “Sì, va buo’... fanno... seicento lire di resto, duecento cadauno”.
Edmeo: “ÈEEH! SA SÌT... SÈMO!? SIZÉNT FRENC?! PARCHÉ... QUANT’È COSTA ADÉS UN GIAZÒL?!”.
Momento di confusione. Tutti si guardano e formulano ipotesi sul prezzo dei ghiaccioli.
Giorgio: “Milleduecento”.
Totò: “Milleottociendo”.
Michele: “Il calippo costa duemilaecinque. Uno normale milledue o millecinque, dipende dove vai. Io voglio il calippo”.
Edmeo: “Alòra mét fòra duméla e méz, no duméla”.
Giorgio: “Io lo prendo normale. Alla menta. Devo avere ottocento lire di resto”.
Totò: “E... scusa Giorgio... ma se vado dove costa millecinqueciendo o milleottociendo?”.
Michele: “Oh, non andare mica a prenderli qui di sotto... qui di sotto costano di più. Vai nel bar di là dalla via Emilia”.
Edmeo: “Fa’ prest, ch’a ho séda. Michele, i baiòc, i zènqzent frenc...”.
Michele: “Non ce li ho spicci adesso, zio. Seimila bastano. Duemilacinque più milledue più milledue fanno quattromilaenove...”.
Edmeo: “Ci sicùr? E chi mél e zént frénc ad rést ad chi ei? E quant tai tir fòra i baiòc par me e Giorgio?”.
Giorgio: “Ba’, as dividém chi mél e zént frénc me e te, e pu’dop da Michele avem da’vé... donca... quatarz...”.
Edmeo (innervosito): GIORGIO STA ZÉT! FAI FE’ I CÙNT!”.
Michele tira fuori il computer portatile dall’ampia tasca del grande gilè e comincia a fare i conti. Tutti attendono con trepidazione il responso.
Michele: “Dunque, secondo i miei calcoli, dovete avere ottocento lire a testa. Cinquecentocinquanta subito, di resto, e poi devo dare io duecentocinquanta lire a ognuno”.
Totò: “Pure a me?”.
Michele: “No, a Giorgio e allo zio”.
Una volta chiarita la faccenda, gli animi si rasserenano. Anche Edmeo sembra soddisfatto. Totò raccoglie le seimila lire e si avvia a comperare i ghiaccioli.
Giorgio (ridestato di colpo dopo qualche attimo di torpore): “Totò! Totò! Aspetta! A me non mi va più il ghiacciolo normale! Io voglio... voglio il cucciolone!”.
Edmeo (rivolto a Giorgio): “STA ZÉT SUMÀR! AL’AVÉM ZÀ CONFALONE!”.
Michele (grattandosi la fronte): “Cucciolone, zio. Cuc-cio-lo-ne. È un gelato al biscotto con il cacao, lo zabaione e la panna”.
Edmeo: “Chiiii??”.
Nella sala riunioni torna per un attimo la confusione. Totò De Falco, sull’uscio della porta, cerca di richiamare l’attenzione dei presenti.
Totò: “Scusate... scusate tanto... ma... vedi Giorgio, il cucciolone è caro assai. Costa duemilaottociendo lire. Mi dovete dare più soldi”.
Giorgio (irretito): “Non se ne parla neanche! I soldi non ci sono. Devi fare con quello che hai. Vero ba’?”.
Edmeo (rivolto con fare minaccioso a Totò): “TE DE FALCO... TE... ME... TE... ME A TE AT CAZ VIA! CI SEMPRA DRÌA A DMANDÉ DI BAIÒC!”.
Totò (intimorito dallo sfogo presidenziale): “Ma scusate... abbiate pazienza... seimila lire non bastano. Con questi soldi posso prendere al massimo... che sò, un camillino, mica un cucciolone...”.
Edmeo (allarmato): “Chiii?!”.
Mentre Giorgio e Edmeo discutono senza comprendersi, poiché l’uno parla di gelati mentre l’altro di calciatori, e con Totò sull’uscio della porta in attesa delle decisioni dello staff, Michele tira di nuovo fuori il computer portatile per verificare se con seimila lire si possono acquistare un ghiacciolo normale, un calippo e un cucciolone. Dopo qualche minuto...
Michele: “Allora, farebbero seimiladuecento lire”.
Totò: “Appundo, e io ne tengo solo seimila”.
Michele: “Cazzo Totò, prova a tirare sul prezzo! At paghém par quest, no?! E poi, insomma, ne prendiamo tre in una volta, dico... Ci può anche fare bene!... Digli... digli che andiamo sempre da lui a prendere i croissant”.
Edmeo: “Chiii?! Sèl, un stranìr?!”.
Totò (preoccupato): “Ma il prezzo dei gelati è bloccato. Chillo è!”.
Giorgio (certo di avere appena avuto un’idea risolutiva): “Digli così, che se ci fa bene, poi gli riportiamo gli stecchini di legno”.
Totò: “E che ci fa cogli stecchini...?”.
Giorgio: “Con uno niente, ma quando ce ne ha molti li può vendere come legna da ardere. Vero ba’?”.
Edmeo: “Chi?!”.
Giorgio: “Legna da ardere”.
Edmeo (scoraggiato): “Giorgio... Lasciami stare”.
Totò (fra sé e sé): “Ma va fa mmuocche chi te stram...”.
Preso atto che la situazione è in una fase di empasse, tutti quanti, non sapendo che pesci pigliare, guardano in direzione di Edmeo, a cui spetta l’ultima parola su qualsiasi decisione.
Giorgio: “Alora ba’, cum’a fasém?... Me a vòi un cucciolone...”.
Edmeo (rivolto a Totò, sempre sull’uscio in attesa): “Quand t’arìv a là, fam ciamé da e barésta. Ai scor me”.
Totò, continuando a borbottare in napoletano stretto fra sé e sé, si avvia a trattare l’acquisto dei gelati. In sala per qualche minuto cala il silenzio. Appaiono tutti piuttosto provati dal summit.
Giorgio (rivolto a Michele): “Di’, te che cos’è che hai preso?”.
Michele: “Un calippo, perché?”.
Giorgio (pensieroso): “Osta però un calippo. Quasi quasi lo sapete che mi va anche a me un calippo. Di’, faccio in tempo a chiamare Totò o sarà già là? Quanto costa il calippo... più o meno del cucciolone? Quanto avete detto che costa il calippo?”.
Edmeo (assorto e scuro in volto): “Giorgio sta zét par piasé. Sta zét”.
Fine scena prima
Seconda Scena
Edmeo, Giorgio, Michele, e méral
William Shakespeare-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"Siamo nel giusto agendo così? Cornoventraglia, per la nostra candela verde, chiederemo consiglio alla nostra coscienza. E’ là, in quella valigia coperta di ragnatele. Si vede bene che non ce ne serviamo molto spesso."
Alfred Jarry, Ubu cornuto
"Vengo dunque a dirti, a ordinarti e a intimarti che devi produrre ed esibire prontamente la tua finanza, altrimenti sarai massacrato."
Alfred Jarry, Ubu re
"Certo, non manca al Nero qualche inquietante problema, primo fra tutti quello del ruolo passivo svolto dall’Alfiere in c8. Si è tentato, a più riprese e in varie formulazioni, di sviluppare l’Alfiere c8 in a6 per cambiare così il pezzo nero meno efficiente; non sembra tuttavia che con ciò si elimini la depressione sulle case bianche che, in genere, il Nero è costretto a subire nella Difesa Francese."
Giorgio Porreca, Manuale teorico-pratico delle aperture (Mursia, Milano, 1971, 772 pgg.)
"Sta zét sumàr! Al’avém zà Confalone!"
Edmeo

 

CESENA IN BOLGIA

presenta

"TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE"

 

 

 

Dramma in più atti

 

Restituito nella sua integrità

 

Qual'è stato rappresentato nel

 

Teatro di Corte Don Botticelli, Cesena

 

 

 

ATTO PRIMO

 

In cui nella sala riunioni del terzo piano della sede dell’A.C. Cesena si discute del futuro

 

 

 

 

 

Personaggi e interpreti:

 

EDMEO: Edmeo Lugaresi, presidente dell’A.C. Cesena.

 

GIORGIO: Giorgio Lugaresi, figlio di Edmeo, amministratore delegato dell’A.C. Cesena.

 

MICHELE: Michele Manuzzi, nipote di Edmeo, cugino di Giorgio, vicepresidente dell’A.C. Cesena.

 

TOTÒ: Francesco De Falco, direttore sportivo dell’A.C. Cesena.

 

E MÉRAL: il merlo, un pennuto appostato sul davanzale di una finestra aperta della stanza. In realtà si tratta di un sofisticato congegno elettronico-spia rivestito di piume e penne teleguidato dal sedicente “Forum”, organizzazione clandestina volta a rovesciare i Lugaresi in favore di potenti gruppi economici internazionali.

 

 

 

Scena Prima

 

Edmeo, Giorgio, Michele, Totò

 

 

 

Edmeo, Giorgio e Michele sono seduti attorno a un tavolo. Stanno discutendo di strategie di mercato. Defilato, Totò De Falco sta parlando al cellulare. Prima dello squillo del telefonino aveva proposto allo staff il nome di una giovane promessa di Napoli.

 

 

 

Edmeo: “De Falco, De Falco, du sìt? Va’ a cumpré un giazòl”.

 

Giorgio: “Ba’, De Falco ha detto ‘Cannavacciuolo’, non ‘ghiacciolo’”.

 

Edmeo: “Èeh...?! Sàl dèt?!”.

 

Totò (ha appena terminato la tefonata): “Ehm, presidende, scusa, io ho detto Cannavacciuolo, Can-na-vac-ciuo-lo. Sarebbe il figlio d’un mio cugino. Un bravo giuovane, sedicianni...”.

 

Edmeo: “Chiii?!”.

 

Giorgio: “Cannavacciuolo, ba’”.

 

Michele (diffidente): “E in che ruolo giocherebbe, questo Cannavacciuolo?”.

 

Totò: “Ah, chillo! Chillo gioca in tutt’i rùoli”.

 

Michele: “Come tutti?”.

 

Totò: “Tutti! Il centroavandi, l’ala, il mediano, il portiere, il magazziniere, l’accombagnadore, l’autista. Tutt’i rùoli”.

 

Michele (favorevolmente colpito dalla descrizione): “Però!... Te sadìt, Giorgio...”.

 

Giorgio: “Be’, quand’è così. In fondo ci ha sempre fatto spendere poco il cugino di De Falco. Insomma, se fa tutti i ruoli va bene. O no, ba’?”.

 

Edmeo (assorto e spazientito): “Giorgio sta zét par piasé. Sta zét”.

 

 

 

Squilla di nuovo il telefono cellulare di De Falco. È il cugino. De Falco gli comunica che in giornata verrà a prelevare il giovanissimo jolly. Infine saluta il parente.

 

 

 

Totò: “Vabbuo’, ci vediamo stasera Gennari’. Saluta Ciro, Andonio, Peppino e mammà. A presto”.

 

Totò (conclusa la tefonata): “Allora… mo’ lo vado a prendere, ’sto Cannavacciuolo...”.

 

 

 

Giorgio e Michele attendono la decisione di Edmeo.

 

 

 

Edmeo: “Sé Totò, va’, val a to’. Me al voi a l’amarena. No, no, a la fragola, al voi a la fragola. Il fa’ ancora e giazòl a la fragola?”.

 

 

 

Totò, Giorgio e Michele si scambiano un’occhiata. Sembrano sconsolati.

 

 

 

Giorgio: “Allora... ehm... io lo prendo alla menta. Te Michele?”.

 

Michele (preso in contropiede): “...dunque...”.

 

Edmeo (con fare deciso): “Ognuno paga per sé. Tirì fora i baiòc”.

 

 

 

Edmeo, Giorgio e Michele mettono sul tavolo duemila lire a testa, i soldi vengono contati un paio di volte e quindi consegnati a De Falco.

 

 

 

Edmeo (rivolto a De Falco): “Ve’ che i’è siméla frenc. A vòi e rést”.

 

Totò: “Sì, va buo’... fanno... seicento lire di resto, duecento cadauno”.

 

Edmeo: “ÈEEH! SA SÌT... SÈMO!? SIZÉNT FRENC?! PARCHÉ... QUANT’È COSTA ADÉS UN GIAZÒL?!”.

 

 

 

Momento di confusione. Tutti si guardano e formulano ipotesi sul prezzo dei ghiaccioli.

 

 

 

Giorgio: “Milleduecento”.

 

Totò: “Milleottociendo”.

 

Michele: “Il calippo costa duemilaecinque. Uno normale milledue o millecinque, dipende dove vai. Io voglio il calippo”.

 

Edmeo: “Alòra mét fòra duméla e méz, no duméla”.

 

Giorgio: “Io lo prendo normale. Alla menta. Devo avere ottocento lire di resto”.

 

Totò: “E... scusa Giorgio... ma se vado dove costa millecinqueciendo o milleottociendo?”.

 

Michele: “Oh, non andare mica a prenderli qui di sotto... qui di sotto costano di più. Vai nel bar di là dalla via Emilia”.

 

Edmeo: “Fa’ prest, ch’a ho séda. Michele, i baiòc, i zènqzent frenc...”.

 

Michele: “Non ce li ho spicci adesso, zio. Seimila bastano. Duemilacinque più milledue più milledue fanno quattromilaenove...”.

 

Edmeo: “Ci sicùr? E chi mél e zént frénc ad rést ad chi ei? E quant tai tir fòra i baiòc par me e Giorgio?”.

 

Giorgio: “Ba’, as dividém chi mél e zént frénc me e te, e pu’dop da Michele avem da’vé... donca... quatarz...”.

 

Edmeo (innervosito): GIORGIO STA ZÉT! FAI FE’ I CÙNT!”.

 

 

 

Michele tira fuori il computer portatile dall’ampia tasca del grande gilè e comincia a fare i conti. Tutti attendono con trepidazione il responso.

 

 

 

Michele: “Dunque, secondo i miei calcoli, dovete avere ottocento lire a testa. Cinquecentocinquanta subito, di resto, e poi devo dare io duecentocinquanta lire a ognuno”.

 

Totò: “Pure a me?”.

 

Michele: “No, a Giorgio e allo zio”.

 

 

 

Una volta chiarita la faccenda, gli animi si rasserenano. Anche Edmeo sembra soddisfatto. Totò raccoglie le seimila lire e si avvia a comperare i ghiaccioli.

 

 

 

Giorgio (ridestato di colpo dopo qualche attimo di torpore): “Totò! Totò! Aspetta! A me non mi va più il ghiacciolo normale! Io voglio... voglio il cucciolone!”.

 

Edmeo (rivolto a Giorgio): “STA ZÉT SUMÀR! AL’AVÉM ZÀ CONFALONE!”.

 

Michele (grattandosi la fronte): “Cucciolone, zio. Cuc-cio-lo-ne. È un gelato al biscotto con il cacao, lo zabaione e la panna”.

 

Edmeo: “Chiiii??”.

 

 

 

Nella sala riunioni torna per un attimo la confusione. Totò De Falco, sull’uscio della porta, cerca di richiamare l’attenzione dei presenti.

 

 

 

Totò: “Scusate... scusate tanto... ma... vedi Giorgio, il cucciolone è caro assai. Costa duemilaottociendo lire. Mi dovete dare più soldi”.

 

Giorgio (irretito): “Non se ne parla neanche! I soldi non ci sono. Devi fare con quello che hai. Vero ba’?”.

 

Edmeo (rivolto con fare minaccioso a Totò): “TE DE FALCO... TE... ME... TE... ME A TE AT CAZ VIA! CI SEMPRA DRÌA A DMANDÉ DI BAIÒC!”.

 

Totò (intimorito dallo sfogo presidenziale): “Ma scusate... abbiate pazienza... seimila lire non bastano. Con questi soldi posso prendere al massimo... che sò, un camillino, mica un cucciolone...”.

 

Edmeo (allarmato): “Chiii?!”.

 

 

 

Mentre Giorgio e Edmeo discutono senza comprendersi, poiché l’uno parla di gelati mentre l’altro di calciatori, e con Totò sull’uscio della porta in attesa delle decisioni dello staff, Michele tira di nuovo fuori il computer portatile per verificare se con seimila lire si possono acquistare un ghiacciolo normale, un calippo e un cucciolone. Dopo qualche minuto...

 

 

 

Michele: “Allora, farebbero seimiladuecento lire”.

 

Totò: “Appundo, e io ne tengo solo seimila”.

 

Michele: “Cazzo Totò, prova a tirare sul prezzo! At paghém par quest, no?! E poi, insomma, ne prendiamo tre in una volta, dico... Ci può anche fare bene!... Digli... digli che andiamo sempre da lui a prendere i croissant”.

 

Edmeo: “Chiii?! Sèl, un stranìr?!”.

 

Totò (preoccupato): “Ma il prezzo dei gelati è bloccato. Chillo è!”.

 

Giorgio (certo di avere appena avuto un’idea risolutiva): “Digli così, che se ci fa bene, poi gli riportiamo gli stecchini di legno”.

 

Totò: “E che ci fa cogli stecchini...?”.

 

Giorgio: “Con uno niente, ma quando ce ne ha molti li può vendere come legna da ardere. Vero ba’?”.

 

Edmeo: “Chi?!”.

 

Giorgio: “Legna da ardere”.

 

Edmeo (scoraggiato): “Giorgio... Lasciami stare”.

 

Totò (fra sé e sé): “Ma va fa mmuocche chi te stram...”.

 

 

 

Preso atto che la situazione è in una fase di empasse, tutti quanti, non sapendo che pesci pigliare, guardano in direzione di Edmeo, a cui spetta l’ultima parola su qualsiasi decisione.

 

 

 

Giorgio: “Alora ba’, cum’a fasém?... Me a vòi un cucciolone...”.

 

Edmeo (rivolto a Totò, sempre sull’uscio in attesa): “Quand t’arìv a là, fam ciamé da e barésta. Ai scor me”.

 

 

 

Totò, continuando a borbottare in napoletano stretto fra sé e sé, si avvia a trattare l’acquisto dei gelati. In sala per qualche minuto cala il silenzio. Appaiono tutti piuttosto provati dal summit.

 

 

 

Giorgio (rivolto a Michele): “Di’, te che cos’è che hai preso?”.

 

Michele: “Un calippo, perché?”.

 

Giorgio (pensieroso): “Osta però un calippo. Quasi quasi lo sapete che mi va anche a me un calippo. Di’, faccio in tempo a chiamare Totò o sarà già là? Quanto costa il calippo... più o meno del cucciolone? Quanto avete detto che costa il calippo?”.

 

Edmeo (assorto e scuro in volto): “Giorgio sta zét par piasé. Sta zét”.

 

 

 

Fine scena prima

 

 

Seconda Scena

Edmeo, Giorgio, Michele, e méral

 

 

 

William Shakespeare-cesenainbolgia 23/04/02

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"Siamo nel giusto agendo così? Cornoventraglia, per la nostra candela verde, chiederemo consiglio alla nostra coscienza. E’ là, in quella valigia coperta di ragnatele. Si vede bene che non ce ne serviamo molto spesso."


Alfred Jarry, Ubu cornuto



"Vengo dunque a dirti, a ordinarti e a intimarti che devi produrre ed esibire prontamente la tua finanza, altrimenti sarai massacrato."


Alfred Jarry, Ubu re



"Certo, non manca al Nero qualche inquietante problema, primo fra tutti quello del ruolo passivo svolto dall’Alfiere in c8. Si è tentato, a più riprese e in varie formulazioni, di sviluppare l’Alfiere c8 in a6 per cambiare così il pezzo nero meno efficiente; non sembra tuttavia che con ciò si elimini la depressione sulle case bianche che, in genere, il Nero è costretto a subire nella Difesa Francese."


Giorgio Porreca, Manuale teorico-pratico delle aperture (Mursia, Milano, 1971, 772 pgg.)



"Sta zét sumàr! Al’avém zà Confalone!"


Edmeo

 

 
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